Pensavamo che la guerra tra esseri umani e robot fosse destinata a restare nelle pellicole di Matrix e di altri titoli che oggi sembrano meno fantascientifici e più premonitori. Il fenomeno è sempre più diffuso negli Stati Uniti d’America, come testimoniano i video diventati virali sui social: un robot ribaltato all’ingresso di un parcheggio di Filadelfia, un’unità autonoma smontata sui marciapiedi di Los Angeles, un agente da consegna vandalizzato da un gruppo di ragazzi mentre aspetta che il semaforo diventi verde.
Parlando di Ai, si potrebbe pensare che i video siano deepfake, ma basta guardarli per capire che sono reali. Alcune scene sono state riprese anche dalle telecamere di sorveglianza, anche perché episodi di violenza umana contro i robot si sono moltiplicati nelle ultime settimane nelle città americane.
Ma da dove nasce la rivoluzione contro i robot?
Cosa sta succedendo
Le segnalazioni si sono intensificate in modo significativo da marzo scorso.
A Filadelfia, un mese dopo il lancio dei robot di consegna Avride integrati nella piattaforma Uber Eats, sono comparse le prime clip di aggressione: un robot ribaltato due volte in pochi giorni nella zona di Center City, altri vandalizzati con scritte spray mentre percorrevano i marciapiedi del centro. Le immagini catturate dalle telecamere di sorveglianza, dai passanti o dagli stessi robot sono finite su YouTube, Instagram e TikTok, diventando virali in poche ore.
A Los Angeles la situazione non è diversa. Video in circolazione mostrano gruppi di giovani che spingono e danneggiano i robot di Serve Robotics, uno degli operatori attivi nella città, mentre in almeno un caso documentato qualcuno ha provato a rubare il veicolo.
Alcuni malfunzionamenti contribuiscono ad infiammarare i cittadini: a Chicago, due robot di consegna si sono schiantati contro le pensiline degli autobus, danneggiando l’infrastruttura pubblica e riaprendo il dibattito in consiglio comunale sull’opportunità di sospendere i permessi ai robot mobili in città.
Quali sono i robot nel mirino
I veicoli più colpiti sono piccoli robot autonomi da marciapiede, progettati per consegnare cibo e pacchi nell’ultimo miglio. Operano a bassa velocità, seguono i percorsi pedonali e si fermano automaticamente in presenza di ostacoli o persone. Aziende come Avride, Serve Robotics, Starship Technologies e Kiwibot ne hanno già migliaia in circolazione nelle principali città statunitensi.
Queste macchine costano mediamente intorno ai 2.500 dollari l’una, sono piccole, leggere e facilmente ribaltabili. Non è un caso che siano state le prime a finire nel mirino.
Il discorso cambia, ma non di molto, per i veicoli autonomi più grandi. Le Waymo, ad esempio, sono progettate per fermarsi automaticamente quando un essere umano si avvicina in modo minaccioso. In un episodio di gennaio scorso documentato a San Francisco, un uomo ha deliberatamente bloccato e colpito un robotaxi Waymo, intrappolando il passeggero a bordo per diversi minuti.
Perché li attaccano
Le ragioni non sono univoche, ma i reportage locali convergono su alcuni elementi ricorrenti:
– La frustrazione economica: negli Stati Uniti il dibattito sull’automazione del lavoro è diventato sempre più acceso negli ultimi mesi. Gli avvertimenti di alcune figure tech sull’impatto occupazionale dell’intelligenza artificiale hanno alimentato una percezione di minaccia concreta tra lavoratori di settori come la logistica, la ristorazione e i servizi. Molti attaccano fisicamente i robot da consegna per protestare contro la sostituzione degli esseri umani ad opera dell’Ai;
– Le preoccupazioni per lo spazio pubblico: i robot da marciapiede occupano fisicamente la stessa corsia di pedoni, passeggini e carrozzine. Rallentano il passo, si bloccano in punti inattesi, occupano spazio su marciapiedi già affollati. In alcune testimonianze raccolte dalla stampa locale a Filadelfia, i residenti spiegano di sentirsi “invasi” da dispositivi che nessuno ha chiesto di avere e che nessuno sa come evitare.
– Ultima e meno sentita finalità è la viralità: ribaltare un robot produce una clip che, con ogni proabilità, genererà tante visualizzazioni e like. La visibilità digitale dell’atto agisce da amplificatore e, in certi casi, da incentivo.
La risposta delle aziende e delle città
Le aziende coinvolte hanno condannato pubblicamente questi atti, prospettando l’apertura di indagini interne e promettendo di migliorare il sistema di sorveglianza e recupero dei veicoli. Nessuna ha finora pubblicato dati aggregati sul numero di incidenti o sui costi complessivi del vandalismo.
Sul fronte istituzionale, a Chicago il dibattito in consiglio comunale ha portato a una proposta per sospendere temporaneamente i permessi ai robot mobili in alcune zone della città, in attesa di regole più chiare sulla responsabilità civile e sui corridoi consentiti. A Filadelfia, l’amministrazione non ha ancora adottato misure formali, ma la pressione politica sul tema è in aumento.
Le implicazioni pratiche
Il fenomeno ha conseguenze dirette sui piani di espansione del settore. Il vandalismo ripetuto aumenta i costi operativi, costringe a investire in protezioni hardware e software aggiuntive e può rendere economicamente svantaggiosa la presenza in determinate zone urbane. Che è poi la speranza dei “manifesanti”.
Dal punto di vista tecnico, le soluzioni esistono ma, a seconda dei casi, sono ancora poco precise o molto costose. Tra queste figurano telecamere ad alta risoluzione con trasmissione in tempo reale, allarmi sonori, strutture più robuste, sistemi di recupero rapido tramite l’intervento di un operatore umano da remoto. Alcune aziende stanno già sperimentando robot con “occhi” antropomorfici per generare maggiore empatia negli utenti, ma questa soluzione si è rivelata controproducente: gli occhi rendono il robot più umano, e quindi più inquietante.
Sul piano più ampio, la crescita dei robot da marciapiede è destinata ad accelerare: Amazon ha già annunciato piani per il delivery autonomo a domicilio, mentre gli Stati Uniti stanno valutando limitazioni ai robot umanoidi di produzione cinese per ragioni di sicurezza nazionale.
