La transizione verde creerà nuovi posti di lavoro. Non è detto, però, che li ottengano le stesse persone che perderanno l’impiego nei settori più esposti alla decarbonizzazione. E soprattutto non è scontato che il nuovo stipendio compensi quello precedente.
È il nodo sollevato dal Cedefop, il Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale, in uno studio sulle carriere che stanno emergendo con la diffusione di energie rinnovabili, efficienza e tecnologie pulite.
Le ricerche considerate rilevano, nella maggior parte dei casi, un green wage premium: le professioni verdi tendono cioè a offrire salari superiori rispetto a occupazioni comparabili. Il risultato non è però uniforme e non descrive automaticamente ciò che accade a chi deve lasciare un settore industriale in declino. Il confronto tra professioni e il percorso del singolo lavoratore sono due misure diverse. Un lavoro verde può essere meglio retribuito della media, mentre una persona licenziata da un’industria ad alta intensità energetica può attraversare un periodo di disoccupazione o rientrare nel mercato con un reddito inferiore a quello precedente.
La questione posta dal Cedefop riguarda proprio questo passaggio: la creazione di nuovi posti non garantisce, da sola, che le perdite occupazionali e salariali siano compensate per le persone e per i territori maggiormente coinvolti.
Perché un lavoro verde può pagare di più e un lavoratore guadagnare di meno
Diversi studi internazionali associano le competenze verdi a un vantaggio salariale. Le stime cambiano a seconda del Paese, del metodo utilizzato e delle professioni analizzate. Alcune ricerche indicano premi contenuti, altre rilevano differenze più consistenti. Il policy brief ricorda anche uno studio che ha riscontrato un divario negativo tra lavori verdi e non verdi. Non esiste quindi un premio automatico legato alla semplice appartenenza di un impiego alla transizione ecologica.
Le retribuzioni più alte possono dipendere dalla richiesta di competenze tecniche ancora poco diffuse. Progettazione delle reti energetiche, gestione degli accumuli, manutenzione delle turbine, sicurezza informatica e controllo degli impianti sono attività specializzate per le quali la domanda delle imprese può superare l’offerta disponibile.
Un’analisi Ocse condotta sui dati amministrativi di 14 Paesi mostra però che la perdita di un posto nelle industrie ad alta intensità energetica può produrre effetti economici prolungati. Nel primo anno successivo a un licenziamento collettivo, i lavoratori provenienti da questi settori registrano guadagni inferiori del 58% rispetto a persone con caratteristiche simili che hanno conservato l’occupazione. Dopo sei anni, la differenza resta pari al 26%.
Il dato riguarda il reddito complessivo del lavoratore, non soltanto il salario orario dell’eventuale nuovo impiego. Comprende quindi gli effetti dei periodi senza lavoro, della riduzione delle ore lavorate e dell’ingresso in occupazioni con condizioni economiche differenti.
Le perdite risultano particolarmente elevate nella manifattura pesante, che comprende settori come acciaio, chimica, cemento e carta. Si tratta spesso di comparti caratterizzati da retribuzioni relativamente alte e da una forte presenza in specifici distretti industriali.
Per questo il vantaggio medio osservato nei lavori verdi non contraddice le perdite subite da chi viene licenziato. Le due statistiche descrivono fenomeni distinti: da una parte il confronto tra occupazioni, dall’altra il costo individuale del passaggio da un impiego a un altro.
I nuovi posti possono nascere lontano da quelli che scompaiono
Il Cedefop sottolinea anche che gli effetti occupazionali della decarbonizzazione saranno distribuiti in modo disomogeneo. I nuovi lavori possono richiedere competenze diverse da quelle presenti nei settori a maggiore intensità di emissioni. Possono inoltre concentrarsi in territori differenti rispetto a quelli nei quali diminuisce l’occupazione tradizionale.
Un saldo positivo a livello nazionale o europeo non esclude quindi perdite in singole regioni o filiere produttive. La crescita dell’occupazione nelle rinnovabili può convivere con la contrazione del lavoro nella produzione fossile o in alcuni comparti della manifattura pesante.
Per accedere alle nuove opportunità, una parte dei lavoratori potrebbe avere bisogno di formazione aggiuntiva o di mobilità geografica. Secondo il Cedefop, gli investimenti iniziali necessari per acquisire nuove competenze possono aumentare le disuguaglianze quando le politiche di riqualificazione sono insufficienti.
Non tutte le competenze devono però essere costruite da zero. Una parte delle conoscenze tecniche maturate nell’industria può essere utilizzata anche nelle filiere verdi. Un manutentore industriale possiede capacità applicabili agli impianti eolici. Un elettricista può integrare la propria preparazione con competenze su fotovoltaico e sistemi di accumulo. Tecnici meccanici e addetti al controllo della qualità possono trovare impiego nella produzione di batterie, pompe di calore e altri componenti delle tecnologie pulite.
Il passaggio richiede comunque che le competenze già possedute siano riconosciute e completate attraverso percorsi mirati. Cedefop indica tra gli strumenti possibili l’apprendistato, la formazione sul lavoro e programmi brevi e modulari.
Non basta formare tecnici
Lo studio non sostiene che la carenza di tecnici dipenda principalmente dagli stipendi. Le difficoltà di reperimento sono legate anche alla rapidità del cambiamento tecnologico, alla scarsità di alcune specializzazioni e alla distanza tra i programmi formativi e le esigenze delle imprese. Salari e condizioni di lavoro intervengono però nella disponibilità delle persone a riqualificarsi e a entrare nei nuovi settori.
Il ragionamento del Cedefop è lineare. Quando i lavori verdi offrono retribuzioni e condizioni migliori, i lavoratori hanno un incentivo maggiore a investire nella formazione e a cambiare occupazione. Quando il passaggio comporta perdite economiche, le resistenze possono aumentare.
Il policy brief collega questa dinamica anche al consenso verso le politiche climatiche. Le perdite di posti e salari nei settori ad alta intensità di emissioni possono alimentare opposizione, soprattutto nelle regioni che dipendono maggiormente dalle filiere fossili o dalla manifattura pesante. La qualità dell’occupazione diventa quindi uno degli elementi della transizione giusta. Non sostituisce il problema delle competenze, ma si aggiunge ad esso.
In Italia, secondo il sistema Excelsior, nel 2025 le imprese hanno segnalato difficoltà di reperimento per oltre la metà delle assunzioni programmate nei green jobs. Tra artigiani e operai specializzati la quota risulta ancora più elevata.
La transizione può dunque creare occupazione e, nello stesso tempo, produrre perdite per alcuni lavoratori. La differenza tra i due risultati dipenderà dalla possibilità di trasferire le competenze, ridurre i periodi senza lavoro e avvicinare le condizioni dei nuovi impieghi a quelle dei posti che vengono sostituiti.
