Come si ricostruisce un habitat? Il caso dell’Oasi della Biodiversità di Pavia

Virginia Castellucci, esperta di biodiversità, spiega perché ricostruire un habitat non significa solo piantare alberi: a Pavia il progetto di 3Bee, XNatura e Fondazione LGH parte dal suolo e misura il ritorno delle specie
21 Maggio 2026
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L’Oasi della Biodiversità di Pavia

Non è un bosco piantato per compensare. Non è un giardino dimostrativo. E non è nemmeno, in senso stretto, un progetto agricolo. L’Oasi della Biodiversità di Pavia nasce da un cambio di prospettiva: prendere un terreno che prima produceva una sola cosa, sottrarlo alla logica della monocoltura e restituirlo alla complessità della natura.

Il risultato non si misura solo nel numero di alberi messi a dimora. Si misura negli uccelli che tornano, negli impollinatori che trovano cibo, nei mammiferi che attraversano l’area, nel suolo che ricomincia a funzionare come base di un ecosistema.

Per questo l’Oasi, realizzata da 3Bee e XNatura con il supporto di Fondazione LGH, non viene soltanto rigenerata: viene osservata, ascoltata e monitorata in continuo. Dal 22 maggio, in occasione della Giornata Mondiale della Biodiversità, sarà possibile iscriversi alla visita pubblica dell’Oasi di Pavia, in programma il 26 settembre 2026. Una giornata pensata per famiglie, adulti e bambini, con partenza da Milano e attività dedicate alla scoperta di un ecosistema che sta tornando a popolarsi.

Prima degli alberi, degli impollinatori e degli uccelli, c’è il suolo. È da lì che passa la possibilità di ricostruire un habitat capace di accogliere nuove presenze. “Il suolo è il pilastro dell’ecosistema”, spiega l’esperta di biodiversità Virginia Castellucci a Prometeo 360. “Se lo rendiamo favorevole alla rinascita della biodiversità, poi le specie tornano da sole”.

La biodiversità non torna con un gesto solo

La crisi della biodiversità è spesso raccontata attraverso grandi numeri globali. Secondo l’ultimo Living Planet Report del Wwf, le popolazioni di vertebrati monitorate sono diminuite in media del 73% tra il 1970 e il 2020, con punte del 95% in America Latina e nei Caraibi. Il rapporto misura l’evoluzione di oltre 5.000 specie tra mammiferi, uccelli, pesci, anfibi e rettili.

In Europa, secondo l’European Environment Agency, l’81% degli habitat protetti versa in uno stato di conservazione scarso o cattivo, insieme al 39% delle specie di uccelli. In Italia, il più recente Rapporto Ispra fotografa un Paese minacciato anche dall’avanzata delle specie aliene, cresciute del 96% negli ultimi trent’anni: oggi sono oltre 3.650 quelle censite sul territorio nazionale e il 15% provoca impatti significativi sugli ecosistemi, mettendo a rischio la fauna autoctona.

Dentro questo quadro, il progetto di Pavia prova a rispondere a una domanda molto concreta: che cosa significa, davvero, ricostruire un habitat?

La risposta, spiega Castellucci, non coincide con la sola piantumazione. “La piantumazione di specie autoctone con un potenziale nettarifero importante è una parte della rigenerazione, ma non c’è solo quello. Ci sono anche, per esempio, i rifugi per impollinatori. Il punto è far ripartire il suolo”.

La differenza tra piantare alberi e ricostruire un habitat sta proprio qui. Le piante autoctone sono una parte dell’intervento, ma non bastano da sole: servono suolo vivo, fioriture distribuite nel tempo, rifugi per gli impollinatori e condizioni perché le specie possano tornare e restare.

Da terreno produttivo a spazio restituito alla complessità

L’Oasi della Biodiversità di Pavia nasce in un contesto agroforestale, in un’area precedentemente coltivata. È qui che 3Bee e Fondazione LGH hanno lavorato per trasformare uno spazio segnato da una funzione produttiva in un habitat destinato alla biodiversità.

Castellucci chiarisce però un punto: le oasi non sono, in senso stretto, agricoltura rigenerativa. “Sono spazi dove a volte prima c’era agricoltura, in particolare monocoltura, e che vengono destinati solo ed esclusivamente alla biodiversità e alla natura. Non vengono più messi a reddito in senso stretto”.

L’Oasi di Pavia nasce quindi dove prima c’era un terreno chiamato a produrre raccolto. Oggi quello stesso spazio non deve più produrre una coltura, ma condizioni di vita: cibo per gli impollinatori, rifugi, continuità ecologica, possibilità di passaggio e ricolonizzazione per la fauna selvatica. Questo cambio di destinazione è il cuore del progetto. Non si tratta di aggiungere qualche elemento naturale a un paesaggio agricolo, ma di restituire una porzione di territorio a relazioni ecologiche più complesse.

Gli alberi sono l’inizio, non il risultato

Nell’area sono state messe a dimora 4.063 piante di 17 specie autoctone nettarifere, tra cui ciliegio, nocciolo, salice bianco e acero campestre. La scelta non risponde solo a un criterio estetico o quantitativo. Le specie sono state selezionate per la loro fioritura scalare e per l’alto potenziale pollinifero, in modo da offrire nutrimento agli insetti impollinatori lungo tutto l’arco dell’anno.

