Salari reali in calo, la “schiscetta” è una salvezza: costi per la pausa pranzo abbattuti del 75%

Rispetto a 25 anni fa, i prezzi dei ristoranti sono aumentati del 368%, +8% in un solo anno. Federconsumatori sollecita un "monitoraggio puntuale e continuo"
28 Settembre 2026
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Per milioni di lavoratori italiani, il welfare parte dalla cucina di casa, dove preparano il pranzo da portare al lavoro per non spendere soldi in mense o tavole calde. La pratica è così importante che il termine “schiscetta”, di origine lombarda, viene ormai utilizzato in tutta la penisola. La parole nasce come vezzeggiativo di “schiscià” (“schiacciare”) e indica l’azione di comprimere e pressare il cibo in un contenitore. Oggi, più che a schiacciare il pasto, la “schiscetta” serve a comprimere la spesa effettuata in pausa pranzo.

Secondo i calcoli di Federconsumatori su dati dell’Osservatorio Nazionale Federconsumatori (Onf), chi si porta il pranzo da casa risparmia più di 3mila euro all’anno, mentre i prezzi di tavole calde e ristoranti continuano ad aumentare e i salari restano immobili.

Quanto è aumentato il costo della pausa pranzo

Rispetto a 25 anni fa, il rincaro arriva a +368%, +8% solo nell’ultimo anno. Considerando qualche pasto completo e qualcuno più frugale, si raggiunge una spesa annua tra i di 2.760 euro e i 3.250 euro. Per questo, Federconsumatori sollecita un “monitoraggio puntuale e continuo dei prezzi praticati da bar, tavole calde, mense, punti di ristoro e gdo. Gli aumenti registrati risultano, infatti, in molti casi, sproporzionati rispetto all’effettivo andamento dei costi di gestione e potrebbero risentire, spesso, di dinamiche poco trasparenti e volontà speculative”.

Il riferimento alla grande distribuzione organizzata nasce dal fatto che anche chi sceglie prodotti monodose o piatti pronti al supermercato affronta un costante aumento dei prezzi.
Per questo, la soluzione di gran lunga più vantaggiosa è la “schiscetta”, che garantisce un risparmio di circa il 75% rispetto alla pausa pranzo fatta fuori. Secondo i dati di Federconsumatori, il costo medio di un pranzo fatto a casa è di 4,90 euro, ma può scendere anche sotto i 2 euro usando ingredienti vegetali e ottimizzando i tempi di cottura.

Il risparmio è massimo per chi lavora in smart working, che risparmia sia sui costi della pausa pranzo che sui trasporti. Non a caso, soprattutto per i lavoratori più giovani, lavorare da casa è diventato un “benefit” irrinunciabile, a fronte degli stipendi reali in costante calo.

“Aumentate i buoni pasto”

Sulla base di questi dati, l’associazione chiede anche “un innalzamento del valore dei buoni pasto, spesso del tutto insufficienti a fronte degli aumenti registrati negli ultimi anni” scegliendo prodotti monodose o piatti pronti al supermercato.

Il dato più recente è quello dell’Indagine sul lavoro 2026 del Centro Studi Confindustria, riferita al 2025: nelle imprese che offrono piani di welfare, il buono pasto è il benefit più diffuso, presente nel 48% dei casi, e vale in media 7,2 euro al giorno, circa 1.600 euro l’anno calcolati su 220 giornate lavorative. L’importo sale a 7,5 euro nell’industria, si ferma a 6,9 nei servizi e raggiunge 7,7 euro nelle grandi imprese industriali. Anche dopo l’aumento da 8 a 10 euro della soglia esentasse per i buoni elettronici dal 2026, il valore copre mediamente meno della metà della spesa effettuata dai lavoratori in pausa pranzo.

Alla base di queste valutazioni c’è il mancato adeguamento dei salari al costo della vita. Già un anno fa, intervenendo sul tema, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha invitato gli imprenditori a “fare la loro parte e riconoscere ai lavoratori gli aumenti di stipendio”. 

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