H&M chiude 160 negozi, anche in Italia: fast fashion in crisi o transizione digitale?

17 Aprile 2026
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Store H&M di Times Square
L'entrata dello store H&M di Times Square (Ipa/Ftg)

H&M ha annunciato la chiusura di 160 store in tutto il mondo nel corso del 2026. I tagli riguarderanno anche l’Italia, dove 16 negozi sarebbero prossimi alla chiusura, a partire dal 10 maggio.

Ad una prima lettura, la decisione sembra rivelare una crisi del fast fashion, ma le cose non stanno proprio così.

Vendite in calo, utile in aumento

Di certo, l’annuncio fatto tre giorni fa arriva dopo un primo trimestre chiuso con vendite in calo del 10% rispetto allo stesso periodo del 2025: 49,6 miliardi di corone svedesi (circa 4,6 miliardi di euro) contro i 55,3 miliardi (circa 5,1 miliardi di euro). Il trimestre si è chiuso con il +1% registrato a marzo, un rimbalzo troppo contenuto per invertire la tendenza complessiva, ma sufficiente a suggerire che la domanda non è scomparsa. La buona notizia, almeno per gli azionisti, è che l’utile operativo è cresciuto del 26% a 1,512 miliardi di corone, grazie a un rigido controllo dei costi.

Il paradosso è evidente: H&M guadagna di più vendendo meno. E lo fa anche chiudendo negozi e favorendo lo shop online.

La decisione del colosso svedese riguarda migliaia di lavoratori, riapre il dibattito sul modello fast fashion e fotografa una trasformazione strutturale del commercio al dettaglio che investe l’intera industria della moda. “Il nostro obiettivo è costruire H&M come un’azienda più forte e redditizia, continuando a sviluppare un’offerta di moda sempre più attraente per i nostri clienti in tutto il mondo”, ha dichiarato la Ceo Helena Helmersson, indicando che il gruppo vuole aumentare gli investimenti nel digitale e il peso dell’e-commerce.

Quanti e quali store chiuderanno in Italia

Il piano prevede 160 chiusure entro fine 2026, concentrate nei mercati più maturi dove la rete fisica si è rivelata sovradimensionata rispetto ai nuovi comportamenti d’acquisto. In parallelo, H&M aprirà nuovi store in mercati selezionati con domanda in crescita.

In Italia, la stima parla di circa 16 punti vendita coinvolti. Il caso più concreto e immediato riguarda lo store romano di via Tuscolana 785, che abbasserà la serranda il 10 maggio, dove lavorano 17 lavoratori a tempo indeterminato. Situazioni analoghe sono segnalate a Bari e Conegliano. Uiltucs, il sindacato dei lavoratori del commercio e del turismo, ha aperto un tavolo con H&M Italia per discutere le ricadute occupazionali delle chiusure.

Fast fashion sotto pressione

Le difficoltà di H&M non nascono nel 2026, ma sono il risultato di un’erosione lenta iniziata con la pandemia e accelerata da tre forze convergenti:

  • L’inflazione che ha compresso la capacità di spesa delle fasce di reddito medio-basse, tradizionale bacino del fast fashion;
  • La crescita dei player nativi digitali come Shein e Temu, capaci di offrire prezzi ancora più bassi senza i costi di una rete fisica;
  • Il cambiamento delle abitudini post-Covid, con consumatori sempre più abituati ad acquistare da smartphone.

H&M aveva già avviato un piano di razionalizzazione nel 2024, con l’obiettivo di chiudere circa 250 negozi nel biennio 2024–2026. Nel 2025 ha effettivamente chiuso circa 200 punti vendita, aprendo in parallelo 80 nuovi store in mercati emergenti mentre l’e-commerce del gruppo ha registrato una crescita del 20% nel corso dello stesso anno. Le 160 chiusure del 2026 rappresentano quindi la fase finale di una trasformazione già in corso.

Dentro al gruppo, il caso più emblematico è quello di Monki, il marchio giovane e colorato di H&M che chiuderà tutti i 60 negozi fisici in oltre 15 Paesi, tra cui Francia, Belgio, Germania, Spagna e Regno Unito, per sopravvivere solo online. Alcuni store verranno assorbiti da Weekday, altro marchio del gruppo.

Zara cresce, H&M arretra: lo stesso settore, risultati opposti

Il confronto con Inditex, il gruppo spagnolo proprietario di Zara, è inevitabile. Nell’anno fiscale 2025 (chiuso a gennaio 2026) il rivale di H&M ha registrato un utile record di 6,2 miliardi di euro, in crescita del 6%, una soglia che non aveva mai raggiunto prima. Le vendite sono aumentate del 3,2% a 39,9 miliardi.

Nonostante il trend diverso, Inditex segue una strategia analoga a quella di H&M: chiudere i negozi meno performanti, ma investire in store più grandi, tecnologici ed efficienti. La differenza è che Zara ha già completato questa transizione, posizionandosi su una fascia di prezzo più alta rispetto a H&M, con margini più solidi e una proposta di moda percepita come più desiderabile. H&M è ancora nel mezzo del guado.

Riorganizzazione, non fine del fast fashion

Leggere le 160 chiusure come il tramonto del fast fashion sarebbe un errore di prospettiva. Il modello, caratterizzato da materiale scadente, prezzi bassi e rotazione veloce delle collezioni, non è in discussione. Quello che cambia è il canale attraverso cui quel modello si esprime, dove l’e-commerce avrà sempre più spazio. L’obiettivo dichiarato del colosso svedese è l’omnicanalità, cioè un’esperienza d’acquisto fluida tra digitale e fisico, dove il negozio non è più solo un punto vendita ma uno spazio di relazione con il marchio.

Per i lavoratori coinvolti nelle chiusure, questa transizione ha però un nome molto concreto: cassa integrazione, ricollocazione incerta, futuro in bilico.

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