Un gregge di tremila pecore che corre su distese d’erba a perdita d’occhio. È bastato un video di pochi secondi caricato sul social network cinese Weibo per mandare in tilt il web e svelare una verità scomoda: nelle ipertecnologiche metropoli della seconda economia mondiale, i giovani sono così esausti da considerare la solitudine estrema della steppa come l’unico paradiso possibile.
L’annuncio di lavoro pubblicato da Zuo Xiaoyong, proprietario di un ranch nella Mongolia Interna, cercava semplicemente due pastori. In poche ore, il post ha generato 59 milioni di visualizzazioni e oltre 21.000 thread di discussione. Quello che è emerso non è stato un improvviso amore per la pastorizia, ma il grido di aiuto di una generazione “bruciata” da ritmi di lavoro disumani e da un mercato del lavoro sempre più asfissiante.
Uno stipendio “da sogno” in mezzo al nulla
Zuo Xiaoyong cercava una coppia disposta a gestire 3.000 pecore su un pascolo di 2.000 ettari, a circa 300 chilometri dalla città di Xilinhot. L’offerta economica ha lasciato molti a bocca aperta: uno stipendio di circa 1.100 euro al mese (8.000 yuan) a testa, con vitto e alloggio inclusi.
Per dare un termine di paragone, la media nazionale per un dipendente base nel privato nelle città cinesi si aggira intorno agli 820 euro (6.000 yuan). Shaun Rein, direttore del China Market Research Group, ha spiegato alla Reuters che a Shanghai persino chi possiede un master fatica a trovare stipendi simili, con l’aggravante che gran parte di quel guadagno viene divorato dall’affitto di appartamenti minuscoli e dalle spese di vita quotidiana.
L’identikit dei candidati: non solo pastori, ma laureati e manager
Tra gli oltre 700 candidati, solo una piccola parte aveva esperienze pregresse nel settore. Il 10% dei curriculum è arrivato da neolaureati, seguiti da operai metalmeccanici e “colletti bianchi” stanchi della vita d’ufficio di Shanghai e Chongqing.
Le motivazioni sono quasi sempre le stesse: la fuga dalla cultura “996”. Questo codice non scritto, onnipresente nelle aziende tech e manifatturiere del Paese, impone di lavorare dalle 9 del mattino alle 9 di sera, per sei giorni a settimana. James Guo, un operaio di 21 anni che monta container, ha raccontato all’agenzia di stampa una realtà brutale: “Lavoro più di 13 ore al giorno, avvitando bulloni finché le mani non sono gonfie e piene di vesciche. Non abbiamo nemmeno il tempo di andare in bagno. È un carico di lavoro insopportabile”.
Persino chi guadagna cifre più alte, come la ventottenne Wu, impiegata nell’e-commerce con uno stipendio di circa 1.350 euro (10.000 yuan), si è detta pronta a rinunciare a tutto: “Voglio solo fuggire dalla vita di città e smettere di avere a che fare con persone difficili. Vorrei godermi una vita tranquilla e isolata dal resto del mondo”.
Disoccupazione e la “maledizione dei 35 anni”
Il successo virale dell’annuncio è, secondo Lynn Song (capo economista di Ing per la Cina), il sintomo di un mercato del lavoro “estremamente competitivo e poco gratificante”. I numeri sono impietosi: la disoccupazione giovanile (16-24 anni) ha toccato il 16,9% a marzo, e si prevede che la situazione peggiorerà quest’estate con l’arrivo di 12,7 milioni di nuovi laureati sul mercato.
A questo si aggiunge la cosiddetta “maledizione dei 35 anni”: un fenomeno discriminatorio per cui le aziende, incluse quelle pubbliche, scartano sistematicamente i candidati che superano questa soglia d’età, considerandoli troppo costosi e meno inclini ai turni massacranti rispetto ai più giovani. Christian Yao della Victoria University of Wellington ha sottolineato come questa “maledizione” stia passando da essere un meme del settore tecnologico a una dura realtà economica globale in Cina.
La realtà oltre l’idillio: “Non è turismo”
Nonostante il fascino bucolico dei video sui social, Zuo Xiaoyong è stato onesto con i candidati: “La paga è alta, ma conta solo se riesci a resistere a lungo termine e a superare l’inverno. Questo non è turismo”. La vita nel ranch è fatta di isolamento totale – si rischia di non vedere un altro essere umano per un anno intero – e di fatiche fisiche estreme durante l’inverno, quando le temperature crollano sotto i -30°C.
Alla fine, Zuo ha scelto di assumere quattro persone: due coppie nate negli anni ’80 con precedenti esperienze agricole. Ha scartato i single e i giovani della città, dubitando della loro tenuta psicologica di fronte a una solitudine così radicale. Tuttavia, ha tenuto una “lista d’attesa” con altre 40 coppie di persone pronte a partire. Un elenco che racconta meglio di qualsiasi statistica quanto sia diventato profondo il desiderio di una generazione di scambiare il futuro nelle metropoli per un presente silenzioso tra le pecore.
E in Italia?
Nel nostro Paese il fenomeno non è ancora ai livelli della Cina. Seppur le grandi città sono stressate da una gentrificazione dei centri storici e lo spopolamento delle aree urbane più interne, le migrazioni interne rilevate nell’ultimo report Istat del 2025 su dati risalenti al biennio 2023-2024 riportano una mobilità interna elevata sì (oltre 1,4 milioni di cambi di residenza l’anno), ma un saldo netto che vede il Mezzogiorno perdere circa 116.000 abitanti a favore del Centro‑Nord, soprattutto verso aree urbane e periurbane più dinamiche. Anche gli espatri continuano a crescere, con circa 270.000 italiani trasferiti all’estero nel biennio, in aumento di quasi il 40% rispetto al periodo precedente, e con una forte presenza di giovani e laureati. Le aree interne e rurali continuano a registrare un saldo negativo, segno che il “ritorno alla campagna” riguarda nicchie specifiche, mentre i flussi principali restano diretti verso grandi città o Paesi esteri.
Nonostante ciò, sempre più spesso si sentono storie e casi di persone che scelgono città limitrofe alle grandi metropoli italiane o famiglie che decidono di abbandonare i centri urbani a favore di contesti più a misura d’uomo, piccoli comuni, borghi o città di mare ben collegate ai centri maggiori da trasporti pubblici diretti. Un primo segnale di questo fenomeno è il trend Nonnamaxxing, che riguarda Millennials e Gen Z che condivide sui social un nuovo modo di vivere: prodotti alimentari dell’orto, cura della salute mentale tramite pratiche di meditazione, di quella fisica con sport e corsa, pratiche di cittadinanza attiva come una diffusione sempre maggiore dell’uso della bici per gli spostamenti quotidiani, ma anche il giardinaggio, disintossicazione periodica dai social, second hand per abbigliamento e oggettistica: tutto a favore di una vita più lenta.
