Le nostre città vivono già nel clima del futuro: l’allarme del Cnr e la mappa dei rischi urbani

Il 100% delle città analizzate ha superato la variabilità climatica storica prima del 2025
9 Ottobre 2026
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Signora su una panchina soffre il caldo
(Canva)

In tutte le città del pianeta il caldo estremo ha già superato i limiti storici e il clima del futuro è diventato la normalità di oggi. A rilevarlo è uno studio condotto dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac) insieme a un team internazionale, pubblicato sulla rivista scientifica Urban Climate.

L’indagine ha analizzato l’evoluzione dei rischi su circa 11.000 centri urbani con più di 50.000 abitanti distribuiti in tutto il mondo. Il risultato è netto: chi vive tra il cemento e l’asfalto sta sperimentando gli effetti del riscaldamento globale prima e con maggiore forza rispetto a chi risiede nelle aree rurali circostanti.

Dalle notti insonni all’incubo incendi

Per capire quando una trasformazione climatica diventa una nuova realtà permanente, gli scienziati utilizzano il concetto di Time of Emergence, ovvero il momento esatto in cui il caldo persistente smette di essere un episodio e diventa la regola. “Abbiamo analizzato il cosiddetto Time of Emergence, cioè il momento in cui il segnale del cambiamento climatico diventa sufficientemente forte da distinguersi dalla normale variabilità del clima – ha spiegato Rita Nogherotto del Cnr-Isac, prima autrice dello studio – I risultati mostrano una sequenza chiara: i segnali legati all’aumento delle temperature emergono per primi, mentre quelli legati alle precipitazioni sono più tardivi ed eterogenei. Per gli indicatori relativi alle giornate e alle notti molto calde, il 100% delle città analizzate ha superato la variabilità climatica storica prima del 2025”.

A questo quadro si aggiungono l’afa da stress termico (già emersa nel 77% delle città), la siccità prolungata (81%) e il rischio di incendi boschivi (90%). In Europa, l’allarme roghi nelle zone vicine ai centri abitati ha già raggiunto livelli mai visti nel 98% delle città. Diversa è la dinamica per le piogge estreme e i temporali violenti: le bombe d’acqua sono emerse finora solo nel 20% dei contesti urbani, ma diventeranno la norma per la gran parte delle città entro il 2050.

L’effetto forno dei palazzi e i dieci anni che possiamo guadagnare

Perché in città fa molto più caldo che in campagna? In più della metà dei centri esaminati, la combinazione di asfalto, cemento ed edifici crea un’Isola di Calore Urbana che trattiene la radiazione solare di giorno e la rilascia la notte, anticipando la comparsa del caldo estremo rispetto alle aree rurali di circa due anni.

“Nel 99% dei centri abitati è già esplosa la domanda di energia per il raffrescamento delle case – ha aggiunto la ricercatrice -. Si innesca così un circolo vizioso quotidiano: l’uso massiccio dei condizionatori sovraccarica le reti elettriche e i motori esterni espellono ulteriore aria calda nelle strade, surriscaldando ancora di più i quartieri”.

Tuttavia, lo studio, pubblicato su Science, dimostra che il nostro futuro non è del tutto scritto. Se l’anticipazione del caldo in città è ormai avviata, tagliare in modo drastico le emissioni di gas serra a livello globale permette di ritardare l’impatto dei rischi più devastanti, come l’afa estrema e i picchi di consumo energetico, di ben 5 o 10 anni. Questo margine di tempo è prezioso per riorganizzare l’urbanistica locale: piantare alberi e creare foreste urbane, installare tetti verdi e impiegare pavimentazioni riflettenti capaci di abbassare le temperature delle nostre strade.

Alluvioni e mareggiate: la trappola delle piccole città costiere

Un capitolo centrale della ricerca riguarda i centri affacciati sul mare, dove la salita degli oceani si somma alle mareggiate estreme. Esaminando circa 1.000 città costiere, i ricercatori hanno smentito un luogo comune diffuso: non sono le grandi metropoli da film i contesti più vulnerabili.

In caso di alluvioni costiere e in assenza di difese adeguate, le piccole e medie cittadine costiere rischiano di vedere sommersa una quota molto più alta del proprio territorio rispetto alle megalopoli sopra il milione di abitanti. Senza protezioni, la percentuale media di superficie allagabile nei centri minori tocca il 19% in Asia, il 14% in Africa e oltre il 10% in Europa e in America Latina. Le grandi metropoli registrano valori relativi molto più bassi perché beneficiano spesso di moli e opere infrastrutturali storiche già presenti.

Il valore democratico delle dighe: fermare l’acqua e le disuguaglianze

Lo studio mette in luce anche un fondamentale principio di giustizia sociale. Negli scenari privi di barriere protettive, la crisi climatica colpisce in modo sproporzionato le città a basso reddito e con minori risorse finanziarie.

Quando però si realizzano difese costiere adeguate, il rischio crolla drasticamente e la forte correlazione tra povertà del territorio e potenziale devastazione scompari quasi del tutto. La costruzione di barriere pubbliche ha quindi un valore “democratico”: protegge i piccoli comuni e le popolazioni più fragili al pari delle grandi capitali della finanza.

Una nuova mappa per salvare i nostri territori

I risultati della ricerca dimostrano che la risposta alla crisi climatica deve cambiare prospettiva. Non possiamo più concentrarci unicamente sulle grandi megalopoli globali, ma dobbiamo includere i comuni piccoli e intermedi nei piani nazionali e internazionali di adattamento e finanziamento.

La strada per tutelare la salute e la sicurezza dei cittadini richiede un’azione combinata. Come sostenuto dai ricercatori servirà tagliare rapidamente le emissioni su scala globale per guadagnare anni preziosi e agire subito a livello locale con barriere sul mare, verde urbano e materiali intelligenti per rendere le nostre città vivibili anche nel clima di domani.

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