Case diventate opere d’arte, tessuti antichi e foreste da regolare: così il Giappone prova a proteggere le sue isole

In un arcipelago di oltre 14mila isole, la tutela della natura passa anche da lavoro locale, controllo delle specie invasive, arte e gestione del turismo
1 Luglio 2026
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Giappone mappa topografica
Mappa topografica del Giappone (Canva)

Il Giappone conta più di 14mila isole. Molte sono disabitate, altre ospitano comunità piccole, spesso lontane dai grandi circuiti economici del Paese. In questi territori, la tutela della natura e quella della cultura non sono temi separati: dipendono dalla possibilità di mantenere vive le economie locali, formare nuove generazioni, gestire il turismo e adattarsi a ecosistemi fragili.

Le isole giapponesi sono anche un promemoria di quanto la conservazione sia concreta. Può significare proteggere una foresta millenaria, ma anche controllare le suole delle scarpe per evitare di trasportare semi o insetti invasivi. Può voler dire recuperare case vuote con l’arte contemporanea, oppure trovare nuovi artigiani per un tessuto tradizionale. Hachijojima, Naoshima e Yakushima raccontano tre percorsi diversi, ma si inseriscono in una geografia più ampia: dalle Ogasawara, remote e vulnerabili alle specie aliene, alle foreste subtropicali di Amami-Oshima, Tokunoshima, Okinawa settentrionale e Iriomote, fino alle isole dove tradizioni locali, mestieri e rituali restano parte della sopravvivenza delle comunità.

Dove l’isolamento protegge e mette a rischio

Il caso più evidente è quello delle Ogasawara, un arcipelago remoto a circa mille chilometri da Tokyo e patrimonio naturale Unesco. Le isole non sono mai state collegate al continente, e proprio questo isolamento ha favorito un’evoluzione particolare di piante e animali. L’Unesco segnala oltre 30 isole, centinaia di taxa vegetali nativi, acque ricche di pesci, cetacei e coralli, oltre alla presenza del Bonin flying fox, un pipistrello in pericolo critico.

Giappone, il fumo che esce da un cratere sull'isola di Nishinoshima nel Pacifico, un isolotto disabitato della catena di isole Ogasawara, a circa 1.000 chilometri a sud di Tokyo.
Il fumo che esce da un cratere sull’isola di Nishinoshima nel Pacifico, un isolotto disabitato della catena di isole Ogasawara, a circa 1.000 chilometri a sud di Tokyo (Ipa)

Ma l’isolamento che ha prodotto biodiversità è anche ciò che la rende vulnerabile. Le specie invasive sono una delle principali minacce. Per questo ai visitatori viene chiesto di controllare scarpe, vestiti e borse, in modo da non trasportare semi, insetti o organismi estranei. Il ministero dell’Ambiente giapponese cita anche interventi contro ratti, planarie e altri predatori che minacciano specie endemiche, come alcune lumache terrestri.

Un altro laboratorio naturale si trova più a sud-ovest del Giappone: è il sito Unesco che riunisce Amami-Oshima, Tokunoshima, la parte settentrionale dell’isola di Okinawa e Iriomote. Oltre 42mila ettari di foreste subtropicali distribuiti su quattro isole, con alta biodiversità e molte specie endemiche e minacciate che esistono solo in questi ambienti. Tra gli esempi più noti ci sono il coniglio di Amami, il ratto spinoso di Tokunoshima, il gatto di Iriomote e lo Yanbaru kuina, un uccello incapace di volare che vive nella parte settentrionale di Okinawa.

Qui la conservazione non riguarda solo la protezione della foresta, ma anche la convivenza tra fauna rara, strade, villaggi e turismo. A Iriomote, per esempio, uno dei problemi più concreti è il rischio di incidenti stradali per il gatto selvatico dell’isola, una specie in pericolo critico. Cartelli, limiti di velocità e campagne di sensibilizzazione servono a ricordare che anche infrastrutture ordinarie possono diventare una minaccia per animali con areali molto limitati.

