Giappone: pantaloncini in ufficio per ridurre i consumi, ma il Cool Biz non piace a tutti

Il dress code informale genera un risparmio energetico equivalente al fabbisogno mensile di 240mila famiglie giapponesi, ma per qualcuno i pantaloncini sono troppo
23 Luglio 2026
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Immagine generata con Canva Ai

Da vent’anni il Giappone affronta il caldo estivo con una strategia insolita per noi occidentali: cambiare le regole del dress code aziendale per ridurre l’uso dell’aria condizionata. Quest’anno il Cool Biz, la campagna che consente ai lavoratori di rinunciare a giacca e cravatta durante l’estate, si è ampliato fino ad ammettere pantaloncini e sneaker negli uffici pubblici di Tokyo, ma questo non è piaciuto a tutti. Fino a che punto il caldo e il timore per le bollette possono prevalere sulle regole di costume da osservare in ufficio?

Cos’è il Cool Biz

Il Cool Biz è una politica di abbigliamento informale per gli ambienti di lavoro, pensata per permettere alle persone di tollerare temperature più alte negli uffici senza fare eccessivo ricorso all’aria condizionata.

La regola prevede di mantenere la temperatura interna a 28 gradi Celsius, una soglia significativamente più alta rispetto ai livelli tipici del raffrescamento intensivo occidentale, compensata da un abbigliamento più leggero: camicie a maniche corte, niente cravatta, niente giacca. Non si tratta di un obbligo normativo rigido, ma di una linea guida istituzionale che nel tempo si è consolidata come prassi sociale accettata nella maggior parte degli ambienti professionali giapponesi.

Perché è stato introdotto

Il Cool Biz nasce nel 2005 per iniziativa di Yuriko Koike, allora ministra dell’Ambiente sotto il governo di Junichiro Koizumi, oggi governatrice di Tokyo.

L’obiettivo dichiarato era esplicitamente climatico ed energetico: ridurre le emissioni di CO2 legate all’uso intensivo dell’aria condizionata nei mesi più caldi, in un Paese storicamente povero di risorse energetiche proprie e fortemente dipendente dalle importazioni.

I risultati misurati anno dopo anno dal Ministero dell’Ambiente giapponese confermano l’efficacia della misura: circa 460mila tonnellate di CO2 risparmiate già nel primo anno di applicazione, salite a 1,69 milioni di tonnellate nel 2010 e a oltre 2,2 milioni di tonnellate nel 2012. Solo nel 2005, la compagnia elettrica Tepco stimò un risparmio energetico equivalente al fabbisogno mensile di 240mila famiglie giapponesi: un dato che dimostra come un intervento comportamentale, apparentemente marginale come un dress code aziendale, possa tradursi in una riduzione misurabile della domanda di energia elettrica su scala nazionale.

Il “Super Cool Biz” del 2021 e i pantaloncini del 2026

Dopo il terremoto e lo tsunami del 2011, con la crisi energetica seguita alla chiusura delle centrali nucleari giapponesi, il governo lanciò il “Super Cool Biz”, un’estensione delle linee guida che introduceva capi ancora più informali, mantenendo la stessa logica di riduzione dei consumi.

Oggi, con Tokyo alle prese con ondate di calore che, citando le fonti locali, hanno raggiunti un “livello disastroso”, la policy si è ulteriormente estesa ai pantaloncini negli uffici pubblici della capitale, confermando il passaggio da misura temporanea di risparmio energetico a strumento di adattamento climatico permanente.

Le proteste contro il Cool Biz

L’apertura ai pantaloncini, però, ha incontrato un ostacolo non previsto dai promotori della misura: le convenzioni sociali giapponesi legate all’aspetto estetico in ufficio.

Un sondaggio condotto nel mese di giugno 2026 da Gorilla Clinic ha rilevato che il 53,5% degli intervistati si dichiara contrario all’idea di indossare pantaloncini in ufficio durante l’estate, contro il 46,5% favorevole.

Akifumi Funatsu, direttore della clinica, ha osservato un aumento della clientela maschile che richiede trattamenti di epilazione laser non per motivi estetici personali, ma per una forma di “etichetta sociale” legata all’uso dei pantaloncini in contesti professionali, spiegando che le colleghe donne tendono a ritenere che “gli uomini dovrebbero avere meno peli sulle gambe”.

Di fronte a queste tensioni, le autorità cittadine insistono sul carattere non prescrittivo della misura. Noboru Watanabe, funzionario ambientale del governo metropolitano di Tokyo, ha dichiarato alla Bbc: “Vogliamo offrire alle persone più opzioni per affrontare il caldo estremo, non imporre cosa dovrebbero indossare. Non dovrebbero esserci problemi, purché l’abbigliamento da lavoro non offenda nessuno”. Una precisazione che riflette il tentativo di conciliare l’obiettivo energetico con la sensibilità sociale legata all’abbigliamento sul luogo di lavoro, in una cultura aziendale storicamente molto rigida.

Questo tipo di resistenza culturale, per quanto marginale rispetto all’obiettivo energetico della misura, segnala un limite ricorrente delle politiche di adattamento climatico: l’efficacia ambientale di un intervento può essere frenata da dinamiche sociali che restano fuori dal perimetro della policy stessa. Traslando il discorso in Occidente, anche rifiutare di tenere l’aria condizionata a una temperatura più alta di 22° Celsius è una forma di resistenza culturale che ostacola l’obiettivo energetico e la sostenibilità ambientale. Inoltre, gli stessi dispositivi che rinfrescano le nostre case e i nostri uffici aumentano la temperatura esterna con il calore rilasciato dai motori.

Il confronto con l’Europa: una domanda di raffrescamento senza freni

Mentre il Giappone lavora da vent’anni per contenere la domanda di raffrescamento attraverso il cambiamento delle convenzioni sociali negli spazi di lavoro, i Paesi europei non hanno adottato strategie comparabili di contenimento dei consumi da climatizzazione estiva.

Secondo dati Eurostat, consumi domestici per il raffrescamento nell’Ue sono raddoppiati in soli sei anni, passando da 40.500 a 80.400 terajoule, con un incremento del 420% rispetto al 2010. Le uniche battute d’arresto in questa corsa, il -2,5% del 2020 e il -1,9% del 2023, restano parentesi marginali in una tendenza che appare ormai strutturale.

Il dato più significativo riguarda la Finlandia, Paese storicamente estraneo al problema del caldo estremo: qui i consumi per raffrescamento sono aumentati del 163%, segnale che la richiesta di climatizzazione si sta ormai estendendo anche ai Paesi del Nord Europa, tradizionalmente esclusi dalle emergenze da caldo tipiche del Mediterraneo.

Il Cool Biz giapponese dimostra che interventi comportamentali a basso costo possono incidere significativamente sulla domanda energetica complessiva: una lezione che, ai ritmi di crescita documentati da Eurostat, l’Europa non ha ancora iniziato a considerare seriamente.

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