L’acqua dolce europea sta diventando più salata. Per la prima volta una valutazione su scala continentale ha misurato l’estensione della salinizzazione nei fiumi e nei torrenti di 35 Paesi, scoprendo che il fenomeno interessa circa la metà della rete analizzata. In 28 Paesi esistono corsi d’acqua nei quali la salinità ha superato di oltre il doppio i livelli naturali stimati e più di 23 mila chilometri di rete fluviale presentano valori superiori a 1 millisiemens per centimetro, una soglia che eccede gli standard internazionali disponibili per la protezione della vita acquatica.
A fotografare il fenomeno è uno studio pubblicato su Nature Communications e realizzato da un gruppo internazionale di ricercatori, tra cui scienziati del Joint Research Centre della Commissione europea. La ricerca ha utilizzato i dati di GlobSalt, il grande archivio internazionale sulla salinità dei fiumi, mettendo insieme osservazioni raccolte in Europa tra il 1970 e il 2024. Il risultato porta all’attenzione una pressione ambientale molto meno conosciuta rispetto a nitrati, pesticidi, PFAS o microplastiche, ma capace di modificare gli ecosistemi e di ridurre la disponibilità di acqua utilizzabile per bere, irrigare e alimentare i processi industriali.
La parola “salinizzazione” può far pensare immediatamente al mare che risale lungo le foci dei fiumi. È una parte del problema, ma non l’unica. Un corso d’acqua può diventare più salino anche a centinaia di chilometri dalla costa, per effetto della geologia, della riduzione delle portate, dell’irrigazione, delle attività industriali e minerarie, dell’urbanizzazione e delle trasformazioni nell’uso del suolo. Lo studio europeo mostra infatti una relazione marcata tra salinità, impronta umana e cambiamenti del territorio, accanto a fattori naturali come clima, idrologia e caratteristiche geologiche dei bacini.
Per misurare il fenomeno i ricercatori hanno utilizzato soprattutto la conducibilità elettrica dell’acqua, un indicatore legato alla presenza di ioni e sali disciolti: all’aumentare della loro concentrazione, generalmente cresce anche la capacità dell’acqua di condurre corrente. Il quadro emerso distingue diversi livelli di salinizzazione: circa il 26% della rete fluviale europea presenta valori bassi, il 14% moderati, il 9% severi e l’1% estremi. In circa l’1% della rete vengono superati i limiti di riferimento per l’acqua potabile, mentre nel 3% i valori oltrepassano quelli indicati per l’irrigazione e gli utilizzi industriali.
Percentuali che possono sembrare contenute, ma che applicate alla rete idrografica europea riguardano migliaia di chilometri di fiumi e, soprattutto, mostrano come la qualità dell’acqua possa deteriorarsi anche senza la presenza di un contaminante nel senso tradizionale del termine.
Perché i fiumi diventano più salati
In natura l’acqua dolce non è mai completamente priva di sali. Pioggia, rocce, suolo e acque sotterranee rilasciano naturalmente minerali e ioni nei corsi d’acqua, con concentrazioni molto differenti da un territorio all’altro. Il problema nasce quando questo equilibrio cambia e la quantità di sali aumenta oltre i livelli ai quali gli ecosistemi e gli usi umani si sono adattati.
Le cause possono sommarsi. L’irrigazione, per esempio, sottrae acqua ai fiumi e alle falde e una parte dell’acqua utilizzata nei campi ritorna nel sistema idrologico con una maggiore concentrazione di sali. Una ricerca pubblicata su Nature Communications aveva già individuato nelle attività irrigue uno dei fattori comuni nei bacini caratterizzati da livelli elevati o da tendenze crescenti di salinizzazione.
Anche le attività minerarie e industriali possono liberare ioni nelle acque superficiali, mentre nelle aree urbane entrano in gioco scarichi, modifiche del drenaggio e, nei Paesi più freddi, i sali utilizzati per mantenere libere dal ghiaccio le strade. Nei bacini sottoposti contemporaneamente a più pressioni diventa difficile attribuire l’aumento della salinità a una sola causa.
Il cambiamento climatico agisce soprattutto come moltiplicatore. Un fiume con meno acqua ha una minore capacità di diluire le sostanze disciolte e i periodi prolungati di siccità possono quindi aumentare le concentrazioni. L’estate 2026 offre un esempio particolarmente evidente: secondo il Joint Research Centre, la combinazione di scarse precipitazioni e ripetute ondate di calore ha portato in agosto Po, Reno, Loira e Danubio a livelli eccezionalmente bassi, mentre su molti bacini europei vengono registrate portate basse o estremamente basse.
Nelle zone costiere alla riduzione della portata si aggiunge l’acqua marina. Quando la spinta esercitata dal fiume verso il mare diminuisce, l’acqua salata, più densa, può penetrare verso l’interno formando il cosiddetto cuneo salino. Piogge abbondanti e piene tendono a respingerlo verso la foce; durante le magre avviene l’opposto.
