Il lavoro in Italia ha sempre più capelli grigi. A luglio 2026 gli occupati con almeno 50 anni hanno raggiunto quota 10,455 milioni, quasi il doppio dei 5,299 milioni di under 35. Nell’ultimo anno sono stati ancora una volta i lavoratori più maturi a sostenere la crescita dell’occupazione: 364mila in più rispetto a luglio 2025, pari a un aumento del 3,6%.
I dati Istat mostrano una forza lavoro che sta cambiando rapidamente composizione. Tra i 15 e i 24 anni gli occupati sono poco più di un milione, 55mila in meno in dodici mesi; tra i 25 e i 34 anni sono 4,297 milioni, 77mila in più. Nella fascia 35-49 anni si scende invece a 8,616 milioni, con una perdita di 78mila occupati rispetto a luglio 2025.
L’invecchiamento della popolazione pesa, ma non basta a spiegare il fenomeno. L’Istat ha isolato la componente demografica e il risultato resta significativo: tra i 50 e i 64 anni l’occupazione cresce del 3% nei dati osservati e del 2,3% anche al netto dell’effetto demografico. Al contrario, tra i 35 e i 49 anni il calo dello 0,9% diventerebbe un aumento dell’1,1% una volta neutralizzata la diversa consistenza delle generazioni.
Il dato dice quindi qualcosa di più di “l’Italia è un Paese anziano”: i lavoratori maturi stanno aumentando il loro peso anche dentro il mercato del lavoro, con conseguenze dirette per imprese e organizzazioni.
Più over 50 al lavoro, cambiano competenze e organizzazione
Tra i 50 e i 64 anni il tasso di occupazione ha raggiunto il 67,9%, 1,5 punti percentuali in più rispetto a un anno fa. Per i 35-49enni è al 78,3%, mentre tra i 25 e i 34 anni si ferma al 69,5%.
Una forza lavoro più anziana obbliga le aziende a rivedere alcuni meccanismi dati per scontati: formazione concentrata soprattutto sui più giovani, carriere costruite su percorsi lineari, trasferimento delle competenze lasciato agli ultimi anni prima della pensione. Con permanenze più lunghe in azienda, l’aggiornamento professionale deve accompagnare l’intera carriera, soprattutto nei settori investiti dalla digitalizzazione e dall’automazione.
C’è poi il nodo del passaggio di conoscenze. In molti comparti tecnici e industriali, una parte rilevante del patrimonio aziendale non è scritta nei manuali ma accumulata con l’esperienza. Se una quota crescente degli addetti si concentra nelle età più alte, il ricambio non può essere gestito soltanto sostituendo chi esce: servono affiancamento, formazione interna e tempi abbastanza lunghi perché competenze operative e conoscenza dei processi passino da una generazione all’altra.
Anche l’organizzazione quotidiana del lavoro è destinata a cambiare. Mansioni fisicamente pesanti, turnazioni, ergonomia delle postazioni e prevenzione dei rischi assumono un peso diverso quando una parte consistente degli addetti resta al lavoro più a lungo. L’“age management”, ancora poco presente nel lessico delle imprese italiane, diventa così una questione di produttività oltre che di welfare aziendale.
Il confronto tra generazioni resta però più complesso di una semplice contrapposizione tra giovani e anziani. A luglio gli occupati tra i 25 e i 34 anni sono aumentati su base annua, mentre il calo si concentra tra i 15-24enni e i 35-49enni. E tra giugno e luglio gli over 50 hanno registrato una lieve flessione di 6mila unità, a fronte di 41mila occupati in più tra i 35 e i 49 anni.
