Potrebbe la natura stessa contenere la soluzione al cambiamento climatico?

Il ruolo della riforestazione secondo l’esperto
25 Maggio 2026
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Bosco canva

Perché il ripristino degli ecosistemi è la nostra “migliore” speranza? Nel 2019, l’ecologo Thomas Crowther pubblicò sulla rivista Science uno studio che rischiò di porre fine alla sua carriera: l’affermazione che il ripristino delle foreste fosse la “migliore soluzione al cambiamento climatico” disponibile scatenò una tempesta nel mondo scientifico. Molti colleghi considerarono quel messaggio un “suicidio professionale”, temendo che potesse distogliere l’attenzione dall’urgenza assoluta di tagliare le emissioni di gas serra.

Oggi, Crowther torna a riflettere su quella tesi, spiegando come la forza della natura non risieda solo nei numeri del carbonio, ma nella sua capacità di rigenerare la vita e l’economia umana.

Il potere dei numeri e il malinteso del “meglio”

Lo studio originale di Crowther aveva mappato il potenziale globale di riforestazione, individuando 0,9 miliardi di ettari di terreno (escluse aree urbane e agricole) che potrebbero ospitare nuove foreste. Al loro stadio di maturità, questi ecosistemi potrebbero sequestrare oltre 205 gigatoni di carbonio, l’equivalente di circa il 25% del pool di carbonio atmosferico attuale.

Tuttavia, Crowther chiarisce che definire la natura come la “migliore” soluzione non significa che essa possa sostituire la decarbonizzazione. Sì, la rinascita naturale può contribuire a circa il 30% del fabbisogno di assorbimento del carbonio, ma il termine “migliore” si riferiva al fatto che questa opzione è l’unica in grado di migliorare contemporaneamente i mezzi di sussistenza e il benessere delle persone, ma non l’unica.

Feedback Loop: la tecnologia della vita contro la geoingegneria

Mentre le soluzioni tecnologiche come la cattura diretta del carbonio dall’aria o la geoingegneria solare presentano compromessi dolorosi – come i costi energetici elevati, rischi per l’agricoltura o investimenti finanziari proibitivi – la natura opera attraverso i cosiddetti “feedback loop” (cicli di retroazione).

Un feedback loop positivo si verifica quando il risultato di un processo ne amplifica il processo stesso. Questo meccanismo ha permesso alla vita di prosperare su una Terra primordiale tossica e può oggi essere sfruttato per il recupero ambientale. Un esempio straordinario è il parco nazionale di Iberá in Argentina: qui, la reintroduzione dei giaguari ha regolato le mandrie di erbivori, permettendo alle piante delle zone umide di riprendersi; queste piante hanno poi stabilizzato l’umidità nel suolo, trasformando l’area in uno dei più grandi pozzi di assorbimento di carbonio del pianeta.

L’economia della restaurazione

Il segreto della sostenibilità, secondo Crowther, risiede nell’integrazione delle comunità locali in quella che definisce “Restoration Economy”. Quando la tutela della biodiversità diventa un vantaggio economico per chi vive sul territorio, il cambiamento diventa inarrestabile. Ecco alcuni esempi:

  • India: nel Saseri, la gestione strategica del suolo sta migliorando i raccolti per oltre 1.200 agricoltori.
  • Gujarat: le donne indigene restaurano le mangrovie per proteggere i villaggi dall’erosione, potenziando allo stesso tempo la pesca e la produzione zootecnica.
  • Argentina: l’ecoturismo a Iberá sostiene ranger, guide, cuochi e tracker, creando un indotto economico solido basato sulla conservazione.

Un investimento per la speranza

Nonostante l’entusiasmo, la comunità scientifica invita alla cautela. Diversi esperti avvertono che lo studio di Crowther potrebbe sovrastimare il potenziale di sequestro non considerando appieno i disturbi umani passati, le specie invasive o il fatto che molte foreste secondarie siano effimere e vengano spesso nuovamente abbattute.

Inoltre, esiste il rischio delle “fabbriche di carbonio”: aziende che creano monocolture di alberi, distruggendo la biodiversità locale e fallendo nel lungo periodo. La priorità assoluta deve restare la protezione delle foreste esistenti, poiché ripristinarle è molto più complesso e costoso che conservarle. In alcune aree aride, piantare alberi potrebbe persino essere controproducente, essendo preferibile l’introduzione di arbusti più resistenti alla siccità.

Il messaggio finale di Crowther è un appello alla politica e alla finanza: basterebbe destinare meno dell’1% del Pil mondiale a questi custodi rurali della terra per ottenere risultati straordinari. Oltre ai benefici ambientali e climatici, il ripristino della natura offre qualcosa che nessuna tecnologia può replicare: “speranza, gioia e ispirazione”. Quando la natura torna a fiorire, innesca un “feedback loop emotivo” che motiva l’umanità a proteggere il proprio pianeta per le generazioni future.

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