L’aria che respiriamo ogni giorno potrebbe esercitare un’influenza non soltanto sui nostri polmoni e sul nostro sistema cardiovascolare, ma anche sul benessere psicologico e sul rischio di suicidio. A suggerirlo è una ricerca guidata dal Centre for Public Health della Queen’s University di Belfast ed è stata firmata dalle ricercatrici Sophie Marie Jones e Ruth F. Hunter insieme al loro team.
Pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Epidemiology and Community Health, il lavoro si configura come una revisione sistematica e meta-analisi. Gli autori hanno cioè esaminato 45 studi empirici pubblicati tra il 2010 e il 2024 e condotti in diversi Paesi dell’Europa, dell’America del Nord e dell’Asia, combinando quantitativamente i dati di 29 di queste ricerche per valutare l’impatto degli inquinanti ambientali su suicidi, tentati suicidi e ideazione suicidaria: ecco cos’è emerso.
Cosa dicono i dati sugli inquinanti
L’analisi ha preso in esame quattro forme di inquinamento ambientale – aria, rumore, luce e acqua – evidenziando le associazioni più significative per la qualità dell’aria. In particolare, le polveri ultra-sottili PM2.5 mostrano il legame più evidente. Un’esposizione a breve termine (inferiore ai sei mesi) si associa a un lieve incremento del rischio ad ogni aumento di 10 microgrammi per metro cubo di concentrazione. Quando l’esposizione al PM2.5 si protrae a lungo termine (più di sei mesi), la probabilità stimata di rischio cresce del 52,5% per la stessa variazione di concentrazione.
Per quanto riguarda il particolato PM10, l’esposizione a breve termine registra un aumento del rischio contenuto ma statisticamente significativo (circa +1% per ogni 10 µg/m³), mentre i dati sull’esposizione a lungo termine non hanno raggiunto una significatività statistica analoga. Il biossido di azoto (NO2), un gas tipicamente legato alle emissioni del traffico veicolare, mostra invece un impatto rilevante soprattutto nell’esposizione prolungata a lungo termine, dove ad ogni incremento di 10 parti per miliardo corrisponde un aumento del rischio stimato del 31,7%. Al contrario, l’inquinamento acustico da traffico mostra una tendenza positiva senza toccare la significatività statistica, mentre i dati relativi all’inquinamento luminoso e idrico risultano ancora scarsi o incoerenti.
I possibili meccanismi biologici
I ricercatori ipotizzano che gli agenti inquinanti possano influenzare il cervello attraverso diverse vie biologiche e psicologiche. L’inalazione cronica di polveri sottili e sostanze gassose può scatenare risposte di neuroinfiammazione e tossicità cellulare, in grado di alterare i circuiti cerebrali dedicati alla regolazione dell’umore e alla resilienza verso lo stress. Allo stesso tempo, fattori come il rumore del traffico o la luce artificiale notturna possono frammentare il sonno e alterare i ritmi circadiani, aumentando lo stress complessivo e la vulnerabilità emotiva.
Il parere degli esperti: associazione non significa causalità
La professoressa Ruth Hunter, autrice principale dello studio e professoressa di Sanità Pubblica e Salute Planetaria del Centro di Sanità Pubblica della Queen’s University di Belfast, ha dichiarato che l’influenza dei fattori ambientali sul rischio di suicidio “è ancora poco conosciuta. Partendo da questo lavoro, approfondiremo lo studio dell’esposizione ambientale e del rischio di suicidio nell’Irlanda del Nord”.
La dottoressa Sophie Jones, co-autrice principale dello studio ha aggiunto che questo studio “raccoglie dati sull’esposizione a fattori ambientali e sui pensieri e comportamenti suicidari, evidenziando come l’ambiente in cui le persone vivono possa svolgere un ruolo importante nel rischio di suicidio”. Ma rappresenta solo un primo passo “verso la comprensione di queste relazioni e sottolinea la necessità di ulteriori ricerche per comprendere i meccanismi sottostanti e individuare opportunità di prevenzione”.
Le prospettive per la salute pubblica
Ogni anno nel mondo più di 720.000 persone muoiono per suicidio, ed è la terza causa di morte tra i giovani dai 15 ai 29 anni secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Gli autori della ricerca della Queen’s University di Belfast concludono che la qualità dell’aria e dell’ambiente urbano debba essere considerata tra i fattori di rischio modificabili.
Ridurre lo smog e progettare città con più spazi verdi e meno rumore non rappresenta una soluzione individuale isolata, ma può diventare una componente preziosa all’interno delle strategie collettive di prevenzione e promozione del benessere
