Roma sotto Roma: la mappa dei vuoti che attraversano la Capitale

La Carta delle Cavità Sotterranee di Roma 2026 di Ispra censisce cave, catacombe, cunicoli e ipogei: oltre 5.600 elementi puntuali censiti e 60,6 km² ad alta e altissima densità di cavità
18 Maggio 2026
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Carta delle Cavità Sotterranee di Roma 2026
Carta delle Cavità Sotterranee di Roma 2026 (Ispra)

A Roma una voragine non è mai soltanto una buca. Quando una strada cede, quando l’asfalto si apre o un tratto di carreggiata viene transennato, in superficie si vede l’ultimo istante di una storia cominciata più in basso. Può esserci una perdita d’acqua, una fognatura lesionata, un terreno eroso. Ma spesso, sotto la città moderna, c’è anche qualcosa di più antico: una cava, un cunicolo, un vuoto scavato per estrarre materiale da costruzione, un ambiente ipogeo dimenticato, una galleria che appartiene a una Roma precedente alla Roma di oggi.

È questa la particolarità della Capitale: il sottosuolo non è un semplice spazio tecnico attraversato da tubi, cavi e fondazioni. È un territorio già usato, scavato, riutilizzato, coperto e in parte dimenticato. Per secoli Roma ha costruito sopra di sé usando ciò che trovava sotto di sé. Ha estratto pozzolana, tufo, sabbie e ghiaie. Ha trasformato cave in necropoli, cunicoli in infrastrutture idrauliche, ambienti sotterranei in rifugi, depositi, passaggi, spazi di servizio.

La nuova Carta delle Cavità Sotterranee di Roma 2026, realizzata da Ispra – Dipartimento per il Servizio Geologico d’Italia, aggiorna questa geografia sotterranea. La cartografia integra dati provenienti da letteratura scientifica, archivi cartografici storici, database istituzionali, cartografie archeologiche e indagini dirette, con l’obiettivo di mappare le principali tipologie di cavità sotterranee e definire una mappa di densità dei sistemi ipogei.

Il censimento raccoglie circa 5.600 punti di segnalazione e 1.500 elementi lineari o poligonali, distribuiti su circa 350 chilometri quadrati di territorio urbano. Dentro questo insieme rientrano cave, catacombe, ipogei, cunicoli idraulici e altre infrastrutture sotterranee. Le aree a maggiore concentrazione si trovano soprattutto nel centro storico e nei settori orientali e sud-orientali della città, in relazione alle antiche attività estrattive nei depositi piroclastici e alla presenza di estesi sistemi catacombali.

Il dato più forte, però, è quello della densità: secondo le note illustrative, le aree classificate ad alta e molto alta densità di cavità raggiungono complessivamente 60,6 chilometri quadrati. Non significa che sotto quei quartieri esista un vuoto continuo, né che ogni cavità sia instabile. Significa che in una parte rilevante di Roma il sottosuolo è abbastanza scavato, documentato o potenzialmente interessato da sistemi ipogei da diventare un elemento decisivo nella lettura del territorio.

Perché Roma ha così tanti vuoti sotto le strade

La risposta è nella geologia, ma anche nella storia economica della città. Roma è cresciuta su un territorio modellato dal Tevere, dall’Aniene e dall’attività vulcanica dei distretti dei Colli Albani e dei Monti Sabatini. Questi apparati hanno lasciato nel sottosuolo depositi di pozzolane, tufi, cineriti e altri materiali piroclastici. Alcuni erano perfetti per l’edilizia: abbastanza facili da estrarre, ma sufficientemente coerenti da permettere la realizzazione di gallerie e ambienti sotterranei.

Così, per lungo tempo, il sottosuolo romano ha funzionato come una cava urbana. La città cresceva in superficie mentre sotto si aprivano vuoti. Non si trattava di scavi casuali, ma di sistemi organizzati: gallerie principali, rami secondari, pilastri lasciati a sostegno, pozzi di aerazione, accessi lungo i versanti collinari. Le cave potevano essere legate a un’attività estrattiva continuativa, necessaria ad alimentare la domanda di materiali da costruzione, oppure a esigenze più limitate, come la realizzazione di un edificio, di una strada o di un’opera locale.