È importante distinguere i due fenomeni. Il cuneo salino è una specifica forma di intrusione marina, tipica delle foci e degli acquiferi costieri. La salinizzazione dell’acqua dolce studiata a livello europeo ha invece origini molto più ampie e può riguardare bacini completamente lontani dal mare. Il risultato finale, tuttavia, può essere simile: un’acqua che diventa progressivamente meno adatta agli ecosistemi e agli utilizzi per i quali era disponibile.
Il Po e il sale che risale dalla foce
In Italia il punto più vulnerabile è ben visibile nel Delta del Po. Durante la grande siccità del 2022, la peggiore registrata nel bacino in circa settant’anni, la scarsità di acqua dolce favorì una forte intrusione marina, con conseguenze sull’agricoltura e sulle falde utilizzate per l’approvvigionamento idrico. Analisi condotte dal Cnr attraverso dati satellitari hanno rilevato l’influenza dell’acqua marina a oltre 40 chilometri dalla foce.
Quella crisi ha mostrato quanto rapidamente un problema apparentemente confinato alla costa possa propagarsi nell’entroterra. Se l’acqua utilizzata per irrigare contiene concentrazioni troppo elevate di sali, le conseguenze possono riguardare direttamente le colture e, con il tempo, i terreni stessi. L’accumulo di sali nel suolo ostacola infatti l’assorbimento dell’acqua da parte delle piante e può ridurne la fertilità. A livello europeo, il JRC stima già tra uno e tre milioni di ettari di suoli interessati da salinizzazione, soprattutto nei Paesi mediterranei.
Il problema non si limita al Po. Proprio nell’estate 2026 il Cnr-Geo sta conducendo nuovi monitoraggi nella pianura costiera veneta lungo un sistema attraversato da Brenta, Bacchiglione, Adige e Po. Il progetto analizza insieme fiumi, falde costiere e acque marine, partendo dall’idea che non possano più essere gestiti come sistemi separati. Le misurazioni effettuate a luglio hanno ricostruito profili di salinità in punti situati a diversa distanza dal mare.
In queste aree la vulnerabilità dipende dall’incrocio di più fattori. Alla minore portata estiva dei fiumi si sommano la subsidenza della pianura costiera, l’innalzamento del livello del mare e l’aumento della frequenza e della durata delle siccità. L’acqua marina può penetrare non soltanto lungo gli alvei, ma anche negli acquiferi sotterranei, con effetti che possono persistere più a lungo rispetto alla singola fase di emergenza.
Il legame tra siccità e salinizzazione è particolarmente rilevante per l’agricoltura italiana perché molte delle aree più produttive dipendono dalla possibilità di prelevare acqua dai grandi fiumi nei mesi in cui la domanda irrigua raggiunge il massimo. La crisi del 2022 nella Pianura Padana ha già mostrato come scarsità idrica, temperature elevate e ingresso del mare possano verificarsi contemporaneamente. Gli studi sul bacino indicano inoltre che, negli scenari climatici più severi, anomalie delle precipitazioni simili a quella del 2022 potrebbero diventare più frequenti, mentre temperature e livello del mare più elevati amplificherebbero gli effetti nelle zone costiere.
Il costo del sale per acqua, suoli e biodiversità
La salinizzazione modifica prima di tutto la struttura degli ecosistemi. Le specie di acqua dolce hanno differenti livelli di tolleranza ai sali e l’aumento della concentrazione favorisce gli organismi più resistenti a scapito di quelli più sensibili, modificando progressivamente le comunità di pesci, invertebrati, alghe e microrganismi. Sopra determinate soglie, la pressione può diventare incompatibile con la conservazione di una parte della biodiversità acquatica.
Le conseguenze arrivano però molto oltre il fiume. Un’acqua troppo salina può richiedere trattamenti aggiuntivi per essere destinata al consumo umano, diventare inadatta per alcune colture o creare problemi nei processi industriali. La prima valutazione europea quantifica proprio questa esposizione: circa il 3% della rete studiata supera valori di riferimento per irrigazione e industria e l’1% quelli associati all’acqua potabile.
Il fenomeno emerge mentre l’Unione europea sta aggiornando le proprie regole sulla qualità delle acque. Nel maggio 2026 sono entrate in vigore nuove norme che ampliano le sostanze e gli indicatori da controllare nelle acque superficiali e sotterranee, includendo tra l’altro PFAS, pesticidi, farmaci, microplastiche e indicatori di resistenza antimicrobica. Gli Stati membri dovranno recepirle entro dicembre 2027.
La salinità resta però molto meno regolata. A venticinque anni dall’adozione della Direttiva quadro sulle acque, che impone agli Stati membri di raggiungere un buono stato ecologico e chimico dei corpi idrici, secondo il JRC la maggior parte dei Paesi europei non dispone ancora di standard specifici per la salinizzazione e non ne monitora sistematicamente gli impatti.
È anche questa carenza di monitoraggio ad aver reso finora difficile comprendere la dimensione continentale del fenomeno. GlobSalt, il database utilizzato dalle nuove ricerche, raccoglie circa 15 milioni di osservazioni da tutto il mondo e mostra una forte variabilità geografica, con valori medi elevati anche nell’area mediterranea. Gli stessi ricercatori avvertono però che la disponibilità dei dati è molto disomogenea tra Paesi e continenti, un limite che rende ancora più importante costruire reti di osservazione comparabili.
