Salario minimo addio? Il Primo Maggio del governo punta sul “salario giusto”

Bonus assunzioni solo con contratti adeguati: la via del governo contro lavoro povero e dumping salariale
28 Aprile 2026
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Salari Stipendi

Alla vigilia del Primo Maggio, il governo torna sul nodo dei bassi salari. Non con un salario minimo legale, ma con un decreto che lega incentivi e bonus occupazionali all’applicazione di contratti considerati “giusti”. Una scelta che sposta il confronto dal salario minimo legale alla qualità dei contratti applicati, usando la leva degli incentivi pubblici per provare a contrastare lavoro povero e dumping salariale.

Il provvedimento, all’esame del Consiglio dei ministri, interviene anche su giovani, donne, Zes e rider: proroga gli sgravi per le assunzioni, introduce nuovi paletti per l’accesso ai benefici e punta a contrastare il caporalato digitale nelle piattaforme.

Dal salario minimo al salario giusto

Il cuore del decreto è il tentativo di costruire una via alternativa al salario minimo legale. Dopo la scadenza, il 18 aprile, della delega su retribuzione e contrattazione collettiva, il governo sceglie di intervenire attraverso la selezione dei benefici pubblici: gli sgravi dovrebbero essere riconosciuti solo ai datori di lavoro che applicano trattamenti economici non inferiori a quelli individuati dai contratti collettivi di riferimento.

Il parametro è quello dei Ccnl stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, con un richiamo anche ai contratti maggiormente applicati. L’obiettivo è evitare che risorse pubbliche vadano a imprese che comprimono il costo del lavoro attraverso contratti deboli, sottoscritti da sigle poco rappresentative o con tutele inferiori.

La misura prova così a intervenire su uno dei punti più controversi del mercato del lavoro: la distanza tra occupazione formale e qualità effettiva del lavoro. Perché avere un contratto non sempre significa avere una retribuzione sufficiente, soprattutto nei settori più esposti a bassa produttività, alta frammentazione e forte competizione sul costo del personale.

Contratti scaduti e arretrati

Nel testo entra anche il tema dei rinnovi contrattuali. Secondo le bozze, gli incrementi retributivi previsti dai contratti collettivi scaduti dovrebbero decorrere dalla data di scadenza naturale del precedente accordo. In caso di mancato rinnovo entro dodici mesi, le retribuzioni sarebbero adeguate a titolo di anticipazione forfettaria sulla base della variazione dell’Ipca, entro un tetto massimo del 30% annuo.

La norma punta a ridurre il peso dei ritardi negoziali sulle buste paga. Quando un contratto resta scaduto a lungo, infatti, il costo dell’attesa ricade sui lavoratori, mentre l’inflazione riduce il potere d’acquisto. Per i Ccnl già scaduti, l’applicazione sarebbe rinviata al primo gennaio 2027; per quelli che scadranno dopo l’entrata in vigore del decreto, il meccanismo scatterebbe secondo le nuove regole.

Sono previste eccezioni per i comparti caratterizzati da forte stagionalità e variabilità dei ricavi, dove l’adeguamento sarebbe legato a indicatori economici settoriali definiti dalla contrattazione collettiva.

Sgravi per gli under 35

Sul fronte dell’occupazione giovanile, il decreto punta a prorogare e riscrivere il bonus per gli under 35, in scadenza il 30 aprile. La misura prevede un esonero contributivo del 100% per le assunzioni a tempo indeterminato effettuate fino al 31 dicembre 2026, per un massimo di 24 mesi e nel limite di 500 euro mensili per ciascun lavoratore.

Nelle aree Zes l’importo salirebbe a 650 euro. Il beneficio sarebbe riconosciuto in presenza di incremento occupazionale netto e non si applicherebbe al lavoro domestico e all’apprendistato. Il datore di lavoro, inoltre, non dovrebbe aver effettuato licenziamenti nei sei mesi precedenti nella stessa unità produttiva.

La misura riguarda uno dei punti più fragili della sostenibilità sociale del lavoro: l’ingresso stabile dei giovani nel mercato. L’incentivo non serve soltanto ad aumentare il numero delle assunzioni, ma a orientarle verso rapporti più duraturi, riducendo il ricorso a forme intermittenti o a bassa continuità.

Stabilizzazione dei precari

Tra le novità compare anche un esonero per la trasformazione dei contratti a termine in rapporti a tempo indeterminato. Il beneficio sarebbe riconosciuto ai datori di lavoro privati che stabilizzano lavoratori under 35 con rapporti a termine di durata complessiva non superiore a dodici mesi.

L’esonero sarebbe pari al 100% dei contributi, fino a 500 euro mensili, per un massimo di 24 mesi. La finestra prevista va dal primo agosto al 31 dicembre 2026 e riguarda trasformazioni senza soluzione di continuità di contratti instaurati entro il 30 aprile 2026. Il lavoratore non dovrebbe essere mai stato occupato a tempo indeterminato.

Anche qui il beneficio sarebbe subordinato all’incremento occupazionale netto. Il senso della misura è spingere le imprese a trasformare contratti brevi in rapporti stabili, intervenendo non solo sul tasso di occupazione ma sulla qualità dei percorsi lavorativi.

Bonus donne

Il pacchetto comprende anche il rafforzamento degli incentivi per l’occupazione femminile. Per le assunzioni a tempo indeterminato di donne svantaggiate, effettuate nel corso del 2026, è previsto un esonero totale dei contributi per un massimo di 24 mesi, entro il limite di 650 euro mensili.

