A Roma esiste una collina fatta di cocci d’anfora. Non è una leggenda urbana, né un dettaglio per archeologi: Monte Testaccio è il deposito materiale di secoli di merci scaricate lungo il Tevere, e una parte decisiva di quella montagna artificiale racconta il commercio dell’olio che entrava nella capitale dell’Impero. Prima ancora di essere condimento, l’olio era una sostanza necessaria: serviva per mangiare, illuminare, ungere il corpo, alimentare attività quotidiane e cerimoniali. A Roma, più che altrove, questa presenza ha lasciato tracce che si vedono ancora.
La curiosità, allora, non sta solo nel fatto che oggi esista un Olio di Roma IGP, riconosciuto dall’Unione europea nel 2021. Sta nel fatto che poche città possono raccontare il proprio rapporto con l’olio passando dai riti del 21 aprile alle anfore dell’Emporio, dagli ulivi del Palatino alla geografia agricola del Lazio.
Dalle anfore del Testaccio agli ulivi del Palatino
La prima curiosità è che a Roma l’olio non resta nascosto nei testi di storia dell’alimentazione, ma affiora nel paesaggio urbano. Monte Testaccio, nel quadrante dell’antico Emporio, è il caso più evidente. La Sovrintendenza Capitolina lo descrive come una collina artificiale alta circa 54 metri e con una circonferenza di circa un chilometro, formata in prevalenza da frammenti di anfore accumulati dopo lo svuotamento nel vicino porto fluviale. Molti di quei contenitori trasportavano olio, soprattutto dalla Betica, l’attuale Andalusia. Per ragioni igieniche e pratiche non venivano riutilizzati a lungo: i residui organici rendevano conveniente romperli e scaricarli in un’area predisposta. Da questa pratica, ripetuta per generazioni, è nato un rilievo urbano che ancora oggi racconta il consumo della capitale imperiale.
La seconda curiosità riguarda la data simbolica di Roma. Il 21 aprile, giorno del Natale di Roma, coincideva nell’antichità con le Parilie o Palilia, festa pastorale ricordata da Treccani come rito purificatorio e propiziatorio legato a Pales, poi associato alla memoria della fondazione della città. Questo dettaglio dice molto più di quanto sembri. Prima di diventare metropoli monumentale e centro politico del Mediterraneo, Roma affonda le sue origini in un mondo in cui terra, greggi, cicli stagionali e riti pubblici stavano nello stesso orizzonte. L’olivo, dentro quel paesaggio, fa parte di una cultura agricola di lungo corso, di una civiltà che conosce bene il valore dei prodotti della terra e li porta dentro la propria costruzione simbolica.
La terza curiosità è che l’olio a Roma parla due lingue insieme. Da un lato è la lingua dei commerci, delle grandi quantità, dei rifornimenti necessari a una popolazione enorme. Dall’altro è la lingua del quotidiano: la cucina, la luce delle lampade, la cura del corpo, alcuni usi rituali. In altre parole, non riguarda solo i magazzini e le banchine del Tevere, ma entra nelle case e nella vita pubblica. Questo spiega perché il tema torni in luoghi molto diversi della città antica. Il Foro Romano, oggi incluso nel Parco archeologico del Colosseo, fu per oltre un millennio il centro della vita pubblica romana; il Palatino conserva il nucleo più antico dell’insediamento e poi la stagione dei palazzi imperiali.
C’è poi una curiosità ancora più concreta: nel Parco archeologico del Colosseo gli ulivi non sono una concessione paesaggistica moderna. Il sito ufficiale del Parco segnala la presenza di 189 alberi di olivo nell’area e li collega a una continuità antica del paesaggio. Lo stesso Parco ricorda che nella piazza del Foro le fonti tramandavano la presenza simbolica di tre piante – fico, vite e olivo – e che ancora oggi queste specie sono mantenute come memoria di quelle antiche. Il risultato è che l’olio a Roma non si legge solo nei reperti o nelle fonti, ma anche nella botanica dei luoghi più noti della città antica. Chi visita il Palatino o il Foro, spesso, guarda colonne, archi e basamenti; molto meno spesso pensa che anche gli alberi possano raccontare una continuità storica. Eppure, nel caso dell’olivo, è proprio così.
Un’altra linea di interesse passa attraverso i documenti tecnici. Il disciplinare dell’Olio di Roma IGP, approvato nel quadro del riconoscimento europeo, richiama “tracce evidenti” dell’utilizzazione dell’olivo a fini alimentari nell’areale già dal VII-VI secolo a.C. e attribuisce ai Romani il perfezionamento delle tecniche di produzione ed estrazione e la diffusione della coltura nel Mediterraneo.
Dalla Roma antica al Lazio di oggi
Oggi l’Olio di Roma IGP porta nel nome una città, ma riguarda in realtà l’intero territorio olivicolo del Lazio. La denominazione è stata riconosciuta con il regolamento di esecuzione (UE) 2021/1261 e il disciplinare definisce un’area produttiva regionale molto estesa. Il nome “Roma”, dunque, non va letto in senso municipale. Funziona come riferimento storico e geografico forte per una filiera che abbraccia paesaggi diversi, dalle aree costiere alle colline interne, e che si appoggia a una tradizione olivicola ampia e radicata.
