Per quasi quarant’anni A23a è stato un punto fermo — letteralmente — della geografia antartica. Ora, invece, non esiste più: si è frammentato fino a scomparire, dopo essere stato per decenni il più grande iceberg del pianeta. La sua parabola descrive meglio di tanti numeri, studi e rapporti, cosa significhi davvero il cambiamento climatico e il ruolo delle emissioni inquinanti sui ritmi della natura.
Che cos’era A23a
Nel 1986, A23a si è staccato dalla piattaforma di ghiaccio Filchner-Ronne, in Antartide, insieme a un gruppo più ampio di iceberg generati dalla stessa area della costa antartica. Con una superficie iniziale di circa 4.000 chilometri quadrati è stato a lungo considerato il più grande iceberg del mondo.
Il distacco di un iceberg di queste dimensioni, noto tecnicamente come calving, è un fenomeno che riguarda regolarmente le grandi piattaforme di ghiaccio antartiche, indipendentemente dal cambiamento climatico: le piattaforme accumulano ghiaccio dai ghiacciai retrostanti e periodicamente ne rilasciano porzioni verso il mare.
Un gigante rimasto bloccato per decenni
Subito dopo il distacco, A23a si è incagliato sul fondale del Mare di Weddell, restando praticamente immobile per più di trent’anni. Solo a partire dal 2020 ha iniziato lentamente a muoversi, fino a liberarsi definitivamente e a intraprendere la sua deriva verso nord a partire dal 2023. Da lì in avanti, il suo percorso attraverso l’Atlantico meridionale lo ha condotto verso acque via via più calde, dando inizio alla sua fase calante.
Perché si è sciolto
La disintegrazione di A23a è avvenuta attraverso un processo progressivo e accelerato, documentato con continuità da satelliti Nasa e dal British Antarctic Survey nel corso del 2025 e dei primi mesi del 2026. Da una superficie di circa 4.000 chilometri quadrati, l’iceberg si è ridotto a circa 180 chilometri quadrati entro marzo 2026.
Le osservazioni satellitari hanno mostrato la comparsa di ampie pozze di acqua di fusione sulla superficie dell’iceberg, un segnale chiaro di indebolimento strutturale interno. Parallelamente, l’erosione ai margini — un fenomeno noto come edge wasting — ha eroso l’iceberg dai bordi verso il centro, disperdendo migliaia di frammenti nell’oceano circostante.
Il ruolo dell’oceano più caldo
Il fattore che ha impresso l’accelerazione decisiva è stato l’ingresso dell’iceberg in acque dell’Atlantico meridionale significativamente più calde rispetto a quelle antartiche di origine. L’Agenzia spaziale europea ha descritto questa fase come tipica degli iceberg che raggiungono latitudini così settentrionali, attribuendola alle temperature marine più elevate e alle condizioni meteorologiche incontrate lungo il percorso. Alcune osservazioni hanno registrato temperature dell’acqua attorno ai 10°C nella fase finale della disintegrazione, condizioni che in Antartide l’iceberg non aveva mai incontrato.
Che cos’è l’hydrofracturing
Il meccanismo fisico dietro la rapidità del collasso finale è l’hydrofracturing: l’acqua di fusione che si accumula in superficie penetra nelle fratture già presenti nel ghiaccio, le allarga dall’interno e ne accelera la propagazione.
Il professor Adrian Luckman dell’Università di Swansea ha definito le immagini satellitari degli ultimi mesi una “prova evidente di una disintegrazione improvvisa” innescata proprio da questo processo. Una volta partito, l’hydrofracturing genera un effetto domino: più l’iceberg si scalda in superficie, più si frattura; più si frattura, più superficie si espone al calore dell’oceano.
Quanto c’entra il cambiamento climatico
A questo punto va fatta una distinzione netta, perché è il punto su cui si concentrano le semplificazioni più fuorvianti.
Il distacco originario di A23a nel 1986 è stato un evento naturale, avvenuto decenni prima che si potesse parlare dell’attuale fase di riscaldamento globale con i livelli raggiunti oggi: non ha senso, quindi, attribuire quel singolo evento al cambiamento climatico contemporaneo.
L’epilogo di A23a, invece, racconta qualcosa di più interessante dal punto di vista umano: l’iceberg si è dissolto in un contesto oceanico e atmosferico diverso da quello in cui si era formato.
Acque più calde e un’atmosfera più calda accelerano la fusione e la frammentazione degli iceberg, e la crescente instabilità delle piattaforme di ghiaccio antartiche si inserisce nel quadro più ampio del riscaldamento globale.
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La velocità con cui A23a si è disintegrato si colloca all’interno del contesto climatico attuale. In pratica, la sua fine descrive esattamente cosa è il cambiamento climatico degli ultimi decenni: un fenomeno naturale a un ritmo innaturale.
Le conseguenze ambientali dello scioglimento
La disintegrazione di A23a non ha un impatto diretto sul livello del mare, perché l’iceberg era ghiaccio già galleggiante: la sua fusione non aggiunge nuovo volume d’acqua all’oceano, esattamente come lo scioglimento di un cubetto di ghiaccio in un bicchiere già pieno non lo fa traboccare.
Gli effetti più concreti riguardano invece la scala regionale. Il rilascio di grandi quantità di acqua dolce e fredda nell’Atlantico meridionale altera localmente le condizioni oceanografiche e la distribuzione dei nutrienti nell’Oceano Antartico. Alcuni ricercatori hanno osservato che l’erosione dell’iceberg ha innescato anche una crescita di microorganismi marini legata al rilascio di nutrienti intrappolati nel ghiaccio, con effetti sulla colonna d’acqua e sui fondali circostanti.