Ad Amami-Oshima, invece, la tutela degli ecosistemi passa anche dal controllo delle specie invasive e dalla gestione dei percorsi di visita. L’Amami World Heritage Trail collega otto isole abitate e propone itinerari che attraversano paesaggi naturali, villaggi e luoghi della cultura locale. È un modo per distribuire i flussi e far sì che il turismo non si concentri solo sui punti più sensibili, ma entri in relazione con le comunità che vivono dentro quei territori.

Il tessuto che tiene insieme cultura e territorio

Hachijojima si trova a circa 290 chilometri a sud di Tokyo, nell’arcipelago delle Izu. È abbastanza vicina alla capitale da essere raggiunta in meno di un’ora di volo, ma abbastanza distante da vivere una condizione tipicamente insulare: collegamenti vulnerabili, dipendenza dai rifornimenti, esposizione ai tifoni e necessità di valorizzare ciò che il territorio offre.

L’isola è dominata dal Monte Hachijo-Fuji, alto 854 metri, e segnata dalla corrente di Kuroshio, che ne influenza il clima e la ricchezza marina. Le sue acque ospitano tartarughe, pesci tropicali e, tra inverno e primavera, il passaggio delle megattere. Ma il rapporto tra natura e cultura emerge soprattutto in una produzione artigianale: il Kihachijo.

Si tratta di un tessuto tradizionale le cui origini vengono fatte risalire a circa 800 anni fa. I colori caratteristici – giallo, rosso-marrone e nero – sono ottenuti da tinture naturali ricavate da piante, cortecce, fango, acqua e suolo dell’isola. È una tecnica che lega il prodotto finale all’ambiente in modo diretto: il tessuto esiste perché esistono quelle materie prime, quei saperi e persone capaci di tramandarli.

Il problema, oggi, è la continuità. Come accade in molte comunità insulari, la carenza di successori mette a rischio attività tradizionali che richiedono anni di apprendimento e che non sempre garantiscono prospettive economiche sufficienti. La Kihachijo Preservation Society e il governo locale stanno lavorando per trasmettere le tecniche e formare nuovi artigiani. La sfida non è soltanto conservare un simbolo culturale, ma fare in modo che resti una pratica viva.

Anche sul piano energetico Hachijojima mostra la difficoltà di trasformare una risorsa naturale in continuità locale. Nel 1999 sull’isola è entrata in funzione una centrale geotermica, poi dismessa nel 2019 per l’invecchiamento degli impianti. Per anni ha contribuito alla produzione elettrica locale; nuovi studi e progetti sono ancora in corso. Per un’isola esposta a interruzioni nei collegamenti e nei rifornimenti, la questione energetica resta parte della stessa domanda: come ridurre la dipendenza dall’esterno senza perdere equilibrio con il territorio.

L’isola rinata con l’arte

Naoshima è una piccola isola del Mare Interno di Seto, con circa 3mila abitanti. Oggi è conosciuta a livello internazionale per l’arte contemporanea, ma il suo percorso nasce da una situazione diversa: declino demografico, perdita di vitalità locale e un’eredità industriale che ha segnato l’ambiente dell’area.

La trasformazione dell’isola è passata attraverso musei, installazioni e architetture. Al porto di Miyanoura, la zucca rossa di Yayoi Kusama è diventata una delle immagini più riconoscibili di Naoshima. Il Chichu Art Museum, il Benesse House Museum e il Lee Ufan Museum, progettati da Tadao Ando, hanno inserito l’isola nei circuiti globali dell’arte. Ma il progetto più interessante, dal punto di vista della rigenerazione locale, è forse meno monumentale: l’Art House Project ha trasformato case tradizionali vuote in opere d’arte. L’idea non è stata abbattere e ricostruire, ma usare ciò che esisteva già: edifici abbandonati, materiali, luce, vicoli, memoria domestica. In questo modo l’arte è diventata anche uno strumento per rileggere spazi lasciati indietro dallo spopolamento e restituire valore a parti dell’isola che rischiavano di scomparire dalla vita quotidiana.

