Carriere discontinue, salari più bassi, pensioni ridotte: la traiettoria del gender gap

Dal lavoro alla pensione, il Rendiconto di Genere 2025 del Civ Inps mostra come le disuguaglianze si accumulino lungo tutto l’arco della vita
24 Febbraio 2026
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Gender Gap

Le donne sono la maggioranza tra i pensionati, ma minoranza tra i dirigenti. Sono più laureate degli uomini, ma guadagnano meno in quasi tutti i settori. E quando lasciano il lavoro, l’assegno che ricevono può essere inferiore di quasi la metà.

Il Rendiconto di Genere 2025 del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps mette in fila questi numeri e li collega lungo un’unica traiettoria: quello che accade all’inizio della carriera si riflette, inevitabilmente, alla fine. Non è una fotografia settoriale, ma un attraversamento completo del ciclo di vita – istruzione, lavoro, cura, ammortizzatori sociali, pensioni – con un filo conduttore chiaro: le differenze si accumulano.

Più titoli, meno potere: il paradosso dell’istruzione femminile

La distanza tra donne e uomini si apre già nella distribuzione dei percorsi scolastici e universitari, ma con un segno che potrebbe far pensare a un riequilibrio. Nei licei le studentesse sono il 61% degli iscritti; negli istituti tecnici scendono al 32%. All’università la presenza femminile è dominante: 59,4% tra i laureati triennali, 57,8% tra i magistrali, 69,4% nelle magistrali a ciclo unico. Nei master di primo livello le donne arrivano al 66,9% dei diplomati. Anche nei dottorati la distribuzione è sostanzialmente equilibrata (49,7% donne).

Il sorpasso formativo è consolidato. Non si traduce, però, in un analogo accesso alle posizioni apicali. Come ha ricordato Tania Pagano, Consigliera Civ Inps, “sono soltanto poco meno del 22% le dirigenti a tempo indeterminato e poco più del 33% i quadri”. Il dato conferma una difficoltà strutturale nel raggiungere i vertici organizzativi, nonostante il capitale umano accumulato. Fanno eccezione, in senso opposto, comparti come la scuola e la sanità, dove la presenza femminile è largamente maggioritaria; all’estremo opposto, nelle Forze armate, nei Corpi di polizia e nei Vigili del fuoco le donne non arrivano al 10% dei contratti a tempo indeterminato.

Anche nei percorsi Stem la lettura è meno lineare di quanto si immagini. Nelle lauree triennali Stem gli uomini restano prevalenti (61%), mentre nelle magistrali a ciclo unico la quota femminile sale al 62%. A un anno dalla laurea magistrale in ambito Stem il tasso di occupazione maschile raggiunge il 90,4%, quello femminile si ferma intorno all’85%: una differenza che indica che la transizione verso il lavoro continua a penalizzare le donne anche nei settori più dinamici.

Il lavoro che c’è, quello che manca e quello a metà

Il divario si amplia nel mercato del lavoro. Nel 2024 il tasso di occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni è al 53,3%, contro il 71,1% degli uomini. Il tasso di inattività femminile raggiunge il 42,4%, quasi il doppio di quello maschile (24,4%). Le donne sono più numerose nella popolazione, ma meno presenti nel lavoro retribuito.

Tra i dipendenti assicurati a tempo indeterminato nel 2024 le donne rappresentano il 40,4%. Nei contratti a termine la quota sale al 47,6%. La stabilità occupazionale continua a essere prevalentemente maschile. Il lavoro autonomo rafforza questa lettura: tra gli artigiani comunitari le donne sono il 21,49%, tra i commercianti il 36,03%. Nel lavoro domestico, invece, la presenza femminile supera il 93%, confermando una forte segmentazione settoriale.

Il part-time resta uno snodo decisivo. Secondo quanto illustrato da Pagano, le lavoratrici part-time superano i colleghi di circa un milione e mezzo, con una concentrazione marcata nella fascia 45-54 anni. Il part-time involontario – cioè non scelto ma accettato in assenza di alternative – è in diminuzione negli ultimi cinque anni, ma la componente femminile resta tripla rispetto a quella maschile. La riduzione complessiva del fenomeno non cancella la sua distribuzione asimmetrica.

Il ricorso agli ammortizzatori sociali offre un ulteriore indicatore. Nel 2024 le donne sono più numerose tra i beneficiari di NASpI e Dis-Coll, mentre prevalgono gli uomini nella disoccupazione agricola. L’incidenza femminile più elevata nelle principali indennità di disoccupazione segnala una maggiore frequenza di interruzioni dei rapporti di lavoro: il trend è coerente con i due anni precedenti.

