“Chi semina utopia, raccoglie realtà”. La frase che Carlo Petrini amava ripetere è diventata, nelle ore della sua scomparsa, una delle sintesi più efficaci del percorso del fondatore di Slow Food, morto a 76 anni nella sua abitazione di Bra, in provincia di Cuneo. Una formula che racconta il passaggio da una visione inizialmente percepita come alternativa al modello dominante dei consumi alimentari a un movimento internazionale capace di incidere sul dibattito pubblico intorno a cibo, ambiente, biodiversità e comunità locali.
Nato a Bra nel 1949, gastronomo, giornalista, scrittore e promotore di un sistema alimentare sostenibile e giusto, Petrini fondò nel 1986 Arcigola, esperienza da cui sarebbe nata Slow Food Italia. Tre anni più tardi, il 9 dicembre 1989, a Parigi, il Manifesto Slow Food venne firmato da oltre venti delegazioni provenienti da diversi Paesi. Da allora, il movimento si è diffuso a livello internazionale, arrivando a costruire una rete presente in oltre 160 Paesi.
Dalla sua visione sono nati anche la rete internazionale di Terra Madre, l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, fondata nel 2004, e le Comunità Laudato si’, nate nel 2017 e ispirate all’enciclica di Papa Francesco. Esperienze diverse, ma accomunate da un’impostazione centrale nel pensiero di Petrini: il cibo non come semplice prodotto di consumo, ma come elemento che tiene insieme produzione agricola, ambiente, cultura, lavoro, salute e relazioni sociali.
La scomparsa di Petrini è stata ricordata da istituzioni e organizzazioni del mondo agricolo. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sottolineato come le sue intuizioni sulla sostenibilità, sulla valorizzazione delle culture locali, sulla tutela delle tradizioni e sul rispetto dell’ambiente abbiano generato “una nuova consapevolezza della cultura del cibo e della sua produzione”. Il presidente del Piemonte Alberto Cirio ha ricordato il ruolo di Petrini nella costruzione dell’identità agricola ed enogastronomica piemontese attraverso Slow Food, Terra Madre e l’Università di Pollenzo.
Il cibo come questione ambientale e sociale
Il contributo più riconoscibile di Petrini al dibattito pubblico è stato l’allargamento del concetto di gastronomia. Il gusto, nella visione di Slow Food, non resta confinato alla qualità organolettica degli alimenti, ma diventa il punto di partenza per interrogarsi sui sistemi agricoli, sulle filiere produttive, sul rapporto tra territori e comunità, sul valore del lavoro e sull’impatto ambientale del cibo.
La formula “buono, pulito e giusto”, diventata il manifesto culturale di Slow Food, sintetizza l’impostazione di Petrini. Buono, perché legato alla qualità, alla cultura alimentare e ai territori. Pulito, perché prodotto nel rispetto dell’ambiente, dei suoli, dell’acqua e della biodiversità. Giusto, perché attento alle condizioni di chi produce, alla dignità del lavoro agricolo, all’equità nelle filiere e all’accessibilità del cibo.
In questo quadro, la sostenibilità alimentare non riguarda soltanto la riduzione dell’impatto ambientale. Comprende anche la dimensione sociale ed economica della produzione: il reddito degli agricoltori, la sopravvivenza delle comunità rurali, il rapporto tra città e campagne, la trasmissione dei saperi locali, il riconoscimento del valore culturale delle produzioni tradizionali.
È su questo terreno che Slow Food ha contribuito a modificare il linguaggio con cui si parla di alimentazione. Temi oggi ricorrenti nel dibattito pubblico -filiere corte, consumo responsabile, agrobiodiversità, sovranità alimentare, educazione al cibo- sono entrati progressivamente in una visione più ampia, nella quale ciò che arriva nel piatto è il risultato di scelte produttive, economiche e ambientali.
Il cibo, in questa prospettiva, non è soltanto merce. È il prodotto di un ecosistema e di una comunità. Porta con sé un territorio, una storia agricola, un sapere tecnico, una cultura materiale. Per questo la difesa della qualità alimentare, nel pensiero di Petrini, non può essere separata dalla tutela dei luoghi in cui quella qualità nasce e dalle persone che la rendono possibile.
