Ricongelare l’Artico è possibile? La sfida dei ricercatori per salvare il “tetto del mondo”

Droni subacquei italiani a servizio della missione di geoingegneria
18 Giugno 2026
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Artico ghiacci canva
Ghiacci dell'Articolo (Canva)

Il riscaldamento globale minaccia di far scomparire i ghiacci polari entro il 2030, ma una startup no-profit sta testando una soluzione tanto semplice quanto audace: usare pompe e droni per “fabbricare” nuovo ghiaccio. Un progetto che unisce governi, scienziati e comunità indigene.

Per capire l’urgenza di questo intervento, bisogna guardare ai numeri: negli ultimi 45 anni, la superficie del ghiaccio artico estivo si è ridotta di circa il 40%. Questo fenomeno innesca un circolo vizioso: il ghiaccio bianco riflette il 70% del calore solare nello spazio, mentre l’oceano scuro, una volta esposto, ne assorbe il 93%, accelerando ulteriormente lo scioglimento. Gli scienziati temono che questo processo possa spingere il clima terrestre oltre punti di non ritorno irreversibili.

La missione di Real Ice

In questo scenario opera Real Ice, la società no-profit fondata nel 2022 dai ricercatori Simon Woods e Cían Sherwin. Guidata dal Ceo Andrea Ceccolini, l’azienda si pone l’obiettivo di testare tecniche di geoingegneria, ovvero interventi tecnologici su vasta scala per influenzare il clima e per preservare la banchisa polare.

Il progetto non è un’iniziativa isolata: come spiega in un reportage il Guardian, il progetto è sostenuto da un finanziamento di 3,5 milioni di sterline dell’agenzia governativa britannica Aria (Advanced Research and Invention Agency) e si avvale della collaborazione scientifica dell’Università di Washington e di quella di Cambridge.

La tecnica: il ghiaccio “fatto in casa” a -40°C

Il cuore dell’esperimento si trova a Cambridge Bay, nel Canada settentrionale. Qui, durante il gelido inverno artico con temperature che toccano i -40°C, il team di Real Ice ha perforato la banchisa per pompare in superficie circa 50.000 tonnellate di acqua oceanica.

Il risultato è sorprendente: l’acqua marina congela quasi istantaneamente a contatto con l’aria polare, trasformando lo strato di neve isolante in ghiaccio solido. Questo processo ha permesso di ispessire la banchisa di circa 50 centimetri, un incremento che potrebbe garantire al ghiaccio fino a 10 giorni di vita in più durante la critica stagione estiva. Inoltre, il ghiaccio così generato si è rivelato più brillante e riflettente di quello naturale, aumentando la sua capacità di respingere il calore solare.

Robotica italiana sotto i ghiacci

Per trasformare questo test locale in una soluzione globale, Real Ice sta sviluppando una tecnologia d’avanguardia in collaborazione con l’Istituto di BioRobotica di Pisa. L’idea è quella di schierare uno sciame di droni subacquei autonomi alimentati a idrogeno. Questi robot opererebbero sotto la banchisa, dove la temperatura è più stabile, bucando il ghiaccio e pompando acqua in modo automatizzato senza la necessità di intervento umano in condizioni di superficie estreme.

Il fattore umano: gli Inuit e il dibattito etico

Un pilastro fondamentale del progetto è il coinvolgimento della popolazione locale: l’83% degli abitanti di Cambridge Bay è di etnia Inuit. Per loro, il ghiaccio è vitale per il trasporto, la caccia e la pesca. Real Ice lavora a stretto contatto con la comunità, ottenendo l’approvazione delle autorità locali e dei cacciatori del posto, che mettono a disposizione la loro millenaria conoscenza del territorio per guidare i ricercatori in sicurezza.

Nonostante i successi tecnici, la comunità scientifica internazionale resta cauta. Alcuni esperti temono il cosiddetto “azzardo morale”: il rischio che queste soluzioni tecnologiche diventino un alibi per i governi per non affrontare la causa principale del problema, ovvero la necessità di tagliare drasticamente le emissioni di anidride carbonica.

Un investimento per il futuro

Quanto costerebbe fermare il ritiro annuo dei ghiacci artici? Secondo le stime di Real Ice, servirebbero circa 10 miliardi di dollari sul lungo termine. Si tratta di una cifra imponente, ma che corrisponde ai profitti realizzati dalle prime 100 compagnie petrolifere mondiali in meno di due settimane.

Come sottolineato dal Ceo Ceccolini, l’obiettivo finale non è solo tecnologico, ma culturale: trasformare la conservazione dell’ecosistema artico in un’attività gestita direttamente dalle comunità indigene per salvare la propria terra e il pianeta intero.

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