Api selvatiche, bombi, farfalle e sirfidi hanno bisogno di disponibilità alimentare distribuita nel tempo. Per questo la composizione vegetale dell’Oasi è progettata per sostenere non una singola specie, ma un insieme di presenze che dipendono l’una dall’altra. Gli alberi e gli arbusti, in questa prospettiva, non rappresentano il risultato finale dell’intervento. Sono l’infrastruttura biologica che permette all’ecosistema di ricominciare a funzionare.

Piantare alberi è una parte del lavoro. Il resto riguarda le condizioni che permettono ad altre forme di vita di tornare, stabilirsi e interagire: disponibilità di cibo, rifugi, continuità delle fioriture, equilibrio del suolo e monitoraggio nel tempo.

Sensori e fototrappole: quando la natura lascia tracce misurabili

La dimensione più originale dell’Oasi di Pavia è l’integrazione tra rigenerazione ambientale e monitoraggio tecnologico. Nell’area sono stati installati 10 sensori Spectrum per il monitoraggio degli impollinatori, 10 sensori Birdy per l’avifauna e 14 fototrappole distribuite sul territorio.

I dati confluiscono nella piattaforma ambientale di XNatura, che permette di seguire nel tempo l’evoluzione dell’habitat. L’indice MSA, Mean Species Abundance, misura internazionale dello stato di salute della biodiversità, mostra in una delle aree monitorate un miglioramento da 39,7 a 64,6.

I sensori Birdy hanno già rilevato più di 130 specie di uccelli. Tra quelle identificate figurano gruccione, pendolino, poiana, capinera, tottavilla, cinciallegra, pettirosso, codirosso, zigolo giallo, codibugnolo e merlo. I sensori Spectrum hanno clusterizzato 18 tipologie di impollinatori, mentre le fototrappole hanno documentato la presenza di caprioli, cinghiali, tassi, volpi, istrici e lupi.

Qui la tecnologia non sostituisce l’intervento ambientale, ma serve a seguirne l’evoluzione. Sensori, fototrappole e piattaforme di analisi permettono di capire se l’habitat sta cambiando, in che misura e con quali effetti nel tempo. “La tecnologia non è mai un fine, è sempre un mezzo”, sottolinea Castellucci. “Ci permette di monitorare la natura e di rendere il monitoraggio meno costoso e più scalabile, lasciando la maggior parte del budget agli interventi reali di ripristino sul territorio”.

“La natura torna rapidamente, se può farlo”

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda i tempi. Il progetto dell’Oasi di Pavia nasce già alcuni anni fa, ma il rafforzamento realizzato con il supporto di Fondazione LGH, spiega Castellucci, ha permesso di ampliare l’intervento con la messa a dimora delle piante e l’installazione della sensoristica.

I dati più recenti, quelli relativi alle specie di uccelli, agli impollinatori e ai mammiferi osservati, arrivano dagli ultimi tre mesi di monitoraggio. Un tempo breve, sufficiente però a registrare segnali significativi.

Quando si ridà spazio alla biodiversità, in realtà non c’è bisogno di aspettare tanto per vedere i primi risultati”, osserva Castellucci. “La natura, quando effettivamente le permettiamo di fare il suo lavoro, si riprende in maniera molto rapida”.

Non è un lieto fine ambientale, né una soluzione automatica alla crisi della biodiversità. È però un indizio importante: la biodiversità non è soltanto qualcosa che si perde. In certe condizioni, può anche ricolonizzare.

Perché si può visitare solo un giorno

L’Oasi di Pavia non sarà un parco aperto in modo permanente. La visita pubblica è prevista in una giornata dedicata, il 26 settembre 2026, con iscrizioni aperte dal 22 maggio sul sito di 3Bee.

La ragione è legata alla natura stessa dello spazio. L’Oasi sorge in un’area privata, come accade per molti progetti di questo tipo. Alcune oasi nascono in contesti aziendali o industriali, altre in spazi pubblici attraverso partnership con enti locali, altre ancora in terreni agroforestali messi a disposizione da proprietari che scelgono di destinare una parte dei propri spazi alla biodiversità.

Nel caso di Pavia, l’apertura al pubblico ha quindi un valore specifico: rendere accessibile, anche solo per un giorno, un processo che normalmente resta invisibile. La giornata sarà dedicata alla divulgazione e alla sensibilizzazione, con attività pensate per adulti e bambini, partenza da Milano con mezzi dedicati e momenti di scoperta degli ecosistemi locali.

“L’obiettivo è far vivere questo spazio di natura rigenerata e far capire quali specie sono state rilevate nei mesi di monitoraggio”, spiega Castellucci. “Non c’è soltanto un tema di rigenerazione, ma anche di misurazione dell’impatto positivo”.

Il ruolo delle imprese: non solo compensare, ma restituire

Il 21 maggio 2026, alla vigilia della Giornata Mondiale della Biodiversità, l’Oasi di Pavia sarà presentata alla quarta edizione del Nature & Biodiversity Business Summit, in programma a Milano. L’appuntamento è rivolto al mondo delle imprese e nasce per raccontare progetti in cui il settore privato contribuisce alla tutela e al ripristino della biodiversità. Per 3Bee, il punto è portare le aziende dentro interventi che non si limitino alla compensazione, ma che producano effetti osservabili sugli ecosistemi.

A rendere evidente la sproporzione è anche un dato economico: secondo lo State of Finance for Nature 2026 dell’Unep, per ogni dollaro investito nella protezione e nel ripristino della natura ne vengono spesi trenta in attività che la danneggiano.

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