“Preparatevi a un petrolio a 200 dollari al barile”, così il portavoce del comando unificato iraniano Khatam al Anbiya, Ebrahim Zolfaqari, smonta le rassicurazioni di Trump e fa salire le tensioni sul rincaro della benzina: “il prezzo del petrolio dipende dalla sicurezza regionale che avete destabilizzato”, ricorda Zolfaqari.
Ma quanto sono concrete le minacce di Teheran e di quanto può ancora aumentare il costo dell’energia, già schizzato nei dopo l’avvio dell’Operazione Epic Fury? Facciamo il punto.
Guerra in Iran: gli effetti sul costo del petrolio
I numeri sono eloquenti. Il 27 febbraio, alla vigilia del conflitto, il Brent si scambiava a circa 71 dollari al barile. Dopo undici giorni di guerra, quel valore è salito a 91,91 dollari, secondo i dati di Market Screener: +29% circa in poco più di una settimana. Trading Economics conferma che nell’ultimo mese il Brent è cresciuto del 30,89%, ai massimi da oltre un anno.
La causa principale di questi rincari è la chiusura dello Stretto di Hormuz che ha effetti sul costo del greggio (dallo Stretto passa circa un quinto del petrolio globale), e anche su quello del gas: da Hormuz passa circa il 20% del commercio mondiale di Gas naturale liquefatto (Gnl).
Anche in questo caso, le conseguenze si sono viste subito: il Ttf europeo è passato da 32 euro per megawattora — il prezzo del 27 febbraio — a circa 65 euro, con un rialzo dell’80% in pochi giorni. Se il blocco dello Stretto di Hormuz si prolungasse oltre i due mesi, il Ttf potrebbe superare i 100 euro/MWh, innescando quello che alcuni analisti definiscono una “distruzione della domanda”: consumi e produzione sarebbero costretti a calare perché i costi diventerebbero insostenibili.
Benzina, diesel, bollette: tre scenari all’orizzonte
Gli effetti delle tensioni in Medio Oriente sono già arrivati ai distributori. In soli dieci giorni il prezzo del gasolio alla pompa è aumentato di oltre il 14%, portando un pieno di diesel a costare 12,3 euro in più rispetto a fine febbraio: lo certifica il Codacons, su base dei prezzi medi regionali comunicati dal Ministero delle imprese e del made in Italy (Mimit).
Le proiezioni a medio termine sono più pesanti. Il Fondo Monetario Internazionale distingue tre scenari: con il Brent intorno agli 80 dollari, l’impatto rimane “limitato e gestibile”; a 100 dollari, la crescita globale potrebbe perdere quasi 0,5 punti percentuali e l’inflazione salire di circa 2 punti; a 120 dollari, il mondo si avvicina alla recessione.
Gli analisti di Barclays e delle principali banche internazionali stimano un Brent tra 100 e 130 dollari se il conflitto dovesse durare quattro settimane come “promesso” da Trump con punte estreme — quelle minacciate da Jabbari — che toccano i 200 dollari al barile.
A queste cifre, il prezzo alla pompa smette di essere (solo) un problema di mobilità e diventa un moltiplicatore di inflazione che percorre tutta la filiera: trasporti, logistica, produzione industriale, riscaldamento domestico. Lo abbiamo imparato bene con la guerra in Ucraina.
La minaccia dei 200 dollari può restare sulla carta (i mercati energetici sono abituati alle minacce di Teheran), ma il Brent è già a 92 dollari, il gas europeo ha raddoppiato il suo prezzo in una settimana, e lo Stretto di Hormuz — per ora — rimane un corridoio estremamente rischioso, persino per chi osa sfidare i pasdaran come l’armatore greco George Prokopiou.
“Bruceremo ogni nave”: il piano iraniano
Il generale dei Guardiani della Rivoluzione Sardar Jabbari ha delineato la strategia punto per punto: “Attaccheremo anche gli oleodotti e non permetteremo che una sola goccia di petrolio esca dalla regione. Bruceremo ogni nave che tenterà di passare attraverso lo Stretto di Hormuz. Ora il prezzo del petrolio ha superato gli 80 dollari e presto raggiungerà i 200”, riferisce Jabbari, citato dai media della Repubblica islamica.
La strategia militare iraniana si basa su mine navali, droni, motovedette veloci e missili costieri. Dall’inizio del conflitto l’Iran ha già colpito almeno tre petroliere nelle acque del Golfo e ha dichiarato che ogni nave o carico diretto verso Usa, Israele o i loro alleati sarà considerato “un obiettivo legittimo”.
Almeno 150 petroliere, comprese navi gasiere, hanno gettato l’ancora nelle acque aperte del Golfo e grandi compagnie come Msc hanno ordinato alle proprie navi di redirigere verso porti sicuri. Il 3 marzo Trump ha annunciato la possibilità di scorte militari per le petroliere che attraversano lo Stretto.
Per rispondere all’emergenza, l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) ha sbloccato 400 milioni di barili di riserve di emergenza, il più grande rilascio della sua storia.