L’industria del turismo all’aria aperta, nota anche come “turismo outdoor”, si appresta a vivere un biennio di profonda trasformazione strutturale. Dopo la pandemia da Covid-19, si sta consolidando sempre più come modello di viaggio che vede l’Italia posizionarsi come uno dei baricentri della domanda internazionale. Secondo l’analisi condotta dalla sesta edizione dell’Osservatorio del turismo outdoor, curato da Human Company in collaborazione con Thrends, il comparto dei camping e dei villaggi turistici ha ormai assunto una dimensione di rilevanza macroeconomica tale da rappresentare, nel 2025, l’11,5% della domanda turistica complessiva nell’Unione europea, con un volume di pernottamenti che ha raggiunto la quota di 413 milioni.
In questo scenario, le proiezioni per il 2026 indicano per l’Italia il raggiungimento di 68,4 milioni di presenze totali, un dato che, pur segnando una crescita marginale dello 0,4% su base annua, riflette una stabilizzazione dei volumi su livelli storicamente significativi, trainata in particolare da una componente estera sempre più preponderante.
Veneto e Toscana guidano la classifica
La geografia dei flussi turistici nel territorio italiano evidenzia una marcata polarizzazione verso il Nord-Est, macroarea che da sola intercetta il 46% dei pernottamenti totali (31,4 milioni), con il Veneto che si conferma leader indiscusso per l’attrattività internazionale, vantando 16,4 milioni di presenze straniere, pari al 44% del segmento, seguita da Toscana (3,9 milioni) e Lombardia (3 milioni). Al contrario, il mercato domestico, pur mantenendo una base solida con 30,6 milioni di presenze, mostra una dinamica più statica, attestandosi ancora su valori lievemente inferiori rispetto al periodo precrisi.
Tale divario sottolinea il posizionamento dell’Italia come destinazione d’elezione per i viaggiatori europei, in particolare provenienti dai mercati dei “Big Six” che includono Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi e Croazia, i quali riconoscono nel sistema ricettivo italiano un’offerta capace di coniugare il valore naturalistico con un’innovazione dei servizi definita dagli esperti come “alberghizzazione”. Questo fenomeno descrive l’innalzamento qualitativo delle strutture outdoor, le quali integrano standard di comfort e servizi equiparabili all’hotellerie di fascia 3 e 4 stelle, rispondendo così a una domanda globale sempre più esigente e sofisticata.
I Big Six
E guardando ai risultati dei Big Six dello scorso anno: si registrano 413,2 milioni di presenze (+14,2%) e una crescita dell’1,1% dei visitatori rispetto al 2024. Francia, Italia e Spagna guidano la classifica con rispettivamente 154, 54,1 e 50 milioni di pernottamenti, seguite da Germania (45 milioni), Paesi Bassi (27 milioni) e Croazia (22 milioni). Dal punto di vista della spesa diretta, la Francia è stata il mercato più rilevante (+85% sul 2019, pari a 3,67 miliardi di euro), mentre i Paesi Bassi hanno registrato la crescita più interessante (+155,6% rispetto al 2019, con 658,7 milioni di euro). Emergono, inoltre, alcune dinamiche chiave in merito alla domanda nazionale e internazionale: la Francia presenta una forte componente internazionale, con soggiorni più brevi rispetto al 2024 (il 30,6% dei viaggiatori outdoor sono infatti stati stranieri); la Germania mantiene ancora una solida base domestica (la presenza straniera si è attestata al 10,6%, con una maggioranza olandese); la Spagna si è divisa invece quasi equamente tra componente nazionale ed internazionale (46,2%), quest’ultima in particolare proveniente principalmente dalla Germania; la Croazia si conferma una destinazione fortemente internazionale (con il 96,3% dei visitatori da altri mercati); mentre i Paesi Bassi hanno registrato il 31,1% di viaggiatori stranieri durante il 2025.
Come geopolitica e clima ridisegnano il mercato
L’evoluzione della domanda non è tuttavia immune dalle pressioni esogene che stanno rimodellando i comportamenti di consumo su scala continentale: l’incertezza geopolitica e l’inflazione persistente agiscono come variabili determinanti nella scelta delle mete, orientando i flussi verso destinazioni percepite come stabili e sicure. Parallelamente, la crisi climatica e l’intensificarsi delle ondate di calore estive stanno imponendo una revisione dei calendari stagionali, favorendo una redistribuzione delle partenze verso periodi dell’anno caratterizzati da temperature più miti, un trend che potrebbe favorire una gestione più sostenibile e de-stagionalizzata delle risorse territoriali.
In questo contesto, il turismo all’aria aperta non si configura più come una mera alternativa ricettiva, ma come un modello resiliente capace di generare valore economico, sociale e culturale attraverso la creazione di “comunità temporanee” basate sull’autenticità e sulla prossimità. Per gli operatori del settore e per le istituzioni, la sfida del 2026 risiederà dunque nella capacità di supportare questa crescita non più attraverso i soli volumi, ma mediante una qualificazione dell’offerta che metta al centro la tutela ambientale e la rigenerazione dei territori.