Addio surf, come la crisi climatica sta cancellando le onde di tutto il mondo

L'89% degli spot esaminati presenta un rischio medio o elevato legato alla scarsa resilienza della linea di costa
12 Ottobre 2026
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Donna che fa surf
(Canva)

La tavola da surf potrebbe smettere presto di essere usata sulle onde del mare. A lanciare l’allarme è uno studio scientifico condotto dal ricercatore Dan R. Reineman della California State University Channel Islands insieme agli esperti della Save the Waves Coalition e pubblicato sulla rivista Climatic Change, secondo il quale la stragrande maggioranza delle onde da surf di rilevanza globale rischia di subire alterazioni irreversibili o di scomparire del tutto nei prossimi decenni.

Il surf, noto al mondo come disciplina olimpica e passatempo estivo, è una vera e propria industria globale da miliardi di dollari che sostiene l’economia, il turismo e l’identità culturale di centinaia di comunità costiere in tutto il mondo. Oggi, però, è a rischio: la complessa combinazione tra il riscaldamento globale e la gestione aggressiva del territorio sta mettendo a serio rischio i cosiddetti “surf break”, ovvero quei luoghi unici in cui le mareggiate oceaniche si trasformano nelle onde ideali da cavalcare.

Lo studio sul surf e il cambiamento climatico

I ricercatori hanno analizzato la vulnerabilità climatica di 57 spot da surf di fama internazionale situati all’interno di 11 Riserve Mondiali del Surf (World Surfing Reserves), distribuite in 8 Paesi. Per valutare lo stato di salute di queste “cattedrali” liquide, il team di ricerca non si è limitato ai modelli teorici, ma ha coinvolto 197 esperti locali divisi in gruppi di lavoro sul territorio. Questo gruppo di custodi dell’oceano, formato da surfer veterani, attivisti ambientali e gestori delle riserve, ha messo a disposizione un patrimonio di conoscenza straordinario, con una media di oltre 105 anni di esperienza collettiva cumulata sul campo per ciascuno spot analizzato. Questa profonda memoria storica si è rivelata fondamentale per interpretare i complessi mutamenti costieri e oceanografici che avvengono gradualmente nel corso del tempo.

Come funziona il protocollo “SurfCat” e come nascono le onde

Per comprendere la fragilità di un’onda, lo studio ha impiegato il protocollo analitico “SurfCat”, che sta a significare “Surf Break Vulnerability to Climate Change Assessment Tool”, sviluppato appositamente per tradurre l’oceanografia costiera in indici di rischio chiari e misurabili. Un surf break si genera quando l’energia di una mareggiata (swell), viaggiando per migliaia di chilometri nell’oceano aperto, incontra un fondale marino più basso che costringe la massa d’acqua a sollevarsi e a infrangersi. Il SurfCat misura cinque parametri chiave:

  1. la sensibilità all’innalzamento del livello del mare e delle maree,
  2. la composizione del fondale e il movimento della sabbia,
  3. la resilienza della linea di costa di fronte all’erosione,
  4. l’esposizione al corridoio di mareggiata,
  5. l’effettiva inclusione dell’onda nei piani ufficiali di adattamento climatico.

Le minacce principali: la morsa del cemento e l’innalzamento dei mari

L’analisi integrata dei dati mostra che l’89% degli spot esaminati presenta un rischio medio o elevato legato alla scarsa resilienza della linea di costa. Questo fenomeno si verifica quando il mare sale ma trova alle sue spalle scogliere artificiali, moli o strade cementificate che impediscono alla spiaggia di arretrare naturalmente, una morsa nota in gergo tecnico come “coastal squeeze” cioè “compressione costiera“.

Altrettanto grave è l’impatto dell’innalzamento dei mari, che rappresenta una minaccia media o alta per il 79% delle onde studiate: l’aumento della profondità dell’acqua sopra i fondali rischia letteralmente di “annegare” gli spot, impedendo alle onde di infrangersi con la pendenza ideale per la spinta della tavola.

Inoltre, il 75% degli spot soffre per l’alterazione dei flussi naturali di sedimenti causata da dighe o opere portuali che bloccano l’arrivo della sabbia, mentre il 65% risente delle variazioni nei venti e nelle tempeste oceaniche che possono deviare i corridoi di mareggiata storici.

A tutto questo si aggiunge un grave vuoto burocratico: il 60% delle onde analizzate non è minimamente considerato all’interno delle politiche pubbliche locali di gestione del clima.

La mappa del rischio: le coste più fragili e i casi di successo

La geografia della vulnerabilità varia notevolmente a seconda della conformazione naturale di ciascun sito. Lo studio evidenzia casi particolarmente critici come Las Flores in El Salvador e Croyde Beach nel Regno Unito, dove quasi tutti gli indici registrano livelli di rischio elevati e richiedono interventi di tutela urgenti. Al contrario, località come Steamer Lane in California o El Elio in Perù mostrano una maggiore resistenza naturale grazie alla presenza di scogliere rocciose e fondali profondi che attutiscono i mutamenti di marea. Un dato affascinante risiede nella presenza di profili di rischio speculari tra spiagge molto distanti, come Costão da Guarda in Brasile e Freshwater Beach in Australia, evidenziando come comunità lontane possano collaborare e scambiarsi strategie di conservazione.

L’indagine ha analizzato anche altre celebri riserve da surf, tra cui Ericeira in Portogallo, le australiane Gold Coast e Noosa, Guarda do Embaú in Brasile, Playa Hermosa in Costa Rica e Malibu negli Stati Uniti.

Soluzioni naturali per difendere i paradisi del surf e le economie costiere

Tutelare le onde significa proteggere interi ecosistemi marini, la biodiversità e il benessere economico delle comunità locali, oltre a garantire che sport e svago siano preservati. Gli autori dello studio sottolineano che la strada da seguire non è la costruzione di ulteriori barriere rigide in cemento, ma l’adozione di soluzioni di adattamento basate sulla natura. Strumenti di tutela legale all’avanguardia, come la Ley de Rompientes in Perù o le direttive sulle onde di rilevanza nazionale in Nuova Zelanda, dimostrano che è possibile blindare le onde per legge impedendo costruzioni dannose. Tra le azioni pratiche più efficaci, secondo i ricercatori, rientrano l’arretramento pianificato delle infrastrutture umane per restituire spazio alla spiaggia, la tutela delle dune e il ripristino dei corsi d’acqua che alimentano di sabbia i fondali.

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