Decarbonizzazione, economia circolare e territorio: come si costruisce una sostenibilità che crea valore

Dai combustibili rinnovabili alla gestione dell'acqua, dal riuso alle competenze tecniche: le strategie emerse all'Adnkronos Q&A “Sostenibilità, le nuove parole chiave”
15 Ottobre 2026
9 minuti di lettura
Scritta ECO su sfondo verde, con icone dedicate al riciclo, all'energia, alla mobilità sostenibile e alla tutela dell'ambiente
(Canva)

Acquistare un’automobile nuova o convertire quella che già si possiede? Comprare un oggetto usato o sostituirlo? E quanto costa perdere quasi metà dell’acqua immessa nelle reti idriche italiane? Sono scelte e problemi apparentemente lontani, ma hanno qualcosa in comune: il modo in cui utilizziamo le risorse, quanto spendiamo e quale prezzo ambientale paghiamo.

È anche da queste questioni concrete che passa la transizione ecologica. Perché ridurre le emissioni non significa soltanto sviluppare nuove tecnologie, ma trovare soluzioni che cittadini e imprese possano effettivamente permettersi, recuperare ciò che oggi viene sprecato e creare le competenze necessarie per cambiare i processi produttivi.

È il filo conduttore del panel “Decarbonizzazione, economia circolare e territorio”, che si è svolto il 15 ottobre a Roma nell’ambito dell’evento dell’evento Adnkronos Q&A “Sostenibilità, le nuove parole chiave”.

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Un momento del panel “Decarbonizzazione, economia circolare e territorio”, dedicato alle strategie per ridurre le emissioni, valorizzare le risorse e creare valore attraverso l’economia circolare, durante l’evento Adnkronos Q&A del 15 ottobre 2026 (Adnkronos)

Decarbonizzare senza perdere competitività

Quanto costa ridurre le emissioni e chi deve sostenere gli investimenti necessari? La questione attraversa diversi settori, a partire dall’energia, dove le scelte tecnologiche incidono direttamente sui bilanci di imprese e famiglie.

Per Matteo Cimenti, presidente di Federchimica-Assogasliquidi, la risposta passa dalla neutralità tecnologica, il principio secondo cui differenti soluzioni possono contribuire agli obiettivi ambientali, in funzione delle loro caratteristiche e dei contesti in cui vengono utilizzate.

Matteo Cimenti, presidente di Federchimica-Assogasliquidi, interviene al panel “Decarbonizzazione, economia circolare e territorio” durante l'evento Adnkronos Q&A a Roma
Matteo Cimenti, presidente di Federchimica-Assogasliquidi (Adnkronos)

“Noi a casa nostra non vogliamo la perfezione, vogliamo la miglior possibile soluzione”, chiedendo maggiore coerenza nelle politiche energetiche. Il riferimento è soprattutto al ruolo che Gpl e Gnl possono svolgere nei trasporti, nell’industria e nel riscaldamento, in particolare nei settori nei quali l’elettrificazione presenta ostacoli tecnici o costi elevati. Una prospettiva che, per l’associazione, deve valorizzare anche lo sviluppo dei combustibili di origine rinnovabile, come BioGpl e BioGnl.

La posizione di Assogasliquidi sulla neutralità tecnologica e sul futuro dei gas liquefatti si traduce nella richiesta di politiche che non favoriscano una sola tecnologia, ma considerino le diverse soluzioni disponibili per contribuire alla decarbonizzazione.

Cimenti ha richiamato in particolare le difficoltà del trasporto pesante, per il quale l’associazione chiede agevolazioni destinate ai mezzi alimentati a Gnl, anche alla luce della crescente disponibilità di BioGnl. I benefici climatici dei diversi combustibili devono comunque essere valutati lungo il loro ciclo di vita, considerando le materie prime utilizzate e le emissioni associate alla produzione e all’impiego.

Un altro nodo riguarda il sistema europeo di scambio delle quote di emissione. Assogasliquidi chiede che le risorse raccolte attraverso i meccanismi Ets contribuiscano a finanziare la trasformazione energetica dei settori interessati. “I fondi devono tornare al mercato che li ha prodotti”, ha sostenuto Cimenti, indicando tra le possibili destinazioni il sostegno ai combustibili rinnovabili e all’efficientamento degli impianti di riscaldamento.

