La Chiesa tenta l’impresa che neanche l’Onu è riuscita a compiere: smuovere (davvero) le coscienze sul cambiamento climatico e sulla crisi ambientale. Il nuovo documento della Commissione Teologica Internazionale (Cti), pubblicato il 2 settembre 2026 con l’autorizzazione di Papa Leone XIV, inserisce per la prima volta il concetto di “peccato contro il Creato”, sostenendo che l’uomo è chiamato a gestire la sua casa (il termine “ecologia” deriva dal greco “oikos”, che significa proprio “casa” + “logos”, che in questo contesto significa “studio”).
Il testo, intitolato “Prendersi cura della nostra Casa comune – Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario”, frutto di un lavoro di riflessione condotto tra il 2022 e il 2025, formalizza una svolta dottrinale attesa da anni nel dibattito etico globale: il degrado ambientale e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali non possono più essere considerati mere esternalità negative dell’economia, ma configurano un vero e proprio peccato contro il creato e contro il Creatore.
Il documento nasce per rispondere a una crisi definita “ecologica e sociale, miope e suicida”, generata da quella che i teologi chiamano una “triplice mutazione” storica: la perdita della percezione spontanea della natura come creazione, l’affermarsi di una visione antropocentrica e predatrice, e il conseguente dilagare della crisi planetaria che oggi osserviamo.
Quanto evidenziato dalla Cti smentisce chi utilizza la fede come giustificazione per negare il cambiamento climatico generato dall’uomo. Tra i diversi casi registrati nell’area conservatrice, spicca quello della senatrice repubblicana Usa, Mary Miller, che un anno fa definiva “una farsa” il cambiamento climatico, sostenendo che “Dio controlla il clima perché controlla il sole, e il sole controlla principalmente il tempo meteorologico”.
Perché la Chiesa parla di “peccato contro il creato”
Nel dibattito pubblico sui cambiamenti climatici e sulla distruzione degli habitat si ricorre spesso a formule di carattere tecnico o giuridico, come il termine “ecocidio”. La Commissione Teologica Internazionale sceglie invece di codificare l’espressione “peccato contro il creato”, legando in modo inseparabile il danno arrecato agli ecosistemi alla responsabilità etica individuale e collettiva.
In base a questa definizione, danneggiare le matrici ambientali — l’aria, l’acqua dolce, il suolo fertile — significa alterare gli equilibri fisici che sostengono la vita stessa. Per la dottrina, la sostenibilità non è dunque una scelta opzionale o una tendenza di mercato, ma “un criterio imprescindibile” che deve normare il sistema di vita e il modello economico che lo regge.
L’attuale momento storico, si legge nel documento, “richiede a tutti, a partire da coloro che sono responsabili della vita pubblica, un’azione urgente a favore della sostenibilità del pianeta”, la stessa richiesta dall’Onu nell’appello sull’intensificarsi de El Niño.
Biodiversità e risorse: l’impatto materiale della crisi ecologica
L’analisi della Commissione non resta sul piano teorico, ma richiama dati concreti sul deterioramento planetario.
La perdita di biodiversità viene indicata non come “un lusso esotico”, bensì come “un fattore chiave” per la sicurezza alimentare globale. Il peggioramento della qualità dell’acqua, l’inquinamento atmosferico e l’accelerazione distruttiva causata dalla guerra colpiscono in modo asimmetrico le fasce più deboli della popolazione mondiale, sfruttate nelle proprie risorse naturali e spesso costrette alla migrazione forzata. Come più volte evidenziato su queste pagine e dai rapporti internazionali, chi è meno responsabile del cambiamento climatico finisce per subirne le conseguenze peggiori.
Di fronte a questo quadro “senza precedenti”, il documento chiarisce che soluzioni scientifiche e tecniche — come i cambiamenti nei sistemi di produzione, consumo, trasporto ed energia — sono indispensabili, ma non sufficienti se non accompagnate da un cambiamento più profondo dei valori culturali. Per questo, la Commissione auspica una vera e propria conversione ecologica nel modo di vivere quotidiano.
Oltre l’antropocentrismo predatorio: l’uomo come amministratore
Sul piano del rapporto tra uomo e risorse naturali, il testo respinge due estremi opposti. Da una parte l’antropocentrismo predatorio, che considera l’umanità come “padrona assoluta di tutto il creato” e tratta il pianeta come una riserva inesauribile da sfruttare senza vincoli. Dall’altra il biocentrismo o ecocentrismo, che assolutizza la natura negando la specificità dell’essere umano.
La proposta cristiana è quella di un “antropocentrismo situato” — espressione già usata da Papa Francesco e ripresa da Leone XIV — che pone l’essere umano come “amministratore e servitore del Creato”: chiamato a curarlo secondo “la mente e gli interessi legittimi del proprietario”, che è Dio, e non secondo il proprio arbitrio. In questa prospettiva rientra anche il richiamo al “principio sabbatico”: un giorno alla settimana in cui la Terra può riposare nel rispetto dei suoi ritmi originari, un insegnamento che aiuta ad “avere uno sguardo disinteressato, liberato dall’appetito di possedere, dominare o aggredire”.
Modelli economici, consumo e responsabilità condivisa
Il documento traccia indicazioni operative che incrociano le scelte economiche.
Partendo dal principio della destinazione universale dei beni, si ribadisce che per la tradizione cristiana “la proprietà privata non è un diritto assoluto”, e che la Casa comune va custodita anche in vista delle generazioni future.
Sul versante dei comportamenti individuali, l’atto di acquisto viene definito esplicitamente “un atto morale”, capace di orientare — attraverso scelte quotidiane e apparentemente minori — le filiere produttive verso standard di minore impatto ambientale. A questo si affianca l’invito all’ascesi e al digiuno, intesi come risposta morale al sovrasfruttamento delle risorse, in particolare da parte dei Paesi più ricchi, insieme alla richiesta di un impegno differenziato secondo le responsabilità storiche ed economiche delle diverse Nazioni.
Il grido della Terra e la collaborazione tra le fedi
Un passaggio centrale del documento lega indissolubilmente la crisi ambientale a quella sociale: l’ascolto del “grido sconvolgente” della Terra è “tragicamente legato al grido dei poveri”, che patiscono in modo più severo le conseguenze del maltrattamento del pianeta e dispongono di minori risorse per mitigarne gli effetti.
Infine, la Commissione sottolinea che questa battaglia richiede una convergenza che superi i confini della sola tradizione cristiana. Guardando a giudaismo, Islam, induismo, buddismo, confucianesimo e alle religioni africane e indigene, il documento individua un terreno comune fatto di interconnessione tra tutti gli esseri viventi e responsabilità umana verso la natura. “Le porte sono aperte”, si legge, “a una collaborazione interreligiosa nel compito comune della custodia rispettosa di tutto il Creato”: un’alleanza globale necessaria, conclude la Cti, per fermare il collasso degli equilibri planetari prima che diventi irreversibile.
