“Una rendicontazione di sostenibilità completa e di qualità non costituisce solo un adempimento, ma è un’opportunità concreta per generare valore.” Paola Angeletti, Chief Sustainability Officer di Intesa Sanpaolo, non ha dubbi: tagliare la burocrazia green va bene, ma non a qualunque costo.
Quando Bruxelles ha messo mano all’Omnibus Ambiente — il maxi-pacchetto con cui la Commissione europea ha semplificato la Csrd (la direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità delle imprese) e la CS3D (la direttiva sulla due diligence) — il dibattito si è concentrato sulle imprese manifatturiere. Poco si è detto di chi quei dati richiesti dalla normativa li usa per decidere a chi prestare soldi.
Eppure, le banche non sono semplici spettatori della transizione ecologica, bensì attori principali, costituendo la principale fonte di finanziamento. E quando si riduce l’obbligo delle imprese di rendicontare le proprie performance ambientali e sociali, gli istituti di credito si trovano con meno informazioni per valutare i rischi e orientare i finanziamenti verso percorsi davvero sostenibili.
Dal suo punto di osservazione — uno dei più privilegiati del sistema finanziario italiano — Paola Angeletti spiega ai microfoni di Prometeo 360 cosa cambia davvero con l’Omnibus Ambiente.
L’impatto dell’Omnibus ambiente sulle banche
Dottoressa Angeletti, l’Omnibus ha semplificato la Csrd e la CS3D. Qual è il primo impatto che ha visto concretamente per il settore bancario?
“Il primo anno di applicazione della Csrd sull’esercizio 2024 ha evidenziato la complessità della sua attuazione e l’importanza di un migliore coordinamento con le altre normative rilevanti dell’Unione Europea. L’obiettivo di Omnibus è semplificare e ridurre il peso della normativa sulle attività dei soggetti destinatari, mantenendo al contempo la trasparenza e la capacità di essere competitivi.”
La semplificazione in sé non è sbagliata, sottolinea Angeletti, ma è importante considerare il valore strategico di ciò che si rischia di alleggerire troppo: “Le imprese che migliorano le proprie performance Esg e le comunicano in modo efficace risultano più attrattive e capaci di rafforzare la propria reputazione verso clienti, fornitori, partner industriali e istituzioni finanziarie”, spiega la Chief Sustainability Officer di Intesa Sanpaolo.
In Intesa Sanpaolo come avete costruito nel tempo la vostra base dati Esg?
“In Intesa Sanpaolo da sempre riconosciamo la rilevanza della rendicontazione di sostenibilità che è uno dei principali strumenti per comunicare in modo trasparente ed efficace il nostro impegno sui temi Esg. Vantiamo una lunga esperienza in materia e questo percorso ci ha consentito di costruire una base molto solida di dati e informazioni Esg, che rappresenta un punto di forza per il Gruppo. Il nostro impegno nella sostenibilità viene riconosciuto dai nostri stakeholder e si riflette nell’eccellente posizionamento che ci viene attribuito nei principali indici e ranking internazionali di sostenibilità”.
Un patrimonio costruito negli anni, che ora rischia di diventare più difficile da alimentare, proprio nel momento in cui la transizione verde richiederebbe il massimo della precisione nelle scelte di credito.
“Pur sostenendo il processo di semplificazione avviato dalle Autorità Regolamentari, in Intesa Sanpaolo riteniamo importante anche riconoscerne gli effetti e garantire un giusto equilibrio tra l’onere della rendicontazione e i benefici derivanti da una solida disponibilità di dati. Eliminare l’obbligo per una parte delle aziende di riportare informazioni di sostenibilità comporta per le banche una minore disponibilità di dati sul profilo Esg dei propri clienti, con il rischio di ridurre l’efficacia dell’attività delle istituzioni finanziarie nel sostenere in modo mirato i percorsi di sostenibilità delle imprese”, spiega Angeletti.
Sul fronte reputazionale, la Chief Sustainability Officer di Intesa Sanpaolo spiega: “I rischi derivanti da una minore trasparenza Esg dovranno essere gestiti in modo appropriato; per questo credo sia fondamentale mantenere un forte presidio della governance di sostenibilità”.
La compliance Esg per le banche: investimenti e governance
Concretamente, che investimenti ha richiesto la compliance Esg? E l’Omnibus vi permetterà di ridurre i costi?
“L’investimento per far fronte ai requisiti delle nuove normative è stato rilevante, sia in termini organizzativi sia economici. All’interno del Gruppo abbiamo sviluppato numerosi progetti di adeguamento, con un considerevole impegno da parte delle diverse funzioni aziendali, non solo di chi si occupa di sostenibilità, ma anche ad esempio del Risk Management, dell’amministrazione e bilancio, delle Divisioni di Business, delle strutture che si occupano degli sviluppi tecnologici”.