Sul fronte della mobilità privata, il presidente ha richiamato anche gli incentivi per la conversione delle automobili a Gpl. Secondo i dati comunicati durante il panel, dei quattro milioni di euro disponibili per il 2026 circa tre milioni risultavano già impegnati al 15 ottobre. Un andamento interpretato come il segnale dell’interesse per soluzioni economicamente accessibili, soprattutto da parte delle famiglie che non possono sostenere il costo di un’automobile nuova.

La sostenibilità economica delle scelte energetiche rappresenta quindi una condizione importante per la loro diffusione. Ma la disponibilità delle tecnologie, da sola, non basta quando la trasformazione riguarda risorse naturali sempre più esposte agli effetti della crisi climatica.

Proprio sul linguaggio utilizzato per descrivere questa crisi si è soffermato Marco Casini, segretario generale dell’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale (Aubac).

Marco Casini, segretario generale dell'Autorità di Bacino Distrettuale dell'Appennino Centrale (AUBAC), interviene al panel sulla decarbonizzazione e l'economia circolare dell'Adnkronos Q&A
Marco Casini, segretario generale dell’AUBAC (Adnkronos)

“C’è una parola che in realtà sta sempre nascosta, che è il peggioramento climatico”, ha osservato Casini. Il termine ‘cambiamento’, ha spiegato, non descrive necessariamente la direzione di una trasformazione. Eppure, dopo decenni di rilevazioni, per il Mediterraneo e per l’Europa occidentale gli effetti sono sempre più evidenti: temperature più elevate, ondate di calore più intense e frequenti, lunghi periodi senza precipitazioni alternati a piogge particolarmente violente.

Il ‘peggioramento climatico’ impone dunque un modo diverso di gestire l’acqua, una risorsa che per molto tempo è stata considerata disponibile senza particolari limitazioni. Casini ha distinto due problemi che spesso vengono sovrapposti. Il primo riguarda gli interventi che avrebbero dovuto essere realizzati indipendentemente dal cambiamento climatico, a cominciare dalla manutenzione delle reti idriche. Il secondo comprende invece le nuove strategie necessarie per adattarsi a condizioni ambientali differenti.

Le perdite nelle reti comunali italiane hanno raggiunto il 42,4% dell’acqua immessa, secondo il dato nazionale Istat riferito al 2022. Riparare le condotte, ridurre le dispersioni e conoscere il rapporto tra disponibilità e domanda di acqua significa quindi recuperare ritardi accumulati negli anni, non realizzare di per sé interventi di adattamento climatico. L’adattamento richiede invece di diversificare le fonti di approvvigionamento, sviluppare il riutilizzo delle acque depurate, valutare la desalinizzazione dove appropriata e aumentare la capacità di raccogliere e conservare l’acqua durante le precipitazioni.

Anche le città dovranno cambiare. Casini ha richiamato gli episodi di pioggia intensa registrati a Roma nel settembre 2026, quando in alcune aree sarebbero caduti 60-70 millimetri d’acqua in circa mezz’ora, quantità difficili da gestire per le reti di drenaggio urbano. Tra le risposte possibili ci sono le cosiddette città spugna, che utilizzano superfici permeabili, verde urbano e sistemi di raccolta per rallentare il deflusso delle precipitazioni, ridurre gli allagamenti e favorire la ricarica delle falde.

La prevenzione passa anche dalla pianificazione. L’Aubac sta aggiornando le mappe del rischio idrogeologico attraverso strumenti digitali e modelli idraulici capaci di simulare gli effetti delle opere prima della loro realizzazione. “L’acqua non conosce i confini”, ha ricordato Casini. Il distretto dell’Appennino centrale comprende sette Regioni, circa 900 Comuni e 22 Province: un intervento realizzato a monte può modificare le condizioni di sicurezza dei territori a valle.

La possibilità di valutare preventivamente costi, benefici e conseguenze degli interventi permette di superare una gestione frammentata del rischio, nella quale singole opere possono risultare costose senza produrre miglioramenti significativi per l’intero bacino.

L’economia circolare crea valore

La capacità di conservare e valorizzare le risorse assume un significato diverso, ma altrettanto concreto, nel mercato della seconda mano.

La compravendita dell’usato in Italia ha superato i 27 miliardi di euro nel 2025, coinvolgendo il 65% della popolazione. Un settore che, secondo Silvia Campanella, Head of Communications & Sustainability di Subito, ha progressivamente abbandonato l’immagine dell’attività occasionale per diventare una componente stabile delle abitudini di consumo.

