Stupefacenti e guida, Corte costituzionale: stop a sospensione automatica della patente

Non bastano le tracce di stupefacenti, serve concreta alterazione delle condizioni psico-fisiche
30 Gennaio 2026
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Guida Auto Patente Canva

La guida (non) sotto effetto di stupefacenti torna al centro della cronaca, dopo che ieri, 29 gennaio 2026, la Corte costituzionale ha fermato l’automatismo del nuovo Codice della Strada per cui ogni traccia di droga nel sangue si trasformava in una sospensione della patente.

Con la sentenza numero 10 del 2026, i giudici hanno stabilito che la nuova formulazione dell’articolo 187 del Cds è costituzionale solo se viene applicata in modo non restrittivo. Per punire l’automobilista, spiega la Consulta, occorre accertare che nei liquidi corporei siano presenti quantità di sostanza “generalmente idonee, sulla base delle attuali conoscenze scientifiche, a determinare in un assuntore medio un’alterazione delle condizioni psico-fisiche”.​

In altre parole, trovare metaboliti di cannabis o cocaina nel sangue o nelle urine non basta più. Serve dimostrare che quella quantità, in quella matrice biologica, fosse ancora capace di compromettere la guida nel momento in cui l’automobilista si è messo al volante.​​

Come funzionava prima (e cosa è cambiato nel 2024)

Prima della riforma approvata con la legge 177 del 2024, l’articolo 187 puniva chi guidava “in stato di alterazione psico-fisica dopo aver assunto sostanze stupefacenti”. Per condannare l’automobilista, le forze dell’ordine dovevano dimostrare che le sue capacità fossero effettivamente alterate al momento del controllo. Un onere che, secondo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, aveva reso la norma “sostanzialmente inapplicabile” per le difficoltà probatorie.​​

La riforma Salvini ha eliminato il riferimento allo “stato di alterazione”, punendo semplicemente chi guida “dopo aver assunto” sostanze stupefacenti. Il nuovo testo avrebbe dovuto semplificare i controlli: test salivare positivo, prelievo ematico di conferma, sospensione automatica della patente per tre anni. Tre giudici di merito (Macerata, Siena e Pordenone) hanno però sollevato questioni di legittimità costituzionale, denunciando il rischio di punire anche chi aveva fumato uno spinello giorni prima, senza alcun effetto residuo sulla guida.​​

Cosa ha deciso davvero la Consulta

La Corte non ha bocciato la riforma, ma ne ha ridefinito l’interpretazione. Non serve più provare l’alterazione clinica, ma è indispensabile che l’esame del sangue o della saliva riveli concentrazioni di principio attivo ancora idonee a influire sulla guida. Il giudice dovrà valutare, caso per caso, se i valori trovati siano compatibili con un’assunzione “abbastanza recente” da creare un pericolo concreto per la circolazione.​​

È importante chiarire che la sentenza non fissa soglie numeriche precise (nanogrammi per millilitro) né finestre temporali standard, ma rimanda ai “giudici di merito” e alle “attuali conoscenze scientifiche” la valutazione sull’idoneità della sostanza a compromettere la guida. Questo significa che, in sede processuale, la difesa potrà contestare la sanzione dimostrando che i valori rilevati erano troppo bassi o riferibili a un’assunzione remota.​

Stop al “lucido sì, lucido no”

La pronuncia tocca il cuore del dibattito politico che ha accompagnato la riforma. Nel giugno 2023, presentando il giro di vite, il ministro Salvini era stato netto: “Se ti stronchi di canne o ti impasticchi, e ti metti al volante lucido sì o lucido no, io ti ritiro la patente”. Quella frase sintetizzava la volontà di superare il vecchio concetto di “stato di alterazione”, considerato troppo difficile da dimostrare.​​

La Corte ha corretto questa impostazione: se il conducente è “lucido” — ovvero se l’assunzione è remota e non influisce più sulle capacità psicofisiche — la condotta non può essere penalmente rilevante. Non basta il residuo di uno spinello fumato giorni prima: serve la prova che la quantità rilevata sia ancora attiva.​​

Cosa cambia ora per automobilisti e forze dell’ordine

In pratica, la sentenza introduce un doppio livello di accertamento. Il test salivare o il prelievo di sangue restano il primo indizio, ma in sede processuale la difesa potrà contestare la rilevanza penale della positività se dimostrerà che quei valori non erano sufficienti a creare un pericolo concreto. Si passa dal paradigma “colpevole perché positivo” a quello “punibile perché pericoloso”.​​

Per le forze dell’ordine, questo significa che non tutti i test positivi si tradurranno automaticamente in condanne. Per il conducente, significa che la sospensione della patente non scatterà più in automatico alla prima traccia di sostanza, ma solo se l’accertamento scientifico conferma l’idoneità della quantità rilevata a compromettere la guida.

I numeri del Mit

Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha letto la sentenza come una conferma della bontà dell’impianto normativo. In una nota diffusa il 29 gennaio, il Mit sostiene che la Corte avrebbe “certificato” la validità della legge, limitandosi a specificare requisiti che i test attuali (prelievo salivare e poi ematico) sarebbero già in grado di soddisfare.

Nel 2025, secondo fonti Mit, l’Italia ha registrato 121 decessi in meno rispetto al 2024. Nello stesso periodo, sono state ritirate 2.411 patenti specificamente per guida dopo l’assunzione di stupefacenti. Numeri che il governo rivendica come prova dell’efficacia deterrente della riforma, anche se non esiste ancora una correlazione accertata tra la nuova norma e il calo delle vittime. Altri rapporti segnalano come il calo delle vittime sia anche dovuto alla espansione delle Città a “Zona 30”.

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