A caldo estremo, estremi rimedi. La Romania ha usato 180 kg di esplosivo per far saltare delle rocce e deviare il corso del Danubio. Obiettivo: garantire il raffreddamento della centrale nucleare di Cernavodă, un’operazione resa critica dai livelli del fiume, ridotto ai minimi storici dopo mesi di piogge insufficienti e temperature elevate.
Perciò, eri 3 agosto le forze navali romene hanno fatto brillare una formazione rocciosa nel canale di Bala, uno dei rami del basso Danubio, con l’idea di liberare lo spazio necessario alla costruzione di una barriera temporanea, una specie di piccola ‘diga’, capace di ridurre il flusso nel canale e convogliare più acqua verso il cosiddetto Vecchio Danubio, il ramo che alimenta la centrale di Cernavodă.
Perché la Romania ha fatto esplodere le rocce
La centrale di Cernavodă dispone di due reattori e, in condizioni normali, produce circa un quinto dell’elettricità della Romania. Entrambe le unità utilizzano l’acqua del Danubio per i sistemi di raffreddamento. Quando la portata del fiume è scesa a valori eccezionalmente bassi, uno dei reattori è stato fermato e anche il secondo ha rischiato di dover interrompere la produzione.
L’intervento con gli esplosivi in pratica punta a innalzare di alcuni centimetri il livello del ramo che raggiunge Cernavodă per consentire al reattore rimasto attivo di continuare a funzionare durante le settimane più critiche dell’estate. La Romania ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per tutto il mese di agosto e ha chiesto a cittadini e imprese di ridurre i consumi. Sta inoltre valutando un aumento delle importazioni elettriche, limitate però dalla capacità delle interconnessioni con il resto d’Europa.
I possibili effetti ambientali dell’operazione
L’esplosione è stata controllata e circoscritta, ma non può essere considerata ambientalmente neutra. Le detonazioni subacquee generano onde di pressione che, a distanza ravvicinata, possono ferire o uccidere i pesci, soprattutto le specie dotate di vescica natatoria. La frantumazione delle rocce e le successive lavorazioni possono inoltre sollevare sedimenti, aumentare temporaneamente la torbidità e disturbare gli organismi che vivono sul fondale.
Esiste poi un impatto più ampio, legato alla deviazione del fiume: modificare la distribuzione dell’acqua tra i diversi rami di un fiume può cambiare velocità della corrente, trasporto dei sedimenti, profondità dei canali e disponibilità di habitat. Anche una barriera temporanea può quindi favorire un tratto del sistema fluviale penalizzandone un altro. L’Agenzia europea dell’ambiente sottolinea come dighe, sbarramenti e altre alterazioni della continuità fluviale incidano sul movimento di acqua, sedimenti e fauna acquatica. Tutti aspetti che peraltro non è possibile quantificare nel caso dell’operazione romena.

L’Ungheria e la centrale di Paks
Lo stesso tipo di crisi ha colpito l’Ungheria, dove la centrale nucleare di Paks dipende anch’essa dalle acque del Danubio. L’impianto ha una potenza complessiva di circa 2 gigawatt e produce normalmente oltre il 40% dell’elettricità nazionale.
Il completo spegnimento, inizialmente annunciato come imminente, è stato temporaneamente evitato grazie a un lieve aumento – 1,5 cm- del livello del fiume. Attualmente però rimane attiva una sola delle quattro turbine, con una produzione di circa 240 megawatt: poco più del 10% della capacità complessiva.
Un nuovo calo del Danubio potrebbe fermare completamente la centrale per diverse settimane, obbligando il Paese ad aumentare le importazioni e a ridurre ulteriormente i consumi industriali. Il premier Péter Magyar ha avvisato che potrebbe essere necessaria a brevissimo una chiusura completa dell’impianto. Il governo ha chiesto a famiglie e imprese di ridurre il consumo di elettricità nelle ore di punta, tra le 17 e le 22, e di limitare l’uso di elettrodomestici energivori come condizionatori e lavatrici. Un piano di emergenza prevede poi una limitazione a rotazione dei consumi negli impianti industriali, e l’aumento della produzione da parte di altre centrali elettriche.
