Oggi, 22 maggio, alla tenuta presidenziale di Castelporziano, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricevuto dalle mani di due giovani studenti la Carta della Biodiversità.
Un gesto simbolico, ma non solo: dietro di esso c’è il tentativo di ancorare a un impegno istituzionale concreto la tutela degli ecosistemi in Italia, in un momento in cui il divario tra gli obiettivi sottoscritti a livello internazionale e la loro attuazione sul territorio rimane il problema centrale della politica ambientale.
La cornice dell’evento era quella del 40° anniversario della Fondazione Marevivo, organizzazione storica della tutela marina italiana, che ha ospitato l’edizione 2026 della Giornata Mondiale della Biodiversità, istituita dalle Nazioni Unite nel 2000 per commemorare l’adozione della Convenzione sulla Diversità Biologica, firmata a Nairobi il 22 maggio 1992.
Tutelare la natura partendo dal locale
Il tema ufficiale della Giornata 2026 è “Acting locally for global impact”, ovvero agire a livello locale per un impatto globale. L’obiettivo è a connettere le iniziative di comunità, città, aziende e organizzazioni giovanili con i 23 obiettivi del Quadro Globale per la Biodiversità di Kunming-Montreal (Kmgbf), il trattato internazionale che dal 2022 ha fissato l’architettura delle politiche mondiali sulla perdita di specie ed ecosistemi.
Al centro di questa iniziativa c’è la consapevolezza che i grandi accordi internazionali producono effetti reali solo se trovano corrispondenza in misure concrete a livello locale: fondi, piani di gestione del territorio, vincoli normativi applicati.
Dalla tutela dell’ambiente alla cultura della biodiversità
All’evento ha partecipato Luigi Fiorentino, presidente del National Biodiversity Future Center (Nbfc), il Centro nazionale per la biodiversità finanziato nell’ambito del Pnrr. “La sfida di oggi è passare dalla tutela dell’ambiente a una cultura della biodiversità, dove il ripristino della natura non è visto come un costo, ma come un atto di civiltà, necessario motore di un differente sviluppo”, ha dichiarato Fiorentino.
Il Centro da lui presieduto si propone di dare concretezza ai valori messi per iscritto: prendere i principi dell’articolo 9 della Costituzione, che dal 2022 tutela espressamente l’ambiente e la biodiversità, e le norme europee, a partire dalla Nature Restoration Law, e trasformarli in interventi territoriali verificabili. Coordinato dal Cnr, di cui Andrea Lenzi presiede il consiglio, il Centro riunisce decine di enti di ricerca italiani con l’obiettivo di produrre conoscenza applicabile, non solo accademica.
Cosa prevede la Nature Restoration Law
La Nature Restoration Law, il regolamento europeo entrato in vigore nel 2024 dopo un iter travagliato, impone agli Stati membri di ripristinare almeno il 20% degli ecosistemi degradati entro il 2030, con obiettivi crescenti fino al 2050. Si tratta di impegni che riguardano habitat terrestri, marini, fluviali e agricoli, e che richiedono investimenti, dati affidabili e capacità istituzionale di monitoraggio.
È qui che entra in gioco un centro come Nbfc: senza una infrastruttura scientifica capace di misurare lo stato degli ecosistemi e l’efficacia degli interventi, infatti, gli obiettivi di legge restano sulla carta.
Dalla cerimonia all’azione
La consegna della Carta della Biodiversità al Capo dello Stato ha un valore che va oltre il protocollo. Coinvolgere studenti nella lettura del documento, in un contesto come Castelporziano, riserva naturale statale di oltre 6.000 ettari alle porte di Roma, significa scegliere deliberatamente una comunicazione incarnata nel territorio in coerenza con il tema 2026: l’impatto globale si costruisce partendo da ciò che è locale, misurabile, visibile. Un concetto che riecheggia quello di sussidiarietà sancito dall’articolo 118 della nostra Costituzione.
La sfida per l’Italia, che ha ecosistemi tra i più ricchi d’Europa ma anche tassi elevati di consumo di suolo e frammentazione degli habitat, è dare concretezza con la politica a questa consapevolezza, andando oltre le cerimonie.
