Crisi climatica, quanto ne parlano giornali e tg?  

Secondo l’Osservatorio di Pavia per Greenpeace, rispetto al 2022 si registra un -26,1% sui quotidiani e -52,9% nei TG
24 Marzo 2026
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Giornali ambiente canva

Parliamo ancora di ambiente, transizione ecologica e cambiamento climatico? E se sì, che spazio diamo alle notizie relative al clima? A rispondere a questa domanda è l’ultimo rapporto 2025 dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace Italia, pubblicato a marzo 2026, il quale ha analizzato la copertura mediatica della crisi climatica da parte di quotidiani e telegiornali del nostro Paese. Quello che è emerso è che l’attenzione verso il riscaldamento globale è in netto declino nei media tradizionali, ma a crescere sembrano essere gli investimenti pubblicitari delle aziende più inquinanti.

La pubblicità batte l’informazione?

Per la prima volta nel quadriennio analizzato, si è verificato un sorpasso simbolico: sulle pagine dei principali quotidiani nazionali, le inserzioni pubblicitarie di aziende dei settori fossile, automotive, aereo e crocieristico hanno superato numericamente gli articoli dedicati alla crisi climatica. I numeri mostrano che nel 2025 sono state registrate 1.621 inserzioni pubblicitarie a fronte di soli 1.345 articoli sul clima. Questa pressione commerciale è raddoppiata dal 2022, segnando un incremento del 104% in soli quattro anni (passando da 795 a 1.621 inserzioni).

Le aziende, secondo il rapporto, hanno affinato la propria comunicazione attraverso i cosiddetti “green claim”, parlando cioè di “energia pulita” e “transizione” in contesti che spesso servono a rafforzare una narrazione orientata alla sostenibilità e al posizionamento reputazionale delle imprese come attori della transizione ecologica.

L’analisi di Greenpeace

Il campione analizzato dall’Osservatorio di Pavia comprende i cinque quotidiani a maggiore diffusione nazionale, selezionati sulla base dei dati provenienti da Accertamenti Diffusione Stampa e sono: Avvenire, Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, la Repubblica, La Stampa. Mentre telegiornali nazionali sono quelli trasmessi in fascia prime time dai 7 canali della Tv generalista, quindi: TG1 ore 20:00 (Rai 1), TG2 ore 20:30 (Rai 2), TG3 ore 19:00 (Rai 3), TG4 ore 18:55 (Rete 4), TG5 ore 20:00 (Canale 5), Studio Aperto ore 18:30 (Italia 1), TG LA7 ore 20:00 (LA7). Il campionamento dei quotidiani è stato effettuato a giorni alterni, a partire dal 2 gennaio e fino al 31 dicembre 2025, escludendo tutti i lunedì, giorno in cui Avvenire non è in edicola, e i giorni festivi o di sciopero in cui le uscite dei giornali sono sospese. La selezione ha incluso tutti gli inserti interni alle edizioni nazionali ed escluso le pagine locali e gli inserti pubblicati a parte. La selezione dei TG ha incluso tutte le edizioni dal 1° gennaio al 31 dicembre 2025, tranne quelle in onda in altra fascia oraria per variazioni del palinsesto o quelle nel formato di edizioni speciali in concomitanza con eventi straordinari.

Media in ritirata?

Il disinteresse dei media generalisti non è una percezione, ma un dato statistico. Rispetto a quattro anni fa, la copertura giornalistica della crisi climatica è crollata: i quotidiani presi in analisi hanno ridotto i pezzi sul tema del 26,1%, mentre i telegiornali nazionali hanno visto dimezzarsi i propri servizi, con un calo drastico del 52,9%.

Ancora più preoccupante, secondo Greenpeace, è la natura di questa copertura. Quando si parla di clima, lo si fa spesso in modo marginale o puramente citazionistico: oltre il 71% degli articoli e il 67% dei servizi Tv trattano l’argomento solo a latere di altre notizie. Nonostante un 2025 segnato da ondate di calore estremo, la narrazione mediatica tende a scivolare verso la cronaca meteorologica o lo scontro politico, perdendo di vista la radice scientifica del problema.

Responsabilità invisibili

Chi sta scaldando il pianeta? A leggere i giornali italiani, non si individuano mai degli effettivi colpevoli. Nel 2025, appena lo 0,3% dei soggetti citati nelle notizie sul clima è stato indicato come responsabile della crisi. Nei telegiornali, questa percentuale scende addirittura allo zero assoluto: “In un intero anno – si legge nel rapporto -, nessun servizio in prime time ha mai nominato esplicitamente un responsabile del riscaldamento globale”.

In compenso, crescono le “narrative di resistenza”. Lo spazio concesso a chi osteggia la transizione ecologica è aumentato di circa sette punti percentuali sia sulla carta stampata che in Tv. La transizione non viene quasi mai raccontata come una necessità vitale per la sopravvivenza, ma come un costo economico o un freno alla competitività delle aziende.

Chi parla di clima in Italia?

A risentirne è anche l’autorevolezza scientifica, grande esclusa dal dibattito. Sui quotidiani presi in analisi, le voci del mondo dell’economia e della finanza dominano la scena nel 38% dei casi, mentre scienziati ed esperti di clima sono relegati a un misero 7%. Questa sproporzione favorisce un inquadramento della crisi climatica come una questione puramente di governance industriale, piuttosto che un’emergenza sistemica che minaccia la salute pubblica e la biodiversità.

Tra le testate analizzate, Il Sole 24 Ore si conferma il quotidiano più attivo sul tema, ma anche quello con la maggiore frequenza di notizie che non collegano esplicitamente le azioni di transizione alla crisi climatica. Avvenire, d’altro canto, si distingue per l’attenzione alle disuguaglianze sociali e alle migrazioni climatiche, temi altrimenti trascurati dal resto della stampa nazionale. Il quadro finale che emerge dal monitoraggio dell’Osservatorio di Pavia è un’interpretazione che suggerisce un legame tra la fragilità economica dell’editoria e la dipendenza dai ricavi pubblicitari delle grandi aziende. Il rischio è quello di un “effetto raggelante” (chilling effect): una cautela editoriale che evita di indagare sulle responsabilità delle aziende oil & gas per non compromettere finanziamenti vitali.

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