Insomma, tutta la macchina dell’istituzione bancaria è coinvolta dalla normativa di rendicontazione non finanziaria, non solo gli uffici “green”.
Ora che arriva la semplificazione, i risparmi non saranno automatici: “Si tratta di investimenti già sostenuti, ma vorrei sottolineare che l’adeguamento necessario per le modifiche normative introdotte dall’Omnibus potrebbe generare ulteriori costi a causa degli interventi da apportare ai processi e procedure, sia internamente sia nel dialogo con le imprese clienti. In una prima fase, quindi, non saranno possibili significative riduzioni di costo”, spiega Paola Angeletti che aggiunge: “Ampliando l’orizzonte, questi investimenti sono da valutare come abilitanti per mantenere la leva competitiva delle banche nel supporto alla transizione sostenibile dei propri clienti”.
Come avete strutturato internamente questa governance per far fronte al rischio?
“In Intesa Sanpaolo il modello di governance Esg è stato progressivamente rafforzato, fino alla creazione nel 2024 dell’Area di Governo del Chief Sustainability Officer, da me guidata, con l’obiettivo di indirizzare e assicurare una visione unitaria alle numerose iniziative di sostenibilità e favorirne il monitoraggio, anche attraverso il presidio dell’attività di un organismo manageriale dedicato, la Cabina di Regia Esg”. Non si tratta solo di una questione organizzativa, ma di merito: “La messa a terra delle strategie e degli obiettivi Esg passa attraverso i processi commerciali e creditizi e fa leva, oltre che sullo sviluppo di nuovi prodotti e servizi di finanziamento, sull’integrazione dei fattori Esg nei modelli di valutazione del rischio, inclusa la valutazione del rischio di credito”.
Angeletti descrive quindi una cornice Esg creditizia (Esg Credit Framework) su tre livelli:
- Classificazione dei settori economici per rischiosità green;
- Assegnazione di Score a ogni controparte sulla base di indicatori quantitativi ambientali, sociali e di governance;
- Previsione di incentivi finanziari per chi persegue obiettivi di sostenibilità.
Il punto critico rimane però sempre lo stesso: “Questi processi per essere solidi richiedono la disponibilità di dati di qualità da parte delle imprese clienti. In assenza di obblighi diretti di disclosure per un ampio segmento di aziende, le istituzioni finanziarie devono trovare modalità alternative per raccogliere le informazioni”.
L’Omnibus Ambiente e le Pmi
Le Pmi sono fuori dall’obbligo di rendicontazione con l’Omnibus. Come state lavorando con loro, e che segnali ricevete?
La risposta di Angeletti racconta qualcosa di importante sulla direzione in cui si sta muovendo il tessuto produttivo italiano. “Dalle nostre evidenze risulta che anche le Pmi non quotate, pur non essendo soggette a questo corpus normativo, stanno già investendo per rispondere almeno in parte a queste richieste. Le Pmi sono consapevoli che la trasparenza contribuisce a migliorare il loro posizionamento competitivo in quanto consente loro di definire strategie per valutare e gestire meglio i rischi, pianificare gli investimenti e accedere più agevolmente a finanziamenti del circuito bancario e dei fondi di investimento, oltre a garanzie e fondi pubblici”.
Lo strumento principale di supporto sono i Laboratori Esg, punti di incontro fisici e virtuali dove Intesa Sanpaolo accompagna le imprese nella transizione “anche tramite programmi di formazione dedicati”.
La transizione non passa solo dai finanziamenti
Prima di concludere, Paola Angeletti allarga il discorso oltre il profilo finanziario: “È importante ricordare che le risorse finanziarie non sono l’unico strumento per favorire la trasformazione sostenibile: è anche necessario sviluppare una nuova cultura d’impresa incentrata sulla sostenibilità e sull’acquisizione di competenze specifiche”. Una convinzione confermata dai dati raccolti sul campo: “Dalle nostre indagini con i clienti emerge che, in aggiunta alla finanza sostenibile agevolata, cresce la quota di imprese che cercano servizi di formazione e advisory Esg”.
Tutto questo trova riscontro nei numeri del nuovo Piano d’Impresa 2026-2029, presentato nelle scorse settimane dal Ceo Carlo Messina: “Abbiamo confermato il nostro supporto ai clienti nella transizione sostenibile con una previsione di circa 87 miliardi di euro di nuovo credito a medio-lungo termine nel periodo 2026-2029. Abbiamo inoltre confermato i nostri impegni per la decarbonizzazione, con target di riduzione delle emissioni finanziate e proprie al 2030, definiti in coerenza con un percorso Net Zero al 2050, cui si affiancano impegni specifici anche per l’asset management e l’attività assicurativa.”
Il Piano non dimentica la dimensione sociale: circa 25 miliardi per il social lending, circa 1 miliardo per contrastare povertà e disuguaglianze, e un impegno esplicito “a preservare e valorizzare il nostro patrimonio culturale e a promuovere l’innovazione”.