Venezia, il Mose potrebbe non bastare: 4 strategie per salvarla

Con l'innalzamento del livello del mare e senza nuove barriere il 98% del centro storico finirebbe allagato
17 Aprile 2026
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Una gondola nel Gran Canale di Venezia (Canva)
Una gondola nel Gran Canale di Venezia (Canva)

Venezia ha le ore contate se non facciamo qualcosa per ridurre il rischio di allagamento. A sostenerlo è lo studio internazionale “Long-term adaptation pathways for Venice and its lagoon under sea level rise”, pubblicato nell’aprile 2026 sulla prestigiosa rivista Scientific Reports del gruppo Nature. Il team di scienziati, coordinato dal professor Piero Lionello dell’Università del Salento, avverte che l’attuale protezione offerta dal Mose (Modulo sperimentale elettromeccanico) è solo una soluzione temporanea per una città che si trasformerà in modo radicale nel prossimo secolo.

Venezia sommersa entro il 2100

Il Mose, cioè il sistema di quasi 80 paratoie mobili alle bocche di porto di Lido, Malamocco e Chioggia che protegge Venezia dall’acqua alta, è in funzione “solo” dal 2022, ma il suo “punto di rottura” è più vicino di quanto sembri. Secondo i dati basati sul Sesto Rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, entro il 2100 il livello del mare a Venezia potrebbe salire mediamente di 81 centimetri, ma non si può escludere un innalzamento estremo con punte che potrebbero arrivare fino a 1,80 metri. Senza nuove barriere, questo significherebbe che il 98% del centro storico finirebbe allagato ogni giorno.

Il limite del Mose è strutturale: quando il mare salirà di oltre 50-75 centimetri, le barriere dovranno restare chiuse così spesso da impedire il ricambio d’acqua, soffocando l’ecosistema e paralizzando il porto commerciale. Poiché progettare grandi opere richiede dai 30 ai 50 anni in Italia, la pianificazione per il dopo-Mose deve iniziare immediatamente.

Le quattro vie per la Serenissima

Lo studio di Lionello e dei colleghi mappa quattro diverse strategie, ciascuna con costi economici e ambientali:

  1. Laguna aperta
    La strategia si basa sul concetto di “potenziamento del sistema attuale”. Questa via punta a mantenere il legame tra città e mare il più a lungo possibile, ma richiede massicci interventi di supporto poiché il solo Mose diventerebbe inefficiente se si innalzasse il livello del mare. La proposta è di continuare a usare le barriere mobili, ma affiancare ad esse misure come il sollevamento del suolo della città di 25-30 centimetri tramite iniezione di acqua marina nel sottosuolo profondo. Si proteggono i singoli monumenti con barriere fisse (come il vetro a San Marco) e si alzano i pavimenti delle calli. La manutenzione e l’operatività del sistema, inclusi i danni al traffico portuale, costerebbero tra 1,5 e 3,5 miliardi di euro. Il sollevamento del suolo richiederebbe circa 300-400 milioni di euro. La protezione dei soli monumenti principali costerebbe 1,1 miliardi, mentre sollevare fisicamente gli edifici esistenti potrebbe costare tra 2 e 6 miliardi di euro.
  2. Argini ad anello
    Qui la protezione si stringe attorno al cuore abitato, lasciando che il resto della laguna segua l’innalzamento del mare. Si costruiscono muri e argini fissi in cemento o terra che circondano completamente Venezia, Murano e Burano. Poiché la città diventerebbe un bacino chiuso, servirebbero pompe idrauliche giganti per espellere l’acqua piovana e gli scarichi fognari. La costruzione degli argini richiederebbe un investimento compreso tra 500 milioni e 4,5 miliardi di euro, a seconda della loro altezza e lunghezza. I sistemi di pompaggio e gestione delle acque aggiungerebbero ulteriori 650 milioni di euro.
  3. Laguna chiusa
    È la soluzione più radicale per separare definitivamente Venezia dall’Adriatico e trasformarla in un bacino d’acqua dolce o salmastra. Le bocche di porto verrebbero chiuse per sempre con dighe fisse inamovibili. Contemporaneamente andrebbero alzati tutti i litorali (Lido e Pellestrina) e gli argini di confine con la terraferma per evitare allagamenti “da dietro”. Stazioni di pompaggio colossali dovrebbero espellere l’acqua dei fiumi verso il mare. È la strategia più costosa tra quelle di protezione, con un investimento totale stimato oltre i 30 miliardi di euro. Solo l’innalzamento degli argini lungo tutto il perimetro lagunare potrebbe costare fino a 20 miliardi in caso di innalzamento estremo del mare.
  4. Ritiro pianificato
    Se il mare dovesse alzarsi oltre i 4 metri, lo studio evoca l’ipotesi dell’abbandono o del trasferimento. Si smonterebbero i monumenti più preziosi per ricostruirli nell’entroterra (come fatto per il tempio di Abu Simbel in Egitto), mentre i residenti dovrebbero lasciare le proprie case in cambio di indennizzi. Questa è l’opzione più onerosa in assoluto, con un costo potenziale che raggiunge i 100 miliardi di euro. Solo lo spostamento dei principali monumenti costerebbe tra 1 e 10 miliardi, mentre i risarcimenti per le abitazioni dei 50.000 residenti sono stimati tra 5 e 6,5 miliardi di euro.

Oltre il costo: un valore inestimabile

La sfida non è solo una questione di budget, ma di priorità morali. Lo studio sottolinea che, sebbene le opere siano costose, il valore di Venezia è inestimabile. Nessun calcolo economico può catturare pienamente il significato culturale e la memoria collettiva di un sito Unesco inteso come un “tutto inseparabile” tra città e laguna.

Scegliere tra queste strade significa decidere cosa siamo disposti a sacrificare, spiegano i ricercatori: l’ambiente naturale, il paesaggio storico o l’integrità stessa della città. “Non esiste una strategia di adattamento ottimale – spiega Lionello -. Qualunque scelta dovrà consentire un bilanciamento fra interessi diversi: la sicurezza e il benessere dei residenti, la prosperità economica, la tutela degli ecosistemi lagunari, la conservazione del patrimonio culturale e il mantenimento delle tradizioni locali. Considerando che la realizzazione di grandi infrastrutture può richiedere tra 30 e 50 anni, una pianificazione anticipata è fondamentale”.

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