La tecnica più diffusa era quella a camere e pilastri. Si estraeva materiale lasciando porzioni di terreno a sorreggere le volte. Era un equilibrio funzionale allo scavo, ma non immutabile. Con il tempo, alcuni pilastri venivano ridotti per recuperare ulteriore materiale; le volte potevano degradarsi; l’acqua poteva infiltrarsi; la città soprastante cambiava carichi, quote e infrastrutture. Quello che era nato come spazio produttivo diventava una presenza sotterranea da conoscere.

La Carta 2026 mostra che la distribuzione delle cavità non è casuale. I quadranti orientali e sud-orientali, dove affiorano con maggiore continuità i depositi piroclastici del Distretto Vulcanico dei Colli Albani, risultano tra i più interessati dalla presenza di sistemi ipogei. Al contrario, i settori occidentali e nord-occidentali, dove prevalgono terreni meno favorevoli allo sviluppo di grandi cavità stabili, mostrano in generale densità inferiori.

Questo spiega perché la mappa dei vuoti sia anche una mappa della materia con cui Roma si è costruita. La città non ha soltanto occupato il suolo: in molte fasi lo ha scavato, consumato, trasformato.

La seconda vita del sottosuolo

Una volta esaurita la funzione estrattiva, molte cavità non sparivano. Venivano abbandonate, riutilizzate o inglobate in nuovi sistemi. È uno degli aspetti più tipici della storia romana: gli spazi cambiano funzione, si adattano, sopravvivono dentro usi diversi.

Le catacombe sono il caso più noto. Tra il I e il III secolo d.C., alcune aree di cava e alcuni terreni facilmente scavabili furono utilizzati per creare spazi funerari e di culto. La scelta rispondeva a ragioni religiose, sociali e pratiche: le sepolture all’interno della città erano vietate, le aree suburbane lungo le grandi vie consolari erano accessibili e i materiali tufacei o pozzolanacei permettevano di scavare gallerie articolate. Le note illustrative della Carta riportano 86 aree interessate da sistemi di catacombe, seconda tipologia di cavità per diffusione dopo le cave.

Ma la Roma sotterranea non coincide con le catacombe. La Carta include ipogei funerari, mitrei, colombari, necropoli, cisterne, fonti sacre, acquedotti, cunicoli di drenaggio, infrastrutture fognarie, camminamenti, rifugi antiaerei, gallerie a uso bellico e strutture militari. Alcuni ambienti furono usati come depositi o per attività agricole, comprese le fungaie.

La nuova Carta prova a tenere insieme questa varietà attraverso un database geospaziale. Gli elementi sono classificati come puntuali, lineari o poligonali. I punti possono indicare ingressi di cava, cavità intercettate da sondaggi, ipogei, rifugi, sorgenti sotterranee o strutture archeologiche. Le linee rappresentano cunicoli, gallerie e tratti di infrastrutture. I poligoni descrivono planimetrie di cavità o aree con presenza accertata o presunta di sistemi ipogei.

Questa distinzione è importante perché non tutto il sottosuolo romano è conosciuto allo stesso modo. Alcune cavità sono state rilevate direttamente, altre arrivano da cartografie storiche, altre da sondaggi, archivi tecnici o fonti archeologiche. Alcune hanno una localizzazione precisa; altre sono ricostruite con margini di incertezza. La mappa non elimina questa complessità, ma la rende leggibile.

Dove Roma è più scavata

Dopo la nuova mappa dei quartieri, che ha ridisegnato la geografia urbana della Capitale, arriva una mappa molto diversa: quella dei vuoti sotterranei. Non cambia i confini amministrativi, ma mostra dove Roma è stata scavata, riusata e trasformata sotto il piano strada.

