Il “killer” delle nostre amate vongole nasconde un segreto prezioso sotto la corazza. A confermarlo è uno studio condotto dall’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, in collaborazione con l’Università della Calabria, secondo i quali è possibile estrarre chitina di alta qualità dai granchi blu, in modo rapido e efficace.
La ricerca, pubblicata sulla rivista International Journal of Biological Macromolecules, dimostra come la scienza possa trasformare una minaccia ecologica in una risorsa fondamentale per la bioeconomia circolare. Ma cos’è la chitina? E a cosa serve?
L’invasore è un caso nazionale
Il Mar Mediterraneo è uno dei 25 “hotspot” di biodiversità più importanti al mondo, ma è anche vittima di oltre mille specie aliene. Tra queste, il granchio blu atlantico (Callinectes sapidus) è tra le cento più invasive: arrivato probabilmente attraverso le acque di zavorra delle navi, ha colonizzato lagune ed estuari con una velocità impressionante grazie alla sua tolleranza a diverse temperature e salinità.
In Italia, le zone più colpite sono le coste del Mar Adriatico, dove questo predatore ha decimato le popolazioni di vongole con perdite che sfiorano il 90%. Poiché l’eradicazione completa è ormai considerata impossibile, la scienza suggerisce una strategia diversa: lo sfruttamento sostenibile.
Trasformare 270.000 tonnellate di scarti in ricchezza
Il consumo alimentare del granchio blu è una parte della soluzione, ma genera un nuovo problema ambientale. Il 70-85% del peso vivo del crostaceo (carapaci, chele, visceri) non è edibile e viene scartato. Ogni anno si producono circa 270.000 tonnellate di questi rifiuti che, se non gestiti, finiscono in discarica o vengono inceneriti, con costi economici e ambientali pesanti. Ma è in questi scarti che si nasconde il tesoro: la chitina. il secondo polisaccaride più abbondante sulla Terra dopo la cellulosa.
La chitina è un biopolimero “magico”: è biodegradabile, biocompatibile, antiossidante e antimicrobica.
Il segreto è in cucina: il metodo Enea
L’innovazione dei ricercatori Enea e dell’Università della Calabria risiede nel pretrattamento termico. Sottoporre i carapaci a una “cottura” di soli 5-10 minuti a 100 °C, un processo standard per l’industria alimentare, cambia drasticamente la struttura chimica del guscio.
Perché la cottura è la svolta? Nei campioni cotti, il contenuto di ceneri (impurità minerali) crolla dal 13,4% all’1,2%, garantendo un prodotto finale molto più pulito. Il calore, inoltre, “allenta” il legame tra proteine e minerali, permettendo di estrarre la chitina usando acidi e basi molto più diluiti rispetto ai metodi tradizionali e riducendo i rifiuti chimici e il fabbisogno energetico. Il recupero di chitina dai gusci precotti è superiore (17%) rispetto a quelli freschi (14%).
La chitina ottenuta è del tipo alfa-chitina ad altissima qualità, con un grado di acetilazione del 97%, rendendola idonea per le applicazioni più sofisticate.
Ma dove finisce tutta questa chitina?
Non stiamo parlando di prodotti di serie B. La chitina estratta dal granchio blu è destinata a settori ad alto valore aggiunto:
- Biomedicina e farmaceutica: per creare medicazioni avanzate e tessuti biocompatibili grazie alle sue proprietà curative.
- Cosmetica: come ingrediente naturale e sicuro per prodotti di bellezza.
- Packaging alimentare: per sviluppare pellicole biodegradabili che conservano meglio i cibi grazie all’azione antimicrobica.
- Agricoltura green: come biostimolante naturale per proteggere le piante senza usare pesticidi sintetici.
- Biotecnologie: per la creazione di nuovi materiali intelligenti.
“Questo lavoro rappresenta un passo significativo verso la valorizzazione dei sottoprodotti della filiera del granchio blu”, ha spiegato Alessandra Verardi, ricercatrice Enea e coautrice dello studio. Invece di limitarsi a subire l’invasione, l’Italia, secondo i ricercatori, può diventare capofila in un modello produttivo dove lo scarto diventa una materia prima d’eccellenza, chiudendo il cerchio della sostenibilità.
