Un cimitero di squali nel Sahara: come la scoperta prevede il futuro dei nostri mari 

Oggi stiamo assistendo a un riscaldamento globale analogo ma prodotto dall'uomo
2 Settembre 2026
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Squali deserto canva
(Canva)

Dove oggi si estende l’infinito deserto del Sahara, con dune di sabbia a perdita d’occhio, un tempo si muovevano i più grandi predatori degli oceani. Sull’altopiano di Abu-Tartur, in Egitto, la recente scoperta di una collezione di denti fossili ha svelato la presenza di un antico e ricchissimo cimitero di squali risalente al tardo Cretaceo, il terzo e ultimo periodo dell’era Mesozoica, compreso tra circa 145 e 66 milioni di anni fa.

Questo ritrovamento, documentato in uno studio dell’Università del Cairo guidato dal ricercatore Tarek Yassin, dimostra in modo inequivocabile come questa regione fosse un tempo interamente sommersa dalle acque dell’antico oceano Tetide. Cos’è cambiato e come è possibile che un oceano con una varietà così diversa di squali oggi sia un deserto?

Una biodiversità scritta nei denti

Il motivo per cui i paleontologi hanno rinvenuto solo denti risiede nella natura stessa dei selaci: lo scheletro degli squali è composto da cartilagine, un tessuto che quasi mai resiste ai processi di fossilizzazione, mentre i denti, incredibilmente resistenti, si conservano intatti per milioni di anni.

La collezione scoperta comprende ben sette specie di squali, di cui cinque mai identificate prima in Egitto, tra cui spicca lo Scapanorhynchus cf. raphiodon, rinvenuto per la prima volta in assoluto nell’intero continente africano. Ciò che ha stupito i ricercatori è la straordinaria varietà morfologica di questi denti: lunghi e appuntiti, seghettati, o dotati di zanne ricurve. Questa diversità dimostra che le varie specie di squali non erano in competizione diretta tra loro, ma occupavano differenti nicchie ecologiche nello stesso bacino marino.

Il motore della vita: il fenomeno dell’Upwelling

Com’era possibile la convivenza di così tanti grandi predatori in un’area ristretta? La risposta sta in un fenomeno oceanografico chiamato upwelling , cioè la risalita di correnti profonde e fredde. Queste correnti trasportavano enormi quantità di nutrienti verso la superficie, innescando un’esplosione di vita biologica a tutti i livelli della catena alimentare: dal plancton ai piccoli pesci, fino ad arrivare agli squali al vertice della piramide trofica. È stata proprio questa massiccia proliferazione vitale a generare i ricchissimi giacimenti di fosfati che oggi caratterizzano l’altopiano di Abu-Tartur e che hanno custodito i fossili per milioni di anni.

La lezione climatica: ieri la natura, oggi l’uomo

Questo paradiso marino è stato infine cancellato da un progressivo aumento delle temperature. Nel tardo Cretaceo, un potente effetto serra di origine naturale innalzò le temperature globali, sciogliendo i ghiacci polari e sommergendo le terre. Oggi, stiamo assistendo a un riscaldamento globale analogo, ma con una differenza drammatica: la sua causa è antropica, ovvero indotta dalle attività umane.

Questo aumento di calore rappresenta la minaccia più grave per il futuro dei nostri mari. Il riscaldamento odierno rischia di compromettere la circolazione delle correnti marine e di innescare la stratificazione termica delle acque, bloccando proprio quei sistemi di upwelling che in passato garantivano la vita negli oceani. A questo si aggiungono l’acidificazione delle acque dovuta alle emissioni di CO2 e la proliferazione di alghe e batteri tossici che degradano la qualità dell’acqua.

Il fattore tempo: la vera differenza tra la vita e l’estinzione

La lezione più urgente che ci giunge dal deserto del Sahara riguarda la velocità del cambiamento. I mutamenti climatici del passato geologico sono avvenuti su scale temporali di milioni di anni. Questo ritmo estremamente lento ha concesso agli squali e alle altre specie marine il tempo necessario per migrare, adattarsi e trovare nuovi habitat in cui sopravvivere.

Oggi, al contrario, il riscaldamento globale procede a una velocità senza precedenti nella storia del pianeta, superando di gran lunga la naturale capacità di adattamento e resilienza della biodiversità. Se nel Cretaceo la vita ha avuto il tempo di fuggire e riorganizzarsi altrove, oggi quel tempo semplicemente non c’è più.

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