In Italia oltre 1 mln di donne fuori da percorsi di studio e lavoro: Neet fenomeno ‘rosa’

La genitorialità è la principale condizione familiare di rischio, anche tra le laureate. La causa sono le responsabilità familiari e di cura, mentre tra i padri Neet prevalgono situazioni legate al mercato del lavoro
9 Luglio 2026
4 minuti di lettura
Donna triste sul divano
(Canva)

Oltre 1 milione di donne in Italia (1.106.000) si trova fuori da percorsi di studio, formazione e lavoro, il 59% del totale dei Neet nella fascia 15-34 anni. La genitorialità rappresenta la principale condizione familiare di rischio: se tra i monogenitori il tasso femminile si colloca al 47,6%, il picco si registra tra le madri in coppia, dove il tasso raggiunge il 49,4%, oltre quattro volte quello delle donne che vivono come figlie (12%) e quasi sei volte quello dei padri in coppia (8,3%). Il divario più ampio si ha per loro nella fascia 20-24 anni dove il tasso raggiunge il 78,2%, 58,5 punti in più dei padri. Sono alcuni dei dati della seconda edizione del Rapporto Dedalo-laboratorio permanente sul fenomeno Neet, il progetto lanciato nel luglio 2025 da Fondazione Gi Group in partnership con l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo e in collaborazione con Zeroneet – il programma di contrasto al fenomeno dei Neet promosso da Fondazione Cariplo – e Fondazione Compagnia di San Paolo.

Dedalo ha acceso in Italia un faro continuativo e sistemico sul fenomeno che, attraverso una classificazione proprietaria, studia le cause profonde dell’allontanamento dei giovani dai percorsi scolastici, formativi e dal mondo del lavoro, con l’obiettivo di promuovere una corretta conoscenza di questa condizione e individuare e proporre iniziative di contrasto e prevenzione.

Il nuovo studio, dal titolo ‘Neet, giovani non invisibili: tra cura e rinuncia, una lettura di genere del fenomeno’, è stato realizzato col contributo di un ampio network di attori, tra i quali Eurofound, Adapt e Valore D, ed è stato presentato questa mattina (9 luglio) a Roma in un evento istituzionale presso la Sala della Regina della Camera dei Deputati.

Italia resta tra i peggiori Paesi in Europa per Neet

Nonostante un progressivo miglioramento dal 2020, l’Italia resta tra i peggiori Paesi in Europa per numero di Neet, con un tasso del 15,6% nella fascia 15-34 anni, pari a 1,87 milioni di giovani in questa condizione nel 2025, e un divario di genere ancora marcato (19,1% donne vs 12,3% uomini). L’analisi evidenzia come la genitorialità rappresenti un fattore di rischio quasi esclusivamente femminile, e in particolare come la genitorialità in coppia costituisca il rischio più rilevante, al punto che oltre il 90% dei genitori in coppia Neet è donna.

La ragione di questo divario è legata alle responsabilità familiari e di cura, che rappresentano per il 78,8% delle madri in coppia Neet la causa principale della propria condizione, mentre tra i padri prevalgono situazioni legate al mercato del lavoro, come la disoccupazione di lungo periodo.

Un fenomeno femminile

Il Rapporto mostra però che anche tra le coppie senza figli, il tasso di Neet è del 15,7% tra le donne e del 3,4% tra gli uomini, con un gap che si mantiene costante lungo tutte le fasce d’età e segnala come la sola condizione di convivenza di coppia, anche in assenza di figli, impatti in modo diverso sulle traiettorie di studio e lavorative di donne e uomini, rispecchiando la persistenza di modelli culturali e di ruolo sbilanciati nell’assegnazione delle responsabilità domestiche.

Neanche la laurea, che pure in generale rappresenta un fattore protettivo, riesce a cancellare lo svantaggio correlato alla maternità. Tra i laureati, il tasso di Neet è pari al 12,5% per le donne e all’8,1% per gli uomini, un divario che tende ad ampliarsi con l’età, superando i 5 punti nella fascia 30-34 anni.

Anche nei contesti familiari più favorevoli, il gap persiste. Tra i genitori in coppia, infatti, le madri laureate presentano un tasso Neet quasi dieci volte superiore a quello dei padri laureati, ancora una volta a causa delle responsabilità familiari e di cura.

