L’inquinamento europeo è più antico del previsto: le prove nei ghiacci alpini

Le carote della Weißseespitze documentano duemila anni di atmosfera tra attività umane e segnali naturali, ma gli strati più recenti sono già persi
17 Marzo 2026
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Montagna con ghiacciaio
Montagna con ghiacciaio (immagine di repertorio)

A prima vista è solo ghiaccio, in realtà è un archivio che si sta chiudendo. Sulla cima della Weißseespitze, nelle Alpi orientali, meno di dieci metri di ghiaccio conservano quasi duemila anni di atmosfera europea, un record che oggi si interrompe proprio dove inizierebbe l’era industriale, già cancellata dalla fusione.

Dentro quella sequenza non c’è solo clima: ci sono metalli, residui di combustione, tracce di attività umane distribuite nel tempo. Non abbastanza da cambiare gli equilibri, ma sufficienti per essere riconosciute. È questo il punto: l’impatto umano sull’atmosfera non comincia con le fabbriche, ma ha una storia più lunga. E il problema è che uno dei pochi archivi in grado di raccontarla si sta riducendo rapidamente.

Un archivio inatteso nelle Alpi orientali

Per anni le Alpi orientali sono rimaste ai margini degli studi sulle carote di ghiaccio. Quote più basse e maggiore esposizione facevano pensare a condizioni inadatte per conservare segnali atmosferici continui. Il ghiacciaio della Weißseespitze ha smentito questa impostazione, mostrando che, in presenza di ghiaccio freddo ancorato alla roccia, è possibile preservare una stratigrafia leggibile anche sotto i 4.000 metri.

A fare il punto è uno studio condotto da un team internazionale guidato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia, in collaborazione con istituti di ricerca austriaci e tedeschi, e pubblicato su Frontiers in Earth Science. Il riferimento principale è la carota di ghiaccio prelevata nel 2019, la più completa finora disponibile: lunga quasi 10 metri, è stata analizzata in dettaglio per oltre 8 metri, includendo 18 elementi in traccia, acidi organici e composti ionici.

Il passaggio decisivo riguarda la datazione. Combinando radiocarbonio e argon-39, i ricercatori hanno ricostruito con maggiore precisione l’età degli strati. La superficie del ghiacciaio, nel 2019, risale a circa quattro secoli fa; più in profondità compare un livello datato a circa 900 anni prima, mentre alla base si arriva fino al periodo compreso tra la tarda Repubblica romana e l’Impero.

Il dato più netto riguarda però ciò che non c’è più. Gli strati più recenti, quelli dell’epoca industriale, sono già scomparsi a causa della perdita di massa glaciale. Nel 2025 lo spessore residuo si è ridotto a circa 5,5 metri. Il risultato è un archivio che documenta con precisione il “prima”, ma che perde rapidamente le sue parti più giovani.

L’inquinamento prima dell’industria

Negli strati più profondi, riferibili all’epoca romana, la composizione chimica è dominata da fattori naturali. Aerosol marini, polveri e componenti biologiche costituiscono il fondo del segnale e restano prevalenti lungo tutta la sequenza.

Su questa base emergono però contributi più sottili. Alcuni elementi, in particolare argento, cadmio e bismuto, mostrano livelli più elevati rispetto al naturale, indicando emissioni legate alla lavorazione dei metalli e alle attività estrattive già diffuse in Europa. Non si tratta di un inquinamento pervasivo, ma di una presenza continua, abbastanza stabile da lasciare una traccia distinguibile.

Per molti altri elementi il controllo resta naturale. Vanadio, cromo, cobalto, stronzio e uranio seguono dinamiche legate al trasporto di polveri e ai processi geologici. Il quadro che emerge è quello di un sistema ancora governato da fattori ambientali, in cui l’impatto umano si inserisce senza modificarne l’equilibrio complessivo.

Il confronto con altri ghiacciai alpini rafforza questa lettura. I livelli di piombo osservati alla Weißseespitze risultano allineati a quelli registrati in siti come Colle Gnifetti o Col du Dôme, indicando che la deposizione atmosferica di metalli segue dinamiche condivise su scala regionale.

Salendo verso il Medioevo, il segnale cambia. Le concentrazioni di arsenico e piombo aumentano in modo più evidente e coincidono con fasi di intensificazione delle attività minerarie e metallurgiche. Le emissioni legate alla produzione di argento e rame vengono trasportate nell’atmosfera e raggiungono anche le alte quote, lasciando tracce più marcate nel ghiaccio.

Non tutti i picchi sono però riconducibili all’uomo. In alcuni casi l’aumento dell’arsenico coincide con quello dei solfati, suggerendo un contributo vulcanico. In altri si osserva una combinazione di fattori (polveri, variabilità climatica e attività umane) che si sovrappongono nello stesso intervallo temporale.

Quando il fuoco lascia tracce nel ghiaccio

Uno degli indicatori più chiari riguarda il levoglucosano, composto che si forma durante la combustione della biomassa. Nel ghiacciaio della Weißseespitze mostra un picco ben definito a circa 640 centimetri di profondità, datato intorno al XII secolo.

Lo stesso andamento compare in un archivio indipendente, la torbiera di Schwarzboden, poco distante dal ghiacciaio, dove nello stesso periodo aumenta la presenza di microcarbone. La coerenza tra i due dati indica una fase prolungata di incendi su scala regionale, più che un evento isolato. Le caratteristiche delle particelle suggeriscono che il fumo provenga da aree relativamente vicine. Il segnale riflette quindi dinamiche che riguardano direttamente il territorio alpino, più che trasporti a lunga distanza.

Il contesto climatico contribuisce a spiegare il fenomeno. Il periodo coincide con fasi della cosiddetta anomalia climatica medievale, caratterizzate da condizioni più calde e, in alcuni momenti, più secche, favorevoli alla combustione della biomassa. A questi fattori si aggiungono le attività umane, tra cui l’espansione agricola, l’utilizzo dei pascoli e il ricorso al fuoco come strumento di gestione del territorio.

Il quadro complessivo è coerente: le fonti naturali restano dominanti, ma la presenza umana è già continua e riconoscibile. Non emerge una frattura netta, ma una transizione lenta, in cui l’impatto antropico si inserisce progressivamente nel sistema atmosferico.

Nel frattempo, l’archivio che consente di leggere questa fase si riduce. Dai quasi dieci metri di ghiaccio del 2019 si è passati a circa 5,5 metri nel 2025. Ogni strato perso riduce la possibilità di osservare direttamente l’atmosfera del passato, proprio mentre cresce l’interesse scientifico per ricostruire le origini dell’impatto umano su scala europea.

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