È morto l’albero di Robin Hood, fatali cambiamento climatico e overtourism

Considerata una delle querce più grandi del Regno Unito vantava un’età stimata tra gli 800 e i 1.200 anni
22 Giugno 2026
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Major oak Paul Buckingham wikimedia commons
The Major Oak, Foto Paul Buckingham, geograph.org.uk, Wikimedia Commons

Il Major Oak di Sherwood, la celebre quercia inglese associata alle leggende di Robin Hood, è biologicamente morta. Per la prima volta dopo circa un millennio, la chioma dell’albero monumentale non ha prodotto foglie in primavera, decretando la fine del suo ciclo vitale attivo. La fine della sua storia millenaria è stata provocata non dall’anzianità, ma dal cambiamento climatico e dall’overtourism che hanno accelerato il collasso del suo ecosistema.

Il Major Oak, un motore ecologico

Considerata una delle querce più grandi del Regno Unito, il Major Oak vantava un’età stimata tra gli 800 e i 1.200 anni. Le sue dimensioni erano straordinarie: 11 metri di circonferenza del tronco e una chioma che, al massimo del suo splendore, raggiungeva un’estensione di 28 metri. Con un peso stimato di 23 tonnellate, l’albero era un vero e proprio “motore ecologico”: considerata l’area della sua copertura fogliare (circa 615 metri quadrati), in condizioni di salute ottimali il Major Oak poteva produrre oltre 600 chilogrammi di ossigeno all’anno, assorbendo contemporaneamente anidride carbonica e purificando l’aria di un’intera zona boschiva. Negli ultimi decenni, tuttavia, questa capacità di termoregolazione e filtraggio atmosferico si era progressivamente ridotta, fino ad azzerarsi.

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Come l’overtourism soffoca le radici

Secondo gli esperti della Royal Society for the Protection of Birds (Rspb), l’organizzazione che gestisce l’area, il declino non ha una sola causa.

Non vi è dubbio che la pressione turistica abbia svolto un ruolo fatale per il decesso del Major Oak: per decenni, milioni di visitatori si sono accalcati attorno all’albero per ammirarlo, provocando un grave compattamento del suolo in corrispondenza dell’apparato radicale. La terra schiacciata e indurita ha progressivamente impedito alle radici di assorbire i nutrienti necessari, limitando l’infiltrazione dell’acqua piovana e riducendo l’ossigenazione del terreno vitale per la pianta. A poco sono valsi i tentativi tardivi dei conservazionisti di ripristinare la qualità del suolo degradato.

Siccità estreme e interventi controproducenti

Su questo terreno già compromesso si sono abbattuti gli effetti estremi della crisi climatica. Il Major Oak, che aveva superato indenne centinaia di inverni gelidi, tempeste e incendi, non ha retto alle temperature anomale degli ultimi decenni. Gli specialisti sottolineano che il collasso definitivo è coinciso con almeno cinque estati caratterizzate da caldo record e da una siccità prolungata, che hanno spinto l’albero oltre la sua soglia di resilienza fisiologica.

Paradossalmente, anche alcune misure di tutela umane ne hanno accelerato la fine: i numerosi supporti artificiali installati un secolo fa per sostenere i rami più pesanti hanno, secondo gli studiosi, inibito i naturali processi biomeccanici di adattamento della quercia.

Il Major Oak non verrà abbattuto

Come accade nei cicli naturali delle foreste, il gigantesco scheletro legnoso di 23 tonnellate rimarrà in piedi, trasformandosi in una riserva di biodiversità. L’enorme biomassa diventerà infatti l’habitat per innumerevoli specie di funghi, insetti xilofagi, uccelli e piccoli mammiferi. Il suo patrimonio genetico sopravvivrà inoltre grazie alle tante giovani querce piantate negli anni, nate dalle sue ghiande.

La storia dell’“albero di Robin Hood” mostra che persino le strutture biologiche più imponenti sono vulnerabili al turismo estrattivo e al cambiamento climatico. Ma, soprattutto, che neppure il loro decesso genera la fine del ciclo vitale e del ritmo della natura. Questo è un monito importante perché quando si parla di cambiamento climatico, ci si dimentica che la minaccia riguarda l’essere umano, non la natura in sé. Il pianeta, infatti, ha dimostrato una grande resilienza e si adatterà come si è sempre adattata alle trasformazioni ambientali, come canta Caparezza “La fine di Gaia non arriverà”. L’essere umano, invece, dovrà fare i conti con una minore quantità di ossigeno e gli eventi estremi sempre più frequenti.

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