Dall’Ex Ilva alla Tav, continuano le tensioni e manifestazioni con danni che nei recenti fatti di cronaca in Val di Susa hanno superato il milione di euro. E il Ponte sullo Stretto è già diventato terreno di scontro prima ancora di vedere un cantiere. Tre storie diverse, un unico filo: infrastrutture che non sono solo opere, ma linee di frattura tra ciò che il Paese vuole diventare e ciò che i territori temono di perdere.
Nel 2026, però, la sensibilità è cambiata. La sostenibilità non è più un capitolo aggiuntivo ma una lente attraverso cui si giudica tutto: investimenti, scelte politiche, visioni industriali. In questo scenario, il Ponte potrebbe persino trasformarsi da simbolo di divisione a banco di prova per un nuovo modo di progettare. Ma la domanda resta aperta, e riguarda ogni grande opera: dove si colloca il punto di equilibrio tra progresso e tutela, tra ambizione e realtà? Forse è proprio lì che si decide il futuro del Paese.
Ma andiamo con ordine.
Il caso Ex Ilva
Negli ultimi giorni, lo stabilimento siderurgico di Taranto – il più grande d’Europa – è tornato al centro del vortice mediatico per una decisione giudiziaria. La Corte d’Appello di Milano, presieduta dalla giudice Marianna Galioto, ha ordinato la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento entro 90 giorni. Si tratta della parte vitale della produzione, dove viene fusa la ghisa, ed è considerata la fonte principale di inquinamento.
La motivazione è tecnica: negli impianti rimangono ancora inglobati oltre 2.000 chili di amianto, una fibra killer la cui dispersione è considerata un “pericolo grave e rilevante per la salute umana”. Ne sono già stati smaltiti oltre 6.700, ma i giudici hanno evidenziato che gli impianti sono rimasti “immutati da decenni”, portando a un progressivo ammaloramento e a un rischio di incidenti e rotture non più rinviabile.
Che impatto ha l’ex Ilva sulla salute?
Il motivo per cui i cittadini tarantini protestano da decenni risiede nei numeri. Lo studio epidemiologico Sentieri dell’Istituto superiore di Sanità, che ha analizzato la popolazione di Taranto e Statte, ha riportato dati inequivocabili: nel periodo 1995-2002 si è registrato un eccesso del 30% nella mortalità per tumore del polmone e tra il 40% e il 50% di decessi in più per malattie respiratorie acute rispetto alla media regionale.
Lo scontro sociale
La reazione del governo è stata immediata. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha convocato d’urgenza una riunione a Palazzo Chigi, sottolineando che il decreto della Corte interviene proprio mentre si stava formalizzando la cessione del gruppo a nuovi investitori. Il sottosegretario Alfredo Mantovano ha proposto la creazione di un “tavolo tecnico” per elaborare proposte concrete in un mese, cercando di salvare almeno l’area a freddo dello stabilimento. Ma i sindacati degli operai metallurgici e metalmeccanici, guidati da Michele De Palma (Fiom) e Ferdinando Uliano (Fim), hanno espresso una netta contrarietà alla chiusura, affermando che “dimezzare Taranto equivale a chiudere l’Ilva” e mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro.
La Tav Torino-Lione
Mentre a Taranto si discute di forni e filtri, in Val di Susa si scava. La Tav (Treno ad Alta Velocità) è un progetto ferroviario che prevede un tunnel di base di 57,5 km sotto le Alpi per collegare Italia e Francia. Sabato scorso, i cantieri di Chiomonte hanno subito il peggior attacco degli ultimi anni, durante l’annuale Festival No Tav Alta Felicità. Le indagini sugli assalti ipotizzano il reato di devastazione con danni stimati dal presidente del Piemonte Alberto Cirio superiori al milione di euro: oltre 800 gli identificati.
Ma perché una ferrovia genera tanta violenza? Come illustrato in uno studio di Roberto Compagnoni e Chiara Groppo dell’Università di Torino, pubblicato nei rendiconti della Società Geologica Italiana, le rocce della Val di Susa ospitano vari minerali classificati come amianto, tra cui crisotilo, tremolite e actinolite. Il documento spiega chiaramente che tali fibre possono essere rilasciate nell’ambiente non solo per processi naturali, ma specificamente a causa dell’attività antropica legata ai lavori di scavo. Viene inoltre evidenziata la presenza diffusa di altri particolati nocivi come l’antigorite e il diopside, che possono assumere un pericoloso abito fibroso.