L’importo salirebbe a 800 euro per le lavoratrici residenti nelle regioni della Zes unica. Il beneficio riguarderebbe donne di qualsiasi età prive di impiego regolarmente retribuito da almeno 24 mesi, oppure da almeno 12 mesi se appartenenti a specifiche categorie di lavoratrici svantaggiate.

La misura interviene su un divario ancora strutturale. L’occupazione femminile resta più esposta a discontinuità, part-time involontario, carichi di cura e minore progressione salariale. Per questo gli incentivi vengono letti non solo come sostegno all’assunzione, ma come leva per rafforzare la partecipazione stabile delle donne al mercato del lavoro.

Incentivi Zes

Per la Zona economica speciale unica il decreto prevede un ulteriore incentivo destinato alle imprese fino a 10 dipendenti. Il bonus riguarda le assunzioni a tempo indeterminato effettuate nel 2026 di lavoratori over 35 disoccupati da almeno 24 mesi.

L’esonero sarebbe integrale, nel limite di 650 euro mensili e per un massimo di 24 mesi. L’obiettivo è sostenere nuova occupazione stabile nelle aree in cui il divario territoriale pesa di più sulla qualità delle opportunità lavorative.

Il Sud resta infatti uno dei terreni principali della sostenibilità sociale: più disoccupazione, maggiore fragilità dei percorsi professionali, minore partecipazione femminile e più ampia esposizione al lavoro irregolare rendono gli incentivi territoriali uno degli strumenti con cui il decreto prova a concentrare le risorse sulle aree più vulnerabili.

Stretta sui rider

Il decreto interviene poi sul lavoro mediato da piattaforme digitali, a partire dai rider. La misura più immediata riguarda l’accesso agli account: il lavoratore potrà entrare nella piattaforma attraverso Spid, Carta d’identità elettronica, Carta nazionale dei servizi oppure con un account rilasciato dalla stessa piattaforma e collegato a un singolo codice fiscale.

L’obiettivo è contrastare la cessione degli account e rendere identificabile chi svolge effettivamente la prestazione. La piattaforma non potrà rilasciare più di un account per codice fiscale né assegnare allo stesso lavoratore consegne o attività temporalmente incompatibili.

Per la cessione dell’account o l’utilizzo da parte di una persona diversa dal titolare è prevista una sanzione amministrativa da 600 a 1.200 euro. È un intervento che punta al cosiddetto caporalato digitale: non più soltanto intermediazione fisica nei campi o nei cantieri, ma sfruttamento organizzato attraverso identità cedute, app e algoritmi.

Caporalato digitale

Il capitolo rider si collega anche al recepimento della direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme digitali. La direttiva prevede, tra l’altro, maggiore trasparenza nell’uso degli algoritmi e la possibilità di far scattare una presunzione di rapporto subordinato quando emergono elementi di direzione e controllo da parte della piattaforma.

Il punto è cruciale perché molte prestazioni digitali si collocano in una zona grigia tra autonomia formale e subordinazione sostanziale. L’algoritmo può determinare tempi, priorità, accesso agli ordini, valutazioni e possibilità di lavorare, incidendo di fatto sull’organizzazione della prestazione.

Per questo il tema non riguarda solo i rider, ma più in generale il lavoro digitale povero: attività frammentate, poco protette, spesso difficili da ricondurre a un datore di lavoro tradizionale, ma sempre più rilevanti nelle economie urbane.

Conciliazione famiglia-lavoro

Nel decreto trova spazio anche il tema della conciliazione tra famiglia e lavoro. Le ultime bozze indicano incentivi per le imprese in possesso di specifica certificazione, con misure collegate alle attività di promozione dell’Agenzia Ice.

Per il 2026, le imprese certificate avrebbero precedenza nelle graduatorie per partecipare ai padiglioni nazionali organizzati da Ice nelle fiere all’estero, nel limite del 20% dei posti, oltre alla partecipazione gratuita a iniziative di promozione su marketplace, piattaforme di e-commerce internazionali e fiere digitali.

La versione precedente del testo prevedeva una decontribuzione fino all’1% e nel limite di 50mila euro annui, poi modificata. Anche questo capitolo conferma l’impianto del decreto: usare incentivi e premialità per orientare il comportamento delle imprese, in questo caso verso modelli organizzativi più compatibili con maternità, paternità e carichi familiari.

Le misure fiscali allo studio

Tra le ipotesi circolate ci sono anche interventi fiscali sui rinnovi contrattuali e sui premi di produttività. Si ragiona sulla conferma della cedolare secca al 5% per gli incrementi retributivi derivanti dai rinnovi sottoscritti dal primo gennaio 2024, a favore dei lavoratori dipendenti con reddito fino a 33mila euro.

Nel pacchetto potrebbero rientrare anche la proroga della detassazione all’1% dei premi di produttività e delle somme erogate come partecipazione agli utili, entro il limite complessivo di 5mila euro, e l’applicazione dell’aliquota del 15% su maggiorazioni per lavoro notturno, festivo, turni e straordinari entro il limite annuo di 1.500 euro.

Resta invece fuori, nell’ultima bozza, il rifinanziamento da 500 milioni del Fondo nuove competenze, lo strumento destinato a sostenere la formazione continua dei lavoratori.

Il nodo delle risorse

Come spesso accade nei decreti con molte misure incentivanti, il perimetro finale dipende dalle coperture. Nei giorni scorsi le risorse disponibili erano indicate attorno ai 500 milioni, con l’obiettivo di salire verso una dotazione più ampia, tra 800 milioni e un miliardo.

Il costo delle misure è uno dei fattori che può determinare limature dell’ultima ora, rinvii o riscritture. Per questo il testo definitivo potrà chiarire quali interventi resteranno nel decreto e quali, invece, saranno rinviati o ridimensionati.

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