Quasi 1 Neet su 3 è a livello grave di ‘disinteresse’

La seconda edizione del Rapporto introduce inoltre la Scala di gravità, uno strumento originale che, attraverso otto livelli (da 0 a 7) individua il rischio di esclusione occupazione dei Neet, combinando ricerca attiva, disponibilità immediata, motivazioni dell’inattività e durata della condizione. Dall’analisi risulta come quasi 1 Neet su 3 (30,8%) si collochi al livello di gravità più elevato, quello in cui non cerca lavoro, non sarebbe disponibile ad accettarlo e si trova in questa condizione da oltre 12 mesi. Per questo gruppo, gli strumenti ordinari di politica attiva risultano inefficaci.

Forte ancora una volta l’asimmetria di genere, con il 43,1% delle donne Neet al livello 7, contro il 13,2% degli uomini. Tra le categorie a maggior gravità rientrano inoltre gli scoraggiati, che si collocano prevalentemente al livello 5 (82%).

Come intervenire

A partire dalle evidenze dell’analisi, il Rapporto individua una serie di misure di intervento pensate per andare oltre la portata degli strumenti tradizionali di Politica attiva del lavoro – efficaci soprattutto verso i Neet più vicini al mercato del lavoro – e raggiungere quei gruppi, in particolare le giovani donne, che invece richiedono interventi sistemici capaci di agire sulle cause del fenomeno.

Cinque le priorità individuate a livello generale:

  1. rafforzamento dell’orientamento come leva di prevenzione, anticipandolo alle prime fasi del percorso educativo e intervenendo sui fattori culturali che condizionano le scelte di studio e lavoro, a partire dal contrasto agli stereotipi di genere. Il Rapporto propone in questa direzione anche un programma integrato al percorso di educazione civica per promuovere una visione consapevole del lavoro regolare come diritto-dovere universale;
  2. costruzione di condizioni occupazionali che garantiscano indipendenza economica e abitativa;
  3. contrasto al lavoro irregolare;
  4. potenziamento delle politiche attive del lavoro;
  5. sgravi contributivi per le imprese che assumono Neet, in particolare donne.

Per contrastare il fenomeno Neet tra le donne, il Rapporto propone interventi mirati che agiscano sui tre gruppi individuati come più vulnerabili:

Interrompere il circolo vizioso

“Negli ultimi anni – afferma Chiara Violini, presidente di Fondazione Gi Group – il numero dei Neet è diminuito nel nostro Paese, ma persistono situazioni di forte fragilità per i nostri giovani. In questa nuova edizione abbiamo deciso di fornire una lettura di genere del fenomeno perché, con oltre un milione di giovani donne fuori da percorsi di studio e lavoro, l’Italia non solo disperde capitale umano, ma rischia di riprodurre le stesse condizioni di vulnerabilità nelle generazioni future. Se vogliamo interrompere questo circolo vizioso, è necessario intervenire prima che queste disuguaglianze si consolidino”.

“Per questo – continua Violini – il Rapporto individua nel livello culturale-educativo la prima area di intervento, sottolineando l’importanza di agire fin dall’età scolastica sui meccanismi attraverso cui gli stereotipi di genere influenzano scelte formative e professionali, aspettative e modelli di ruolo. Al tempo stesso, è fondamentale promuovere una visione del lavoro come leva di autonomia economica, riconoscimento sociale e libertà personale, creando le basi culturali e sociali per un cambiamento duraturo, capace di rafforzare tutte le altre azioni necessarie ad affrontare il fenomeno”.

Per Walter Rizzetto, presidente della XI commissione Lavoro Pubblico e Privato della Camera dei deputati, “l’inattività giovanile è un fenomeno complesso, che richiede politiche capaci di intervenire sulle cause profonde dell’esclusione”. “In questo quadro – spiega – si inserisce la mia proposta di legge per l’istituzione della Giornata nazionale per il contrasto dell’inattività giovanile. Non è una semplice ricorrenza celebrativa, ma uno strumento per rafforzare percorsi personalizzati di orientamento, formazione e accompagnamento al lavoro, coinvolgendo Regioni, enti locali, scuole e centri per l’impiego. Vogliamo dare ai giovani più fragili opportunità concrete”.

Persone | Altri articoli