Il Ponte sullo Stretto di Messina
Se l’Ex Ilva inquina da oltre sessant’anni e i lavori alla Tav procedono con ripercussioni su ambiente e salute da trent’anni, una nuova grande opera è già stata indicata come la prossima protagonista del dissenso popolare: il Ponte sullo Stretto di Messina.
Il progetto vanta una campata centrale di 3.300 metri e un costo stimato di 13,5 miliardi di euro. Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini lo difende definendolo un’opera “green” che toglierà traffico e code, avvicinando la Sicilia al “cuore dell’Europa”.
La Cgil e il suo segretario Maurizio Landini hanno presentato un esposto alla Corte dei conti per sospetto danno erariale. Landini sostiene che “ogni euro sprecato per il Ponte è un euro tolto a ospedali, scuole e vere infrastrutture di cui il Sud ha bisogno“. Le critiche riguardano l’incertezza sul costo definitivo e l’impatto ambientale su un ecosistema unico.
Perché le opere proseguono?
Ma allora perché il sentimento comune sembra essere quello di un governo o di privati che avanzano con queste grandi opere a scapito dei cittadini? L’ago della bilancia si trova in un insieme di interessi strategici nazionali, impegni internazionali e necessità economiche che, nella visione dell’esecutivo e dei privati, spesso prevalgono sul sentimento locale dei costi del territorio.
Nel caso dell’Ex Ilva, gli impianti siderurgici sono classificati come “stabilimenti di interesse strategico nazionale” dalla normativa italiana (art. 1 del D.L. 207/2012), e ciò ha orientato gli interventi pubblici verso la continuità produttiva e la salvaguardia dell’occupazione. Il Governo ha confermato finanziamenti per garantire l’operatività e la necessità di preservare la capacità produttiva e i livelli occupazionali del sito. Documenti tecnici e parlamentari mostrano inoltre che la complessa procedura di amministrazione straordinaria, i tentativi di vendita e gli investimenti previsti per la transizione tecnologica (come la sostituzione degli altiforni con forni elettrici) contribuiscono a mantenere attivo il percorso di continuità operativa, in un quadro che mira a conciliare produzione, tutela ambientale e occupazione.
Per quanto riguarda la Tav Torino–Lione, l’opera prosegue in virtù di accordi bilaterali tra Italia e Francia e del suo inserimento nei corridoi transeuropei di mobilità, che prevedono finanziamenti europei e impegni contrattuali già assunti. I cantieri risultano avanzati sia sul lato francese sia su quello italiano, con lavori preparatori completati e l’avvio delle opere principali. Inoltre, il Decreto Infrastrutture del 2026 include misure di compensazione territoriale per i comuni della Val di Susa, destinate a mitigare l’impatto dei cantieri e a mantenere gli impegni assunti con le comunità locali. Fermare l’opera comporterebbe la perdita di circa 800 milioni di euro di fondi Ue e l’obbligo di restituire somme già ricevute.
Per il Ponte sullo Stretto, il nodo ruota attorno alla modernizzazione e al rilancio del Sud. Il ministro Salvini ha parlato di un vero e proprio “rinascimento di opere pubbliche” con cantieri aperti per miliardi di euro in Calabria e Sicilia. L’opera viene presentata come un modo per ridurre il traffico pesante e code dai traghetti, inoltre rappresenterebbe l’ingegneristica italiana in tutto il mondo con una capacità di resistenza a sismi di magnitudo 7.1 e venti estremi.
Gli elementi ricorrenti nelle contestazioni
Cosa ci insegnano queste storie? L’Italia sembra soffrire di tre mali, elementi ricorrenti nelle contestazioni:
- Ritardo cronico: quando le opere arrivano dopo 20 o 30 anni (come la Tav, ideata nel 1991), nascono già vecchie e inadeguate alle nuove sensibilità ambientali.
- Mancanza di dialogo: la sostenibilità non la si può intendere solo come un parametro tecnico, ma anche sociale. Le decisioni che sembrano “calate dall’alto” e imposte ai territori locali generano una sfiducia che i decreti non possono sanare.
- Il peso del passato: casi come l’Ilva mostrano che non si può costruire il futuro su impianti rimasti immutati per decenni, ignorando i segnali di allarme sanitari o ambientali.
Il Paese è a un bivio: continuare a vedere l’ambiente come un ostacolo al profitto o come la base stessa su cui progettare nel rispetto della sostenibilità sociale. La lezione dell’Ilva e della Tav è chiara: se il progresso non garantisce la vita di chi abita il territorio, non è progresso, è solo un cantiere che non troverà mai pace. E con il Ponte sullo Stretto di Messina c’è la possibilità di dimostrare il contrario.