Problemi anche in Serbia, dove i bassissimi livelli del Danubio hanno costretto la principale centrale idroelettrica del Paese a lavorare al 20% della sua capacità, creando anche qui una possibile emergenza energetica.

Dal Reno al Piave, i fiumi europei in sofferenza
Ma la crisi non riguarda soltanto il Danubio. Secondo l’agenzia tedesca per la navigazione interna WSV, sul Reno, principale arteria commerciale dell’Europa centrale, alla fine di luglio la profondità navigabile nel passaggio di Kaub è scesa a circa 25 centimetri, vicino al minimo registrato nel 2018. Le navi hanno dovuto ridurre i carichi anche all’incirca al 20% della capacità, distribuendo le merci su più imbarcazioni e facendo aumentare i costi per l’industria chimica, siderurgica ed energetica tedesca.
Anche il Piave è in forte sofferenza anche se in questo caso la siccità, certamente una delle cause principali, ma non è l’unica responsabile. I dati dell’Arpav, l’Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto, indicano che al 31 maggio il Veneto aveva accumulato un deficit di precipitazioni del 28% rispetto alla media, mentre le alte temperature primaverili hanno consumato rapidamente la neve: nel bacino del Piave restavano appena 10-15 milioni di metri cubi di risorsa nivale.
Questa scarsità naturale è poi aggravata dai prelievi irrigui, idropotabili e idroelettrici e dall’elevato grado di artificializzazione del fiume. A fine luglio, nonostante la riduzione fino al 60% delle derivazioni irrigue, nei tratti più a valle persisteva una grave carenza d’acqua, tanto da spingere le autorità venete ad alzare il livello di severità idrica.
Perché i fiumi sono in secca e che problemi ne derivano
La secca dei fiumi è generalmente il risultato di una catena di fenomeni. Mesi con precipitazioni inferiori alla media riducono inizialmente l’umidità dei suoli e le riserve sotterranee; successivamente diminuiscono anche le portate fluviali, dando origine alla cosiddetta siccità idrologica. Le temperature elevate accelerano l’evaporazione dal terreno e dall’acqua, aumentano la traspirazione della vegetazione e anticipano la fusione della neve, lasciando meno risorse disponibili durante l’estate. Prelievi, dighe e derivazioni possono amplificare ulteriormente il deficit nei tratti già in difficoltà. Nel 2026 l’Osservatorio europeo sulla siccità ha segnalato un peggioramento delle condizioni in gran parte del continente, comprese Germania, Ungheria e Romania.
Le conseguenze vanno ben oltre l’energia. La diminuzione delle portate limita l’irrigazione e riduce i raccolti, mette in difficoltà gli acquedotti, ostacola la navigazione commerciale e il turismo fluviale e può rallentare le produzioni industriali. Nei tratti vicini al mare facilita inoltre la risalita del cuneo salino, rendendo inutilizzabili acqua dolce e terreni agricoli.
Dal punto di vista ecologico, meno acqua significa temperature più alte, minore ossigenazione, frammentazione degli habitat e una maggiore concentrazione degli inquinanti. L’Agenzia europea dell’ambiente avverte che durante i periodi di magra le sostanze contaminanti vengono diluite meno, aumentano i costi di depurazione e possono svilupparsi più facilmente proliferazioni di alghe e cianobatteri.
L’esplosione nel Danubio insomma è una risposta emergenziale e non una soluzione. Può mantenere attivo un reattore per qualche giorno o settimana, ma la crisi in corso mostra quanto siano necessari e urgenti processi di adattamento, anche del sistema energetico e produttivo, a un’Europa più calda, con meno neve e con fiumi sempre più poveri.