Anche la composizione varietale racconta qualcosa. Il disciplinare stabilisce che l’olio sia ottenuto per almeno l’80% da cultivar come Itrana, Carboncella, Leccino, Moraiolo, Caninese, Salviana, Rosciola, Marina, Sirole, Maurino, Pendolino e Frantoio, con una quota residua di altre varietà presenti nell’area. Dietro questo elenco c’è una geografia agronomica precisa: il Lazio non è una terra olivicola uniforme, ma una regione in cui tradizioni produttive differenti convivono e si sovrappongono. L’IGP prova a fare ordine dentro questa pluralità, offrendo una cornice comune senza cancellare le differenze locali.
C’è poi una curiosità che aiuta a dare proporzione al fenomeno: secondo Arsial, nel Lazio convivono quattro DOP – Sabina, Canino, Tuscia e Colline Pontine – accanto all’IGP Olio di Roma e a diverse produzioni monovarietali tradizionali. In un quadro tecnico sul comparto, lo stesso ente segnala 67.996 aziende agricole interessate alla coltivazione dell’olivo e una superficie di circa 86 mila ettari. Numeri che raccontano la presenza di una coltura estesa, una presenza economica e paesaggistica che continua a occupare una parte importante del territorio regionale.
Dentro questa cornice, il nome Roma acquista un peso particolare. È immediato, leggibile, internazionale. Ma la parte più interessante non sta nell’effetto del nome: sta nel rapporto tra la capitale e il suo retroterra agricolo. Roma viene spesso raccontata come città dei monumenti, delle istituzioni, del turismo, della ristorazione. Molto meno spesso viene letta come punto di arrivo e di rappresentazione di un sistema agricolo che la circonda e che per secoli l’ha nutrita. L’Olio di Roma IGP rende visibile proprio questo passaggio. Mette insieme la città più famosa del Paese e un territorio produttivo che rischia spesso di restare dietro le quinte, pur essendo uno dei motori storici dell’identità laziale.
Anche i dettagli più tecnici, se guardati bene, diventano interessanti. Nel gennaio 2026 il Masaf ha autorizzato, per la campagna 2025-2026, una modifica temporanea del disciplinare dell’IGP elevando il limite dell’acidità massima totale da 0,4 a 0,45. Il provvedimento nasce da una richiesta del Consorzio e da una determinazione regionale che prende atto delle difficoltà dell’annata. È una notizia minuta solo in apparenza: ricorda che dietro il peso storico del nome restano campi, olive, raccolti, clima, problemi produttivi molto concreti. L’olio porta con sé l’archeologia di Roma, ma continua a dipendere da fattori agricoli del presente, con tutto ciò che questo comporta.
Il Festival dell’Olio di Roma IGP
Se la storia dell’olio a Roma si lascia ancora leggere nel profilo del Testaccio, negli ulivi del Palatino e nella geografia agricola del Lazio, il festival costruito tra il 10 e il 21 aprile prova a fare un passo ulteriore: trasformare quella continuità in un itinerario reale, distribuito dentro la città e lungo il suo calendario più simbolico. Non a caso il punto d’arrivo è il 21 aprile, il Natale di Roma. Il programma ufficiale del primo Festival dell’Olio di Roma IGP, pubblicato dal Consorzio e rilanciato da Roma Capitale, mette in fila appuntamenti molto diversi (degustazioni, laboratori, visite, incontri con i produttori, percorsi formativi) ma li colloca dentro una cornice precisa: riportare l’olio nei luoghi in cui Roma conserva ancora una memoria visibile del suo rapporto con la terra.
Il percorso parte dal Festival del Verde e del Paesaggio, all’Auditorium Parco della Musica, dal 10 al 12 aprile, passa poi per il Vinitaly di Verona dal 12 al 15 aprile, entra nelle scuole con “Generazione O” il 16 e 17 aprile, fa tappa il 18 aprile al Monte dei Cocci, si affaccia all’Appia Run tra 18 e 19 aprile, arriva il 20 aprile al Tempio di Adriano con esposizione dei produttori, masterclass e presentazione delle “Vie dell’Olio di Roma”, e si chiude il 21 aprile alla Curia Iulia con il Premio “L’Eterno” e le visite all’Oliveto del Palatino.
C’è poi un dato che rende il festival coerente con la natura stessa dell’Olio di Roma IGP. Il marchio porta nel nome la capitale, ma riguarda un areale molto più largo, cioè l’intero territorio olivicolo del Lazio. Il calendario rispecchia questa doppia dimensione: Roma come centro simbolico e luogo di visibilità, il Lazio come base agricola e produttiva. Per questo dentro il programma convivono la presenza al Vinitaly, i talk sull’oleoturismo, le masterclass, le visite culturali e le attività rivolte ai giovani. La logica è quella di tenere insieme la città che rappresenta e il territorio che produce. Dopo aver guardato l’olio attraverso i cocci, gli ulivi e i documenti tecnici, il festival lo rimette in circolazione come fatto urbano contemporaneo: non più soltanto materia del passato, ma filo ancora attivo tra Roma e la sua campagna.