Silvia Campanella, Head of Communications & Sustainability di Subito, interviene al panel “Decarbonizzazione, economia circolare e territorio” durante l'evento Adnkronos Q&A
Silvia Campanella, Head of Communications & Sustainability di Subito (Adnkronos)

Per molti italiani, acquistare un prodotto usato non è più un’alternativa da considerare soltanto quando non si può comprare il nuovo, ma una prima opzione di acquisto.

Il cambiamento è anche culturale. La circolarità, ha sottolineato Campanella, «non è frutto di una rinuncia, ma è frutto di una scelta consapevole».

La convenienza economica contribuisce a rendere questa scelta accessibile. Secondo i dati dell’Osservatorio Second Hand Economy, realizzato con Ipsos Doxa e richiamati durante il panel, acquistare usato permette un risparmio medio del 44% rispetto al nuovo. Il 59% delle famiglie che partecipano a questo mercato riconosce inoltre un impatto sul proprio bilancio.

Il vantaggio ambientale deriva dalla possibilità di allungare la vita utile dei beni e, quando l’acquisto dell’usato sostituisce quello di un prodotto nuovo, di ridurre la domanda di ulteriori materie prime e le emissioni associate alla produzione. Subito misura questo effetto attraverso lo studio ‘Second Hand Effect’, che utilizza modelli di analisi del ciclo di vita per stimare le emissioni potenzialmente evitate grazie alle compravendite realizzate sulla piattaforma.

Nel 2025, secondo i dati presentati da Campanella, circa 15 milioni di beni venduti attraverso Subito avrebbero consentito un risparmio potenziale di 518mila tonnellate di CO2 equivalente. Si tratta di stime, non di emissioni misurate direttamente. Il risultato dipende dalle caratteristiche dei prodotti, dalla loro durata e soprattutto dalla possibilità che l’acquisto di seconda mano sostituisca effettivamente quello di un bene nuovo. Il dato conferma comunque la crescita rilevata nello studio Second Hand Effect relativo al 2024, quando il risparmio potenziale era stato stimato in circa 450mila tonnellate di CO2.

Un risultato specifico riguarda gli accessori per auto e moto. Nel 2025, quasi due milioni di prodotti venduti in questa categoria avrebbero generato un risparmio potenziale complessivo prossimo alle 13mila tonnellate di CO2 equivalente, con una stima media di circa otto chilogrammi per compravendita.

Più complesso, ha spiegato Campanella, è misurare l’impatto ambientale delle automobili usate. Il risultato dipende infatti dalle emissioni prodotte durante la fabbricazione dei veicoli, dai consumi, dalla durata residua e dall’eventuale sostituzione di un’automobile con un’altra.

L’evoluzione del mercato della seconda mano mostra comunque come risparmio e sostenibilità possano rafforzarsi reciprocamente, senza che la scelta di consumare meno risorse venga necessariamente vissuta come una privazione.

La situazione diventa più complessa quando l’economia circolare coinvolge filiere industriali chiamate a sviluppare nuovi materiali e a finanziare la loro gestione a fine vita. È il caso delle bioplastiche compostabili, un settore nel quale l’Italia ha costruito negli ultimi vent’anni una filiera collegata alla raccolta dei rifiuti organici e al loro trattamento negli impianti idonei.

Il Consorzio Biorepack, diretto da Carmine Pagnozzi, opera nell’ambito della responsabilità estesa del produttore, il principio secondo cui le imprese contribuiscono alla gestione dei prodotti e degli imballaggi anche quando diventano rifiuti.

Carmine Pagnozzi, direttore generale del Consorzio Biorepack, durante il panel “Decarbonizzazione, economia circolare e territorio” dell'Adnkronos Q&A
Carmine Pagnozzi, direttore generale del Consorzio Biorepack (Adnkronos)

Nel 2024 il riciclo degli imballaggi in bioplastica compostabile ha raggiunto il 57,8%, secondo i dati comunicati dal consorzio. Un risultato superiore all’obiettivo del 55% fissato per il 2030 nel quadro di riferimento utilizzato dal settore.

La crescita della raccolta e del recupero non elimina, tuttavia, le difficoltà industriali. Il comparto italiano delle bioplastiche compostabili ha registrato nel 2024 un fatturato di 704 milioni di euro, in diminuzione del 15% rispetto all’anno precedente, nonostante volumi produttivi sostanzialmente stabili. Un andamento che evidenzia la pressione economica sulla filiera, chiamata a confrontarsi con la concorrenza internazionale e con l’evoluzione delle regole europee.

