Na tazzulella ‘e cafè, cantava Pino Daniele nel 1977. Simbolo di una falsa consolazione usata dal potere per distrarre il popolo dai problemi reali e dalla fame: oggi quel rito quotidiano rischia di sparire per un’emergenza che nessun “imbroglio” politico può più nascondere. Quello che gli scienziati definiscono il “carburante delle scoperte” è infatti minacciato in modo critico dal cambiamento climatico: la varietà Arabica è così sensibile al caldo che basta un aumento termico di pochi gradi per farla soffrire o morire.
La sopravvivenza della nostra dose di caffeina è diventata così una sfida scientifica globale per preservare non solo un piacere, ma anche il sostentamento di milioni di agricoltori. In altre parole, la nostra tazzina quotidiana è in pericolo critico a causa del cambiamento climatico, e la corsa per salvarla è già diventata una vera e propria sfida scientifica globale, al sapore di mango.
Il tallone d’Achille dell’Arabica
Il problema è genetico e geografico. La Coffea arabica, che rappresenta la stragrande maggioranza del mercato mondiale, è una pianta estremamente delicata: basta un innalzamento delle temperature per farla morire. Originaria dell’Etiopia, questa specie possiede un corredo genetico complesso (quattro set di cromosomi), frutto di un incrocio spontaneo avvenuto 50.000 anni fa.
Per proteggere questo tesoro, il governo etiope sta curando “collezioni viventi” di oltre 12.000 piante di Arabica, sperando di individuare varianti resistenti alla siccità. Tuttavia, se il riscaldamento globale non rallenta, i coltivatori saranno costretti a spostarsi su terreni sempre più alti per trovare il fresco, un’impresa economica quasi impossibile per i piccoli produttori.
Oltre l’Arabica: il ritorno delle specie dimenticate
Se l’Arabica soccombe, la soluzione potrebbe nascondersi nelle 134 specie di caffè selvatico che la scienza sta riscoprendo. Alcune sono vere “super-piante” della resilienza:
- La Liberica e l’Excelsa: tollerano il calore estremo e richiedono molta meno acqua della Robusta. Sorprendentemente, alcuni ibridi tra queste due varietà hanno ingannato persino i palati dei degustatori professionisti, risultando indistinguibili da un’Arabica di alta qualità.
- L’aroma tropicale: la C. liberica pura non sa solo di caffè: ha intensi sentori di frutti tropicali come il jackfruit e il mango.
- Il caffè “bonkers”: la C. stenophylla, una specie dell’Africa occidentale dimenticata per secoli, è stata definita “incredibile” dai botanici. Nonostante cresca in ambienti caldissimi, ha lo stesso profilo aromatico di una pregiata Arabica ruandese.
La fisica della tazzina perfetta
La battaglia non si combatte solo nelle piantagioni, ma anche nei laboratori di chimica. Christopher Hendon, scienziato dei materiali, sta studiando come ottimizzare il consumo ora che i chicchi scarseggiano. La sua scoperta? Macinare chicchi congelati permette di ottenere particelle più piccole e uniformi, migliorando l’estrazione.
Tuttavia, Hendon avverte su Nature che la macinatura troppo fine può essere controproducente a causa delle forze elettrostatiche che creano grumi. La soluzione potrebbe essere controtendenza: usare una macinatura più grossolana ma a pressioni più basse (7 atmosfere invece delle classiche 10), per sprigionare tutte le oltre 2.000 sostanze organiche contenute in un singolo chicco.
Salvare il caffè non è solo una questione di piacere gastronomico o di sopravvivenza economica per milioni di agricoltori nei Paesi a basso reddito. Come ricorda Kassahun Tesfaye, genetista dell’Università di Addis Abeba, il caffè è il motore stesso dell’intelletto umano: “Molte scoperte e conoscenze vengono generate proprio dopo aver bevuto una tazza di caffè”. Senza di esso, il futuro della scienza stessa potrebbe essere un po’ più assonnato.
