L’Italia arriva al cinquantesimo anniversario della Convenzione di Ramsar (l’accordo internazionale adottato nel 1971 che impegna gli Stati firmatari alla tutela e all’uso sostenibile delle zone umide di importanza internazionale) con un primato che rassicura le classifiche europee ma non orienta le scelte pubbliche. Sessantatré zone umide riconosciute, oltre ottantamila ettari tutelati sulla carta, una posizione di vertice nel confronto continentale: numeri solidi, che però convivono con una gestione dell’acqua incapace di trattare questi ecosistemi come ciò che sono diventati, un’infrastruttura critica in un Paese esposto a crisi idriche e climatiche sempre più frequenti.
La Giornata mondiale delle zone umide, celebrata il 2 febbraio insieme all’anniversario della ratifica italiana, arriva mentre il sistema continua a muoversi per inerzia. Le zone umide vengono contate, elencate, celebrate. Molto meno integrate nelle decisioni che riguardano prelievi idrici, agricoltura intensiva, pianificazione territoriale. È in questo scarto tra riconoscimento formale e capacità di governo che si gioca oggi la loro tenuta, non nella retorica delle ricorrenze.
Italia quarta in Europa per siti di importanza internazionale
Con 63 siti Ramsar ufficialmente riconosciuti, distribuiti in 15 regioni per un totale di 81.091 ettari, l’Italia occupa il quarto posto in Europa, a pari merito con la Norvegia. Davanti restano il Regno Unito, che guida la classifica con 176 siti, seguito da Spagna (76) e Svezia (68). Subito dopo l’Italia si colloca un gruppo compatto di Paesi: Paesi Bassi con 58 siti, Francia (55), Ucraina (50), Finlandia (49), Irlanda (45) e Danimarca (43). Stati che, salvo alcune eccezioni, hanno ratificato la Convenzione negli anni Ottanta e che hanno accompagnato quel passaggio con strumenti di pianificazione più incisivi.
Il dato italiano è destinato a crescere ulteriormente, con l’istituzione di tre nuovi siti in Sicilia che porteranno il totale a 66. Ma l’aumento del numero non ha prodotto un rafforzamento proporzionale della capacità di indirizzo. La distribuzione regionale racconta un patrimonio ampio ma diseguale: la Toscana guida con 11 zone umide riconosciute, seguita da Emilia-Romagna (10) e Sardegna (9). Lazio e Lombardia ne contano sei ciascuna, il Veneto quattro, Friuli-Venezia Giulia, Sicilia e Puglia tre. Campania e Basilicata ne hanno due, mentre Trentino-Alto Adige, Umbria, Abruzzo e Calabria uno a testa.
Laghi, paludi, torbiere, lagune, acquitrini, specchi d’acqua naturali o artificiali: ambienti diversi, spesso molto distanti tra loro per condizioni ecologiche e pressioni antropiche, accomunati da una funzione che va ben oltre la tutela paesaggistica. Sono riserve di biodiversità, regolatori naturali dei cicli idrologici, serbatoi di carbonio. In un contesto segnato da siccità ricorrenti e precipitazioni estreme, il loro ruolo è direttamente connesso alla sicurezza ambientale e alla stabilità economica dei territori. Eppure, nelle priorità di policy, restano ai margini dei grandi dossier su acqua, clima e uso del suolo.
Zone umide sotto tutela, ma senza difese
Il riconoscimento Ramsar non equivale a una protezione effettiva. È questo il punto che emerge con maggiore chiarezza dal decimo report di Legambiente, “Ecosistemi acquatici 2026. Insieme per le zone umide”, elaborato sulla base dei dati del portale Ramsar e del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. Il sistema delle aree protette acquatiche continua a essere esposto a un degrado progressivo, alimentato da una gestione della risorsa idrica che procede per compartimenti separati e fatica a incorporare gli ecosistemi nelle decisioni strutturali.
“Le zone umide sono tra gli ecosistemi più ricchi di biodiversità del pianeta e in questi anni la Convenzione internazionale di Ramsar è stata un importante riferimento per l’Italia”, ha dichiarato Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, sottolineando come questi ambienti svolgano “un ruolo fondamentale per attuare azioni di adattamento, di mitigazione e di contrasto dei cambiamenti climatici”. Un ruolo che, nella pratica, continua però a scontrarsi con una catena decisionale frammentata, dove le esigenze produttive e infrastrutturali prevalgono spesso su una visione ecosistemica.
Il nodo viene esplicitato da Stefano Raimondi, responsabile nazionale biodiversità dell’associazione: “Il sistema delle aree protette acquatiche deve fare i conti con un degrado che non accenna a fermarsi, spinto da una gestione della risorsa idrica ancora troppo settoriale”. Un giudizio che chiama direttamente in causa le politiche pubbliche. Le autorizzazioni ai prelievi, la pianificazione agricola, la difesa del suolo e la gestione delle emergenze idriche continuano a essere trattate come dossier distinti, mentre le zone umide ne assorbono gli effetti cumulativi.
Il risultato è uno scollamento persistente tra tutela formale e governo reale del territorio. Le aree riconosciute come di importanza internazionale raramente diventano vincoli stringenti nelle decisioni su uso del suolo e infrastrutture. La perdita di habitat, l’alterazione dei regimi idraulici e la riduzione della capacità di immagazzinare acqua e carbonio non producono effetti immediati, ma indeboliscono progressivamente la funzione di questi ecosistemi. In un contesto di crisi climatica e idrica, questa fragilità non resta confinata all’ambiente: si traduce in maggiore esposizione ai rischi e in costi che ricadono sui territori.
Cinquant’anni dopo Ramsar
Il tema scelto per la Giornata mondiale delle zone umide 2026, “Zone Umide e Conoscenze Tradizionali: celebrare il patrimonio culturale”, introduce un elemento che in Italia fatica a tradursi in politiche strutturate. Molti di questi ecosistemi sono il risultato di equilibri costruiti nel tempo tra ambiente e attività umane: sistemi di gestione comunitaria delle acque, pratiche agricole adattate ai contesti locali, interventi di regolazione idraulica che hanno garantito funzionalità ecologica e produttiva.
Oggi quel patrimonio viene richiamato soprattutto in chiave divulgativa, mentre le decisioni che incidono realmente sul futuro delle zone umide continuano a essere assunte altrove. Le iniziative annunciate da Legambiente – circa 60 eventi in 16 regioni a partire da questo fine settimana – segnalano una mobilitazione diffusa, ma non colmano il divario tra sensibilizzazione e governance. Senza un’integrazione stabile nelle strategie nazionali su clima, acqua e uso del territorio, il riferimento alle conoscenze tradizionali rischia di restare confinato al perimetro delle ricorrenze.
A cinquant’anni dalla ratifica della Convenzione di Ramsar, la questione centrale non è il numero dei siti riconosciuti, ma la capacità dello Stato di trattare le zone umide come una componente strutturale delle politiche pubbliche. È su questo terreno, molto più che nelle classifiche europee, che si misura oggi la tenuta del sistema di tutela italiano.