La superintelligenza, l’AI più intelligente dell’essere umano, è sempre più vicina. Ma nessuno sa esattamente come si svilupperà questa transizione, che, se da una parte può portare molti benefici all’umanità, dall’altra è accompagnata da grossi rischi. Rischi che vanno affrontati ora, pensando – e agendo – in modo ambizioso. A dirlo non è un ‘guru’ allarmista ma l’azienda che è praticamente sinonimo di Intelligenza artificiale: OpenAI. All’inizio di questo mese, la società tech ha pubblicato un documento per proporre un primo portafoglio di idee per governare un cambiamento che non sarà indolore. Tra queste, la distribuzione di un dividendo sulla crescita e la tassazione dell’automazione piuttosto che del reddito da lavoro.
Una trasformazione troppo veloce
Il testo, come si evince dal titolo – ‘Industrial Policy for the Intelligence Age: Ideas to Keep People First’ -, vuole mettere al centro le persone, di fronte a uno strumento che sconvolgerà l’attuale organizzazione, al pari di quello che è stata l’elettricità, il motore a combustione o la produzione di massa. In questi casi, spiega il documento, le società hanno saputo evolvere ed inventare nuovi modelli per gestire il cambiamento.
Stavolta però c’è una differenza: la trasformazione perturberà anche i posti di lavoro e rimodellerà intere industrie a una velocità e su una scala diverse da qualsiasi precedente cambiamento tecnologico. Alcuni lavori scompariranno, altri evolveranno ed emergeranno forme di lavoro interamente nuove. I cambiamenti, spiega Open AI, non arriveranno in modo uniforme. Perciò, senza una politica industriale nuova e ambiziosa, l’intelligenza artificiale potrebbe ampliare le disuguaglianze, cumulando vantaggi per coloro che sono già ben posizionati, mentre tutti gli altri, e ancor più chi è svantaggiato già ora, rimarrebbero indietro. “Esiste anche il rischio che i guadagni economici si concentrino in un piccolo numero di aziende come OpenAI”, sottolinea il documento.
Jobless Boom
In sostanza, la diffusione dell’intelligenza artificiale può portare a una crisi occupazionale senza precedenti. Ecco perché è necessario agire ora, sottolinea l’azienda guidata da Sam Altman, se si vuole prevenire il collasso sociale. Il cambiamento è già in atto, come dimostra una dinamica che non si era mai vista prima nella storia: la produttività aumenta fortemente mentre la necessità di manodopera umana crolla. Un fenomeno definito ‘jobless boom‘ e che porta dritti dritti a una concentrazione di ricchezza inedita, nello specifico a favore di chi controlla gli algoritmi.
L’umanità rischia dunque una netta divisione in due: da una parte un pugno di persone che detengono potere e ricchezza e decidono il futuro di tutti. Dall’altra, il resto dell’umanità, che non potrà che subire ciò che viene deciso dall’élite.
Cosa propone OpenAI
OpenAI nel documento ricorda diverse volte la necessità di evitare che la prosperità e le opportunità portate dall’AI vadano a vantaggio di una manciata di aziende, perché altrimenti “avremmo fallito nel mantenere la sua (dell’AI, ndr) promessa”.
Dopo aver stabilito che l’accesso all’AI è una necessità fondamentale (simile all’elettricità o all’alfabetizzazione), l’organizzazione avanza due batterie di proposte da discutere, relative alla costruzione di un’economia aperta e a quella di una società resiliente. Alcune sono particolarmente dirompenti, anche se sono complesse da attuare e a loro volta nascondono delle ombre.
Il Public Wealth Fund
Una è la creazione di un Public Wealth Fund nazionale (un Fondo Patrimoniale Pubblico) che dia a ogni cittadino, indipendentemente dalla sua ricchezza di partenza o dall’accesso al capitale, una quota diretta della crescita economica generata dall’intelligenza artificiale: in questo modo tutti parteciperebbero ai profitti delle Big Tech.
Si tratterebbe di una sorta di ‘reddito di base’ che però presenta anch’esso dei rischi: intanto quello di essere talmente basso da consentire appena la sopravvivenza quotidiana. Inoltre, il cittadino passerebbe dall’essere un lavoratore, dunque un soggetto attivo, a essere un beneficiario passivo di un dividendo, con scarse o nulle possibilità di sostituirlo. L’umanità si ritroverebbe totalmente alla mercè della volontà e della benevolenza di pochissimi privati.
Oltre a questo, la logica del Public Wealth Fund porta con sé altri problemi, a partire dal fatto che il finanziamento del welfare sarebbe legato al successo di pochi monopoli. Inoltre, sarebbe ancora più difficile regolare le aziende, anche perché ogni sanzione andrebbe a colpire il reddito dei cittadini.
La tassazione del “lavoro automatizzato”
Un’altra proposta della ‘nuova politica industriale’ di OpenAI riguarda la “tassazione del lavoro automatizzato“.
L’ottica è quella per cui l’attuale sistema basato sul reddito da lavoro è destinato a non durare, ma potrebbe essere sostituito da uno spostamento del carico fiscale dal lavoro al capitale, ovvero verso i guadagni di produttività e i profitti aziendali, e dall’esplorazione di nuovi approcci come le tasse relative al lavoro automatizzato. In questo modo si continuerebbe a finanziare programmi sociali come la sanità e la previdenza, o i lavori pubblici, altrimenti messi a rischio dall’automazione che rischia di erodere le entrate che oggi li finanziano.
Benefit e qualità della vita
Il documento suggerisce anche di incentivare le imprese a convertire i guadagni di efficienza derivanti dall’IA in migliori benefit (sanità, pensioni, assistenza all’infanzia e agli anziani) o nella sperimentazione di una settimana lavorativa di 32 ore/4 giorni a parità di stipendio: le ore recuperate grazie all’intelligenza artificiale potrebbero lasciare spazio a maggior tempo libero per i lavoratori, una sorta di ‘dividendo di efficienza’ che si tradurrebbe in una migliore qualità della vita.
Nessuno vuole rallentare la corsa tecnologica
Come la stessa OpenAI precisa più volte, queste e le altre proposte della nuova politica industriale devono essere discusse nei loro pro e nei loro contro. Ma c’è una certa contraddizione di base: che siano le aziende che oggi controllano algoritmi, innovazione, e di fatto il futuro dell’umanità, a denunciare i rischi e i pericoli di quello che loro stesse stanno forgiando, proponendo soluzioni mentre allo stesso tempo ostacolano ogni tentativo di regolazione.
OpenAI nel suo documento insiste sulla necessità di una governance globale, ma si sta muovendo, come tutto l’ecosistema americano, in direzione opposta, verso un nazionalismo tecnologico sempre più accentuato dalla competizione con la Cina. L’intelligenza artificiale appare soprattutto come uno strumento di potere e supremazia, più che di benessere universale. La governance evocata dall’azienda di Sam Altman presupporrebbe regole condivise, ma se ridurre le disuguaglianze significa rallentare la corsa alla superiorità tecnologica, difficilmente qualcuno sarà disposto a farlo.