Per descrivere il contributo della bioeconomia alla transizione, Pagnozzi ha utilizzato la metafora della barca a vela, nella quale ogni filiera rappresenta una componente capace di contribuire al cambiamento. L’immagine è quella di “dispiegare la vela della bioeconomia insieme alle altre”, facendo lavorare nella stessa direzione recupero dei materiali, innovazione industriale e gestione delle risorse. Nessuna tecnologia o filiera può sostenere da sola la trasformazione dell’economia. Ma perché le diverse componenti possano contribuire, occorrono investimenti e condizioni economiche che consentano alle imprese di continuare a produrre.

Pagnozzi ha richiamato anche il rischio di confondere la riduzione delle emissioni dovuta all’innovazione con quella conseguente alla perdita di attività industriali, riprendendo il concetto secondo cui “quando chiudono le imprese, quella non è una sana decarbonizzazione”.

La creazione di valore economico non rappresenta quindi un obiettivo separato dalla sostenibilità ambientale, ma una delle condizioni necessarie a finanziarne lo sviluppo nel tempo.

Investire nei territori per costruire la transizione ecologica

La transizione ecologica ha bisogno di tecnologie innovative, ma anche di territori capaci di trasformare gli investimenti in attività produttive, nuove competenze e opportunità di lavoro. La vicinanza tra imprese, centri di ricerca e istituti di formazione può diventare un fattore decisivo, soprattutto quando si tratta di portare un’innovazione dal laboratorio alla produzione industriale.

È il tema affrontato da Carlo Nicolais, intervenuto per Maire e Green Innovation ITS Academy, che ha individuato nella carenza di competenze tecniche uno degli ostacoli più concreti alla trasformazione del settore energetico.

Carlo Nicolais, External Relations & Sustainability di MAIRE e direttore generale di Green Innovation ITS Academy, durante il panel “Decarbonizzazione, economia circolare e territorio” dell'Adnkronos Q&A
Carlo Nicolais, External Relations & Sustainability MAIRE e DG Green Innovation ITS Academy (Adnkronos)

“Ci mancano le persone”, ha osservato Nicolais. Non soltanto ingegneri e ricercatori, ma manutentori, operatori e tecnici specializzati, capaci di gestire gli impianti, controllarne le prestazioni e intervenire sui processi produttivi. Anche le tecnologie più avanzate, infatti, hanno bisogno di personale qualificato. Prima di arrivare alla produzione su larga scala, molte innovazioni devono essere sperimentate attraverso impianti pilota, strutture nelle quali vengono verificate le prestazioni dei nuovi processi e la possibilità di applicarli a livello industriale.

Per rispondere a questa esigenza è nata la Green Innovation ITS Academy, promossa da Maire insieme a partner industriali e formativi. Il primo corso, Energy Transition Specialist, prevede un percorso biennale di circa 1.800 ore, delle quali 800 dedicate a esperienze direttamente in azienda.

L’obiettivo è formare figure professionali capaci di lavorare nei processi della chimica sostenibile e nelle tecnologie di trasformazione energetica, offrendo ai giovani un’alternativa concreta ai percorsi universitari tradizionali e alle imprese competenze difficili da reperire.

Il progetto si inserisce nello sviluppo della Tiburtina Valley romana, un’area nella quale si concentrano imprese tecnologiche, centri di ricerca e attività industriali. Qui Maire sta realizzando un nuovo polo di ricerca con laboratori e impianti pilota destinati alla sperimentazione di tecnologie per la transizione energetica. La presenza dell’Its Academy nello stesso quadrante della città permetterà di avvicinare la formazione alle attività industriali, creando occasioni di collaborazione tra studenti, ricercatori e aziende.

La prossimità geografica, ha spiegato Nicolais, può favorire la nascita di un vero ecosistema dell’innovazione, nel quale la ricerca scientifica trova più facilmente applicazioni produttive e i giovani possono acquisire competenze richieste dal mercato del lavoro.

L’investimento comprende anche una dimensione sociale. Nell’area della Tiburtina convivono eccellenze tecnologiche e situazioni di fragilità economica e sociale. Per questo, accanto alla ricerca industriale, Maire intende sviluppare iniziative dedicate all’inclusione e al contrasto della dispersione scolastica.

Il nuovo polo punta così a collegare ricerca, formazione e industria nello stesso territorio, con laboratori dove sperimentare le tecnologie e percorsi formativi pensati per preparare chi dovrà farle funzionare.

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