Il cuore internazionale di Slow Food
La nascita di Terra Madre, nel 2004, ha segnato il passaggio di Slow Food da movimento centrato sulla cultura gastronomica a rete internazionale delle comunità del cibo. Piccoli produttori agricoli, pescatori, artigiani, cuochi, giovani, studiosi ed esperti sono stati coinvolti in una piattaforma globale fondata sulla valorizzazione delle differenze e sulla critica all’omologazione dei sistemi alimentari.
Terra Madre ha rappresentato una forma alternativa di globalizzazione: non la standardizzazione dei consumi e delle produzioni, ma la connessione tra territori e comunità diverse, accomunate dall’obiettivo di difendere biodiversità, saperi locali e modelli agricoli meno dipendenti dall’industrializzazione intensiva.
Il tema della biodiversità è stato uno degli assi principali dell’impegno di Petrini e di Slow Food. Nel messaggio pubblicato dal movimento per il 22 maggio, Giornata mondiale della biodiversità, Petrini richiamava l’attenzione sulla riduzione della varietà di specie viventi e, in particolare, sull’impoverimento dell’agrobiodiversità. Il riferimento non riguarda soltanto le specie selvatiche o gli ecosistemi naturali, ma anche le varietà vegetali e le razze animali che nel tempo hanno sostenuto l’alimentazione umana.
Secondo questa impostazione, la biodiversità agricola non è un elemento del passato da conservare in modo statico. È una condizione per la sicurezza alimentare, per la salute, per la capacità dei sistemi agricoli di adattarsi ai cambiamenti climatici e alle malattie. La perdita di varietà genetica rende infatti i sistemi alimentari più fragili, più esposti agli shock ambientali e più dipendenti da poche specie o colture dominanti.
In questo ambito si collocano alcuni dei progetti più noti di Slow Food: l’Arca del Gusto, i Presìdi Slow Food, gli Orti in Africa, l’Orto in Condotta. Iniziative diverse, accomunate dall’obiettivo di tutelare prodotti, saperi e comunità, collegando la dimensione ambientale a quella sociale ed educativa.
Dopo Petrini
La scomparsa di Petrini apre una nuova fase per Slow Food e per la rete che intorno al movimento si è costruita. L’eredità lasciata dal fondatore non riguarda soltanto la memoria di un percorso associativo, ma un insieme di temi che oggi occupano un posto centrale nell’agenda globale: crisi climatica, sicurezza alimentare, inflazione, sprechi, povertà alimentare, salute pubblica, perdita di biodiversità, dignità del lavoro agricolo.
Il punto critico, oggi, è rendere il cibo sostenibile non un consumo di nicchia, ma una possibilità accessibile. La formula “buono, pulito e giusto” pone infatti una questione di sistema: un’alimentazione di qualità non può essere riservata solo a chi ha maggiore capacità di spesa, così come la transizione ecologica dell’agricoltura non può ricadere esclusivamente sui produttori più piccoli o economicamente fragili.
Il futuro del movimento si misurerà anche su questa capacità: collegare la difesa della qualità e della biodiversità con il tema dell’accessibilità economica, della giustizia sociale e delle politiche pubbliche. In un contesto segnato dall’aumento dei costi, dalla fragilità delle filiere e dagli effetti del cambiamento climatico sull’agricoltura, il rapporto tra cibo, ambiente e disuguaglianze diventa sempre più rilevante.
La chiocciola di Slow Food, scelta come simbolo della lentezza, ha rappresentato per quasi quarant’anni una critica alla velocità dell’omologazione alimentare. Dopo Petrini, quella simbologia resta legata a una domanda concreta: come costruire sistemi alimentari capaci di produrre senza impoverire, nutrire senza escludere, innovare senza cancellare le culture locali.
L’eredità di Petrini resta dunque nel movimento che ha fondato, nella rete di Terra Madre, nell’Università di Pollenzo e nei progetti a tutela della biodiversità. Ma resta anche in un modo nuovo di guardare al cibo: non più soltanto prodotto o consumo, ma punto di incontro tra ambiente, società, cultura, lavoro e futuro.