La Carta delle Cavità Sotterranee 2026 individua una distribuzione fortemente eterogenea. Le aree a maggiore concentrazione si trovano soprattutto nel centro storico e nei settori orientali e sud-orientali. Nelle note illustrative vengono richiamati in particolare il Municipio I, nel settore tra via XX Settembre e l’inizio di via Salaria; il Municipio II, lungo la via Nomentana, nell’area di Villa Torlonia e delle catacombe di Sant’Agnese; il Municipio IV, lungo la via Tiburtina e nell’area di Portonaccio; il Municipio V, tra via Prenestina e via Casilina; il Municipio VIII, nell’area dell’Appia Antica. Sono indicati anche settori del Municipio XI, presso via Portuense e il Trullo, e del Municipio XII, nell’area di Monteverde, in corrispondenza delle catacombe di Ponziano.

Sono nomi che appartengono alla geografia quotidiana della Capitale: Nomentana, Tiburtina, Prenestina, Casilina, Appia, Portuense, Monteverde. Strade, quartieri, assi di traffico, aree residenziali e parchi. La Carta li mostra da un altro punto di vista: non solo luoghi della città in superficie, ma settori in cui il rapporto tra suolo e sottosuolo è più fitto.

L’elaborazione della densità è stata realizzata con tecniche GIS e Kernel Density Estimation, una procedura che consente di stimare la concentrazione spaziale degli elementi censiti e trasformarla in una superficie continua. La mappa divide il territorio in cinque classi di densità: molto bassa, bassa, media, alta e molto alta. Le classi alta e molto alta coprono, appunto, 60,6 chilometri quadrati.

Questo passaggio è fondamentale per spostare il discorso dalla singola cavità alla scala urbana. Una galleria isolata è un dato locale. Una concentrazione di cavità è una caratteristica territoriale. E in una città densa, attraversata da reti idriche, fognature, infrastrutture, traffico, cantieri e nuove opere, la conoscenza del sottosuolo diventa parte della gestione ordinaria.

Quando il vuoto diventa rischio urbano

Una cavità non è automaticamente una voragine. Molti ambienti sotterranei sono noti, stabili, tutelati, consolidati o visitabili. Il problema nasce quando un vuoto antico entra in relazione con la città moderna: acqua, reti, carichi, vibrazioni, scavi, degrado delle volte, infiltrazioni, piogge intense.

Il meccanismo può essere lento. Una condotta perde, l’acqua erode il terreno, porta via materiale fine, allarga piccole discontinuità. Se il processo intercetta una cavità preesistente o indebolisce la copertura, l’equilibrio cambia. La superficie può restare apparentemente stabile fino al cedimento finale. È allora che il sottosuolo entra nella cronaca: una strada che si apre, una carreggiata chiusa, i sottoservizi danneggiati, il traffico deviato.

Nel contesto romano, la presenza di cavità sotterranee è indicata come uno dei principali fattori predisponenti ai fenomeni di sprofondamento, i cosiddetti sinkhole antropogenici. Negli ultimi dieci anni nel contesto urbano della città si è osservato un incremento della frequenza di questi fenomeni, con ripercussioni soprattutto sulla rete viaria e sui sottoservizi, tra cui rete idrica, elettrica, gas e telecomunicazioni. Tra i fattori richiamati ci sono l’urbanizzazione, le variazioni del regime pluviometrico e gli eventi meteorici intensi, oltre alle rotture delle condotte idriche che possono favorire erosione e svuotamento dei livelli di copertura.

È qui che la Carta 2026 diventa uno strumento di prevenzione. Non dice dove si aprirà la prossima voragine. Non può essere usata da sola per valutare un singolo edificio, un singolo lotto o una progettazione infrastrutturale. Serve però a indicare dove la presenza di cavità è nota, probabile o particolarmente concentrata, orientando approfondimenti e verifiche.

Ispra chiarisce che la cartografia presenta limiti importanti: i dati provengono da fonti eterogenee, spesso storiche, con livelli diversi di accuratezza e completezza; molte cavità non erano originariamente georeferenziate; altre possono essere non documentate, obliterate dall’urbanizzazione o prive di informazioni aggiornate sullo stato di conservazione. Per questo la Carta deve essere interpretata come strumento di supporto alla pianificazione e alla valutazione preliminare del territorio, non come base sostitutiva di indagini tecniche locali.

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