La sostenibilità alimentare globale non è mai stata così in bilico. Se l’Africa australe celebra raccolti storici, il sistema alimentare di Cuba e del Centro America collassa sotto i colpi di una crisi energetica e climatica senza precedenti. A fotografare come la geopolitica e El Niño stanno decidendo chi mangia e chi no è l’ultimo rapporto del sistema Asap (Anomaly Hotspots of Agricultural Production) del Centro Comune di Ricerca della Commissione europea, il quale ha messo a nudo una realtà brutale: la sicurezza alimentare globale non è più solo una questione di pioggia, ma un intreccio indissolubile tra resilienza climatica, stabilità politica e indipendenza dai combustibili fossili.
Così, mentre alcune regioni festeggiano surplus mai visti, altre sprofondano in una carestia indotta non solo dal meteo, ma da sistemi economici insostenibili.
Il “miracolo” dello Zambia e le fragilità dell’Africa Australe
L’Africa australe rappresenta, in questo momento, il raggio di luce nel panorama agricolo mondiale. Grazie a condizioni agro-climatiche eccezionalmente favorevoli nella stagione 2025/2026, la regione ha registrato performance straordinarie. Lo Zambia ha segnato un record storico assoluto, prevedendo un raccolto di quasi 5 milioni di tonnellate di mais (4,938 milioni), il dato più alto mai registrato nella storia della nazione.Nel Sudafrica, si stima un aumento della produzione di mais del 10% rispetto alla media degli ultimi cinque anni. E lo Zimbabwe segue il trend positivo con un incremento del 2% rispetto alla stagione precedente. Questi successi, però, sono minacciati da fragilità ambientali critiche. Mentre lo Zambia festeggia, il vicino Mozambico deve fare i conti con inondazioni devastanti, e l’Angola soffre di una siccità prolungata che sta decimando la produzione zootecnica. Ma il vero segnale d’allarme è per il futuro prossimo: i modelli previsionali indicano una probabilità moderata di siccità estrema legata a El Niño già per la stagione 2026/2027, mettendo a rischio la continuità dei raccolti.
Il collasso energetico di Cuba e la crisi dei Caraibi
Il caso di Cuba è forse il più emblematico della mancanza di sostenibilità sociale ed energetica dell’ultimo anno. Nell’isola, la crisi non è stata innescata dal clima, ma da una paralizzante carenza di carburante che ha fermato i mezzi agricoli. Il risultato è un crollo stimato del 60% della produzione alimentare nazionale. Questo deficit ha innescato un’impennata drammatica dei prezzi dei beni di base, rendendo l’accesso al cibo un privilegio per pochi e dimostrando come la dipendenza totale dai combustibili fossili sia un rischio esistenziale per la sicurezza alimentare.
Situazioni analoghe si riscontrano in Haiti, dove l’instabilità socio-economica cronica e la crisi del carburante vanificano condizioni meteorologiche che sarebbero altrimenti favorevoli all’agricoltura.
Centro America: El Niño e la trappola dei fertilizzanti
Nel “Corridoio secco” del Centro America (Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua), l’insorgenza di El Niño ha portato piogge e temperature sopra la media, devastando il ciclo vitale della “primera”. Le percentuali di terreni agricoli in condizioni critiche sono allarmanti:
- Nicaragua: oltre il 60% delle colture mostra sofferenza estrema.
- El Salvador e Honduras: circa il 50% dei campi è compromesso.
- Guatemala: il 30% della superficie agricola è in deficit di biomassa.
A questo choc climatico si somma una insostenibilità economica feroce: l’alto costo degli input agricoli ha costretto i piccoli produttori a razionare l’uso dei fertilizzanti, compromettendo irrimediabilmente la resa finale dei raccolti. Questo “effetto forbice” tra clima e costi di produzione sta spingendo milioni di famiglie rurali verso la povertà estrema.
Il fattore umano: conflitti e rischio carestia
In Sudan e Sud Sudan, la terra, invece, è vittima delle armi. Nonostante condizioni climatiche localmente favorevoli, la violenza persistente e il collasso dei mercati stanno annientando i sistemi alimentari. L’ultimo aggiornamento dell’IPC (Integrated Food Security Phase Classification) ha lanciato un allarme rosso: esiste un rischio concreto di carestia in 14 aree del Darfur (Nord e Sud) e del Kordofan meridionale.
Nel Sahel, la situazione non è meno grave. Le Nazioni Unite riportano che 24 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria urgente a causa della combinazione tra choc climatici, violenza e chiusura dei servizi di base.
Luci dal Mediterraneo e ombre dall’Asia
In questo scenario fosco, il Nord Africa e il Medio Oriente mostrano segni di ripresa dopo anni di siccità punitiva. In Marocco, la produzione di grano è balzata del 37% sopra la media quinquennale, mentre Algeria (+17%) e Tunisia (+15%) respirano dopo stagioni fallimentari.
In Asia meridionale, sebbene il Pakistan abbia concluso un buon raccolto invernale (rabi), l’incertezza sul monsone (luglio-settembre) preoccupa gli esperti: piogge scarse potrebbero non ricaricare i bacini idrici, mettendo a rischio l’irrigazione necessaria per il resto dell’anno.
I dati Asap confermano che la lotta alla fame non si vince più solo incrementando la produzione, ma costruendo resilienza. Lo Zambia dimostra che è possibile avere raccolti record, ma il caso di Cuba avverte che senza giustizia energetica e sociale, anche la terra più fertile resta sterile. Secondo i ricercatori, la sfida globale è ora duplice: utilizzare la tecnologia satellitare di Copernicus per attivare protocolli di azione anticipatoria (come già sta accadendo in Centro America) e, contemporaneamente, slegare il diritto al cibo dalle fluttuazioni del petrolio e dei mercati dei fertilizzanti. La sostenibilità alimentare, nel 2026, è diventata la più alta forma di politica di pace.
