Mille tonnellate di uranio sotto le Alpi bergamasche: una società canadese vuole riaprire la miniera di Novazza

Presentata al ministero dell’Ambiente una istanza di Valutazione di Impatto Ambientale per riaprire la miniera di Novazza
3 Giugno 2026
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montagne uranio italia
Alpi italiane (Immagine di archivio, Canva)

Una multinazionale canadese ha chiesto al ministero dell’Ambiente di poter rientrare nelle gallerie di una miniera chiusa da quasi quarant’anni, scavata nelle Orobie bergamasche, per valutare se convenga estrarre l’uranio sepolto sotto la montagna. Siamo in alta Val Seriana, frazione Novazza, comune di Valgoglio, provincia di Bergamo, l’iter burocratico è già partito, e torna attuale una domanda congelata dal referendum del 1987: l’Italia è pronta a tornare nell’industria nucleare, questa volta partendo dalle sue stesse montagne?

Per approfondire: Nucleare, dal Parlamento ai cittadini: il nuovo atomo cerca consenso

La miniera, la storia, il giacimento

La miniera di Novazza non è una scoperta recente. L’Agip, all’epoca braccio minerario dell’Eni, aveva identificato e parzialmente sfruttato il giacimento già negli anni Sessanta e Settanta.

Quando il referendum abrogativo del 1987 chiuse i battenti alle centrali nucleari italiane, Novazza smise di avere un valore economico e fu abbandonata. Nelle viscere delle Alpi Orobie, restarono circa 9 chilometri di gallerie sotterranee, oggi dismesse ma ancora percorribili.

Le stime storiche dell’Agip indicano la presenza di circa 1.000 tonnellate di uranio metallico nel giacimento di Novazza. Per dare una misura del suo potenziale: un chilo di uranio arricchito produce energia equivalente a circa 3 milioni di chili di carbone. Le stesse stime storiche aggiungono che nell’area di Piateda, in Valtellina, sull’altro versante, potrebbero esserci oltre 6.000 tonnellate di uranio. Cifre che, messe insieme, renderebbero queste valli tra i depositi più significativi d’Italia.

Va precisato però che si tratta di dati elaborati decenni fa: non ci sono informazioni pubbliche sicure su rilevazioni recenti che confermino o aggiornino queste stime.

Chi è Zenith Energy e cosa vuole fare

La società che ha depositato la richiesta è Zenith Energy, gruppo energetico internazionale con sede in Canada. Per operare in Italia ha costituito una controllata ad hoc, Futuro Energetico Italiano (Fei), che ha presentato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica una istanza di Valutazione di Impatto Ambientale (Via) per riaprire la miniera di Novazza a fini esplorativi.

L’obiettivo di questa prima fase è rientrare nelle gallerie esistenti, effettuare nuove indagini geologiche, prelevare campioni del minerale e aggiornare la mappa del giacimento con strumenti moderni. L’azienda stima che la procedura di Via durerà circa sei mesi; se approvata, la licenza esplorativa aprirebbe un programma di indagini della durata di circa tre anni.

Zenith sottolinea che le attività si svolgerebbero “solo all’interno della miniera”, sfruttando infrastrutture sotterranee già esistenti per limitare nuovi impatti in superficie. L’azienda presenta il progetto come parte di un più ampio “portafoglio di uranio in Italia” e lo inquadra nel contesto della crescente domanda europea di materie prime critiche per la transizione energetica.

La posizione del sindaco

Il sindaco di Valgoglio, Angelo Bosatelli, si trova in una posizione delicata: da un lato, l’estrazione potrebbe dare nuovo slancio a una comunità di appena 110 abitanti alle prese con spopolamento e scarsità di servizi, dall’altro avverebbe in un’area alpina protetta.

Bosatelli non ha chiuso la porta alla multinazionale canaldese, ma ha messo condizioni precise. In primis, ha annunciato l’intenzione di istituire un tavolo di monitoraggio con report mensili, coinvolgendo la Comunità Montana, la Provincia e il Politecnico di Torino per valutazioni tecniche indipendenti. Ha dichiarato inoltre che prima di qualunque decisione definitiva i cittadini verranno consultati. E ha ribadito che “la massima trasparenza” non è una richiesta negoziabile.

Il sindaco di Valgoglio ha anche ricordato di avere in mano una leva concreta: gli ultimi 150 metri di strada che conducono alla miniera sono di proprietà comunale. Se il progetto non offrisse le garanzie richieste, quei metri potrebbero essere chiusi.

I nodi irrisolti

Diversi aspetti restano aperti e, per ora, senza risposte pubbliche verificabili.

Non ci sono dati tecnici aggiornati sul tenore del minerale, ovvero sulla reale concentrazione di uranio nel filone. Mancano anche valutazioni recenti sulla radioattività nelle gallerie in condizioni operative nonché le stime sui costi di estrazione e sulla reale competitività economica del giacimento rispetto ai grandi produttori mondiali come Canada, Kazakhstan e Australia.

Non è disponibile un piano ingegneristico pubblico per la gestione degli scarti di lavorazione (i cosiddetti tailings), che nel caso dell’uranio contengono radionuclidi e richiedono confinamento a lungo termine. A livello locale circolano alcune ipotesi (inertizzazione e stoccaggio in galleria), ma ad ora nessun progetto formale è stato sottoposto a valutazione.

Cosa succede dopo la Via?

Se la Via verrà completata e il governo darà il via libera all’esplorazione, si aprirà un confronto tecnico e politico su un tema che l’Italia non affronta da decenni: quanto pesa la sicurezza energetica rispetto alla tutela di un ecosistema alpino? Qual è il livello di rischio accettabile per comunità piccole e lontane dai circuiti decisionali? E soprattutto: chi decide, con quali dati e con quale legittimità?

  • Perché l’uranio torna strategico

La guerra in Ucraina, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e letensionisullo Stretto di Hormuz, dopo, hanno svegliato l’Europa da una illusione energetica durata quasi un secolo, rimettendo al centro il tema dell’indipendenza energetica. D’altra parte, Bruxelles non vuole rinunciare del tutto al suo Green Deal, già pesantemente ridimensionato negli ultimi mesi per far fronte a un contesto geopolitico e macroeconomico sempre più ostico e imprevedibile.

Questo scenario ha rimesso al centro del dibattito politico l’utilizzo dell’energia nucleare, che viene alimentata dall’uranio. Questo metallo pesante, infatti, è il combustibile dei reattori nucleari: viene estratto, concentrato in una polvere giallognola chiamata yellowcake, poi arricchito e trasformato in combustibile per centrali.

A differenza dei combustibili fossili, in fase di esercizio il nucleare non produce emissioni dirette di CO₂, motivo per cui diversi governi europei lo hanno reinserito nei piani energetici come fonte a basse emissioni.

Per l’Europa avere giacimenti domestici di uranio significa ridurre la dipendenza da importazioni da Russia, Kazakhstan e altri Paesi considerati instabili o non alleati. In questo quadro, giacimenti come quello di Novazza, che fino a pochi anni fa sembravano un capitolo chiuso della storia industriale italiana , tornano ad avere un interesse geopolitico ed economico.

Per approndire: L’Europa scommette sul nucleare: un piano da 330 milioni per energia e cure avanzate

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