Il successo ha riportato visitatori e attenzione. La Triennale di Setouchi, che coinvolge diverse isole del Mare Interno di Seto, ha consolidato questa immagine di arcipelago culturale. Nel 2025 Naoshima ha accolto circa 340mila visitatori, secondo i dati citati dagli organizzatori. Per una comunità di poche migliaia di residenti, il turismo culturale è una risorsa, ma anche una pressione da gestire.

Giappone, festival d'arte alla Triennale di Setouchi
Festival d’arte alla Triennale di Setouchi, a Naoshima (Ipa)

Resta poi il tema ambientale. Il Mare Interno di Seto è il più grande mare costiero chiuso del Giappone, una caratteristica che lo rende vulnerabile all’accumulo di rifiuti marini. Le attività di pulizia costiera condotte nell’area, comprese quelle legate all’iniziativa Setouchi Oceans X, indicano che la rigenerazione culturale non può essere separata dalla qualità dell’ambiente circostante. Naoshima mostra così un equilibrio non scontato: l’arte può contribuire a ridare centralità a un’isola, ma non sostituisce la gestione delle fragilità ambientali e sociali che la attraversano.

La foresta che chiede regole e manutenzione

Yakushima si trova a circa 135 chilometri a sud di Kagoshima ed è uno dei primi siti naturali del Giappone iscritti nella lista del patrimonio mondiale Unesco. Circa il 90% dell’isola è coperto da foreste, con montagne che sfiorano i 2mila metri e un clima estremamente piovoso. La varietà di ambienti è tale che spesso si dice che l’arcipelago giapponese sia racchiuso in una sola isola: vegetazione subtropicale lungo la costa, ecosistemi più freddi salendo verso le cime.

Il simbolo più noto è il Jomon Sugi, un grande cedro giapponese la cui età viene stimata in migliaia di anni. È diventato una meta per escursionisti e visitatori, attirando persone dal Giappone e dall’estero. Ma proprio il successo di Yakushima come destinazione naturale ha reso necessario un sistema di gestione più attento.

L’aumento dei visitatori ha portato usura dei sentieri, problemi di manutenzione dei servizi igienici in montagna, congestione lungo gli accessi più frequentati e pressione sugli ecosistemi. La tutela, in questo caso, non consiste solo nel dichiarare un’area protetta, ma nel sostenere i costi ordinari della conservazione: riparare percorsi, gestire rifiuti, limitare il traffico, informare i visitatori.

Per questo sull’isola sono stati introdotti contributi per la conservazione ambientale delle aree montane: 1.000 yen per le escursioni giornaliere e 2.000 yen per chi pernotta in montagna. I fondi vengono destinati alla manutenzione dei sentieri, dei servizi igienici, alla promozione dei bagni portatili e ad altre attività di tutela. Sul percorso verso il Jomon Sugi, l’accesso dei veicoli privati è limitato e i visitatori devono usare navette dedicate, in modo da ridurre congestione e impatto ambientale.

Yakushima lavora anche sulla protezione dei siti di nidificazione delle tartarughe marine e sulla raccolta dei detriti portati dalle correnti lungo la costa. È un promemoria utile: in un’isola, foresta e mare non sono sistemi separati. La conservazione deve tenere insieme sentieri, spiagge, rifiuti, fauna e comunità locali.

Le isole, per loro natura, non lasciano molto spazio all’astrazione. Un sentiero consumato, una bottega senza apprendisti, una spiaggia dove arrivano rifiuti portati dalle correnti sono segnali piccoli, ma difficili da ignorare. In Giappone, molti interventi di tutela partono da qui: non da grandi dichiarazioni, ma dalla gestione quotidiana di luoghi in cui natura, cultura e vita locale si toccano continuamente.

È una prospettiva che rende queste esperienze interessanti anche fuori dall’arcipelago. Non perché offrano una formula replicabile, ma perché mostrano quanto la conservazione dipenda spesso da scelte molto concrete: chi resta, chi cura, chi regola, chi trasmette.

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