Guadagni più bassi, carichi più alti

Il divario retributivo resta uno degli indicatori più evidenti. Nel settore privato la differenza media nelle retribuzioni giornaliere tra uomini e donne è pari al 25,73%. Su 18 settori analizzati, nove presentano un gap superiore al 20%. Le distanze più ampie si registrano nelle attività finanziarie e assicurative (31,7%), nelle attività professionali, scientifiche e tecniche (34,2%) e in quelle immobiliari (40,2%). Non si tratta solo di minore presenza femminile nei comparti più remunerativi, ma di differenze interne ai medesimi settori.

Nel pubblico il differenziale è più contenuto, ma non assente: nel Servizio sanitario e nelle università ed enti di ricerca gli uomini percepiscono in media il 19,8% in più. Le retribuzioni medie giornaliere risentono non solo dell’inquadramento contrattuale, ma anche di straordinari, trattamenti individuali e diffusione del part-time, più frequente tra le donne.

Il lavoro di cura continua a gravare in misura prevalente sulle donne. Nel 2024 le giornate di congedo parentale autorizzate alle donne sono state 15.409.095 contro 2.771.988 agli uomini. Le beneficiarie di congedi parentali sono state quasi 300mila, a fronte di 124mila uomini. Il congedo di paternità obbligatorio, introdotto nel 2013 e oggi pari a 10 giorni, registra un utilizzo crescente ma resta concentrato tra i lavoratori a tempo indeterminato. La distribuzione per età mostra che le donne ricorrono maggiormente ai congedi tra i 25 e i 34 anni, gli uomini tra i 35 e i 44, riflettendo un diverso timing nella stabilizzazione lavorativa e familiare.

Sul fronte dei servizi per l’infanzia, l’offerta di posti autorizzati per i bambini 0-2 anni è cresciuta negli ultimi dieci anni, ma l’obiettivo europeo di 45 posti ogni 100 bambini è stato raggiunto solo dall’Umbria. Campania, Sicilia e Calabria restano su livelli sensibilmente inferiori alla media nazionale. Il bonus asilo nido registra un incremento costante delle domande, nonostante la diminuzione delle nascite. L’importo medio mensile è cresciuto dell’11% nel pubblico e di quasi il 16% nel privato negli ultimi cinque anni. L’interesse per i servizi educativi aumenta, ma l’offerta resta disomogenea.

La pensione come specchio di tutto il resto

Le differenze accumulate durante la vita lavorativa si riflettono nella fase previdenziale. Le donne sono il 51,5% tra i pensionati IVS, il 61,9% tra i beneficiari di pensioni e assegni sociali, il 58,9% tra i percettori di invalidità civile o indennità di accompagnamento. In termini numerici le pensionate sono 7,99 milioni, contro 7,37 milioni di uomini.

La distribuzione per tipologia di trattamento cambia il quadro. Tra le pensioni di anzianità o anticipate nel Fondo lavoratori dipendenti le donne rappresentano il 27,6% del totale; tra gli autonomi il 25,7%. L’accesso alla pensione anticipata richiede carriere contributive continue, più frequenti tra gli uomini. Le donne sono invece più presenti nelle pensioni di vecchiaia e nelle reversibilità, anche per effetto della maggiore speranza di vita (85,6 anni contro 81,5).

Il divario negli importi è marcato. Nelle pensioni anticipate del Fondo lavoratori dipendenti l’importo medio è di 2.455 euro per gli uomini e 1.838 per le donne, con una differenza del 25,1%. Nelle pensioni di vecchiaia il gap è ancora più ampio: nel lavoro dipendente privato le donne percepiscono in media il 46,2% in meno rispetto agli uomini. Il differenziale si conferma anche tra autonomi e dipendenti pubblici.

Gli strumenti di anticipo pensionistico offrono un’ulteriore indicazione. Opzione Donna ha registrato una riduzione progressiva delle adesioni con il restringimento dei requisiti. Nel 2025, tra i beneficiari di Quota 103, le donne sono state 206 contro 5.437 uomini. Il dato sintetizza la diversa capacità di maturare i requisiti contributivi richiesti.

Il Rendiconto dedica spazio anche alla violenza di genere come indicatore di vulnerabilità economica e sociale. Nel 2024 le donne rappresentano il 64% delle vittime di omicidi volontari in ambito familiare o affettivo, percentuale che sale al 90% nei casi commessi da partner o ex partner. Il Reddito di libertà ha consentito di accogliere 3.711 domande nel 2025 dopo lo sblocco di nuovi fondi. Anche il congedo indennizzato per le vittime di violenza registra un utilizzo crescente.

Lungo l’intero percorso, dall’istruzione alla pensione, il denominatore resta costante: minore presenza nelle posizioni apicali, maggiore esposizione alla discontinuità lavorativa, retribuzioni inferiori, assegni pensionistici più bassi. Le cifre non isolano un singolo segmento del mercato del lavoro, ma descrivono un andamento che attraversa le fasi della vita economica e sociale del Paese.

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