Un risarcimento da 50 mila euro per il “danno da discriminazione” e reintegro nelle proprie mansioni. Il giudice del lavoro di Treviso è molto chiaro: la Keyline, un’azienda a conduzione familiare di Conegliano (Treviso), ha messo in atto comportamenti umilianti e dequalificanti nei confronti di una dirigente, arrivando inoltre a licenziarla proprio mentre questa era in maternità, nel luglio 2024. Una sorte peraltro condivisa dalla sorellastra, mandata a casa nello stesso periodo.
Cosa è successo
La vicenda, emersa nei giorni scorsi e riportata dal Corriere del Veneto, riguarda una lavoratrice che, secondo la ricostruzione del giudice, operava in un contesto lavorativo caratterizzato da episodi di svalutazione professionale e discriminazione di genere. In particolare, nel corso del processo è stato riferito che il superiore avrebbe detto alla manager: “Tu non ti meriti la dirigenza e la posizione, io avrei bisogno di un uomo e per di più con esperienza”. E in altre occasioni l’amministratore le avrebbe ordinato, per di più pubblicamente, di preparare il caffè per i partecipanti alle riunioni, sostenendo che fosse un compito suo e della sorellastra “in quanto donne”.
Secondo il tribunale, questi comportamenti hanno contribuito a creare un ambiente di lavoro lesivo della dignità professionale della dirigente, configurando un quadro di discriminazione. La lavoratrice aveva assunto la qualifica dirigenziale pochi mesi prima, nel gennaio 2024, dopo anni trascorsi nell’azienda di famiglia.
Il licenziamento e le accuse dell’azienda
La società aveva motivato il licenziamento con due argomenti principali. La prima riguardava l’uso della carta di credito aziendale per spese personali, per un importo contestato di circa 5.600 euro. La seconda faceva riferimento a una presunta responsabilità della dirigente nel sovraccarico del magazzino nell’ambito delle attività aziendali svolte negli Stati Uniti.
Nel corso del dibattimento, tuttavia, è emerso che l’utilizzo della carta di credito per spese personali fosse una prassi tollerata e condivisa all’interno della famiglia che controllava la società – fratellastro, madre adottiva e padre. Anche l’accusa relativa al magazzino è stata ritenuta generica e non supportata da prove concrete.
Alla luce di questi elementi, il giudice ha stabilito che il licenziamento non fosse giustificato da alcuna “colpa grave”.
Le tutele legate alla maternità
Un elemento centrale della vicenda riguarda il momento in cui è avvenuto il licenziamento. La dirigente è stata infatti allontanata dall’azienda nel luglio 2024, mentre si trovava in maternità.
Ma la normativa italiana prevede specifiche tutele per le lavoratrici incinte: il licenziamento è vietato dall’inizio della gravidanza fino al compimento di un anno di età del bambino, salvo casi eccezionali e adeguatamente dimostrati. In questo caso, tali condizioni non sono state ritenute presenti: il giudice ha dunque disposto il reintegro della lavoratrice nel posto di lavoro e il pagamento degli stipendi arretrati, quantificati in circa 112 mila euro.
La sentenza – di primo grado – riconosce inoltre alla dirigente il già citato risarcimento di 50 mila euro per il danno da discriminazione subito nel contesto lavorativo, e un ulteriore risarcimento di 1.725 euro per danno da stress.
Non è un caso isolato
Il caso, pur specifico, dell’azienda trevigiana non è isolato. Le statistiche mostrano che discriminazioni sul lavoro legate al genere continuano ad essere presenti nei contenziosi giudiziari e nelle rilevazioni istituzionali. Secondo i dati più recenti Inps, in Italia il tasso di occupazione femminile si attesta intorno al 53% contro circa il 71% degli uomini, con un divario vicino ai 18 punti percentuali, uno dei più alti nell’Unione europea.
Il gap non riguarda però soltanto l’accesso al lavoro, ma anche la permanenza e le condizioni professionali. Diversi rapporti evidenziano che molte cause nascono proprio in relazione a maternità, carriera e differenze di trattamento tra lavoratori e lavoratrici. In Italia le donne risultano ancora sottorappresentate nelle posizioni decisionali e dirigenziali e, anche quando raggiungono ruoli elevati, affrontano differenze retributive e di carriera più marcate rispetto agli uomini, con un divario salariale che cresce significativamente nei ruoli manageriali.
La svalutazione professionale delle donne in pratica risulta ancora una pratica diffusa, che non sempre assume forme aperte di discriminazione ma che si concretizza attraverso minori opportunità di avanzamento, differenze retributive, una presenza ridotta nei livelli decisionali delle imprese. E nella persistenza di stereotipi legati a “ruoli femminili” e “ruoli maschili”.