Lavorare o studiare? È questo il dilemma in Italia.
Mentre nel Nord Europa è la norma servire ai tavoli o fare stage retribuiti tra una lezione e l’altra, i giovani italiani o studiano o lavorano, tranne poche eccezioni.
L’ultimo rapporto Eurostat, con dati riferiti al 2024, che ci restituisce la fotografia di un Paese bloccato: solo il 6,5% dei giovani italiani tra i 15 e i 29 anni lavora mentre studia. Un abisso ci separa dalla media europea, che si attesta al 25,4%, e rende quasi imbarazzante il confronto con i coetanei olandesi, dove tre studenti su quattro (74,3%) hanno un impiego attivo durante il percorso formativo. Le implicazioni a breve termine (ovvero le difficoltà economiche degli studenti) sono l’effetto più visibile, ma non il più grave per il futuro dei giovani italiani e l’economia del Paese.
In altri termini, questa netta separazione tra formazione e professione è uno dei motivi per cui i neolaureati italiani hanno grosse difficoltà nel mercato del lavoro.
La mappa europea: chi corre e chi arranca
Il report Eurostat pubblicato il 19 gennaio scorso evidenzia una frattura geografica e culturale evidente. Ai vertici della classifica troviamo i Paesi Bassi (74,3%), seguiti dalla Danimarca (56,4%) e dalla Germania (45,8%): Paesi dove il sistema duale e la flessibilità permettono ai giovani di accumulare skillpratiche ben prima della laurea.
L’Italia, invece, scivola nelle retrovie della classifica, sedendosi al tavolo dei “ritardatari” insieme a Romania (2,4%), Grecia (6,0%) e Croazia (6,4%). Nel nostro Paese, il percorso segue ancora uno scherma rigido: prima si studia (per più anni della media Ue), poi si cerca lavoro. Il risultato? Un ingresso nel mercato ritardato e traumatico, privo di quella “palestra” professionale che i colleghi europei frequentano già a vent’anni.

L’età e il genere: le donne studiano di più, ma lavorano meno
L’analisi dei dati Eurostat svela dinamiche interessanti anche in merito all’età e al genere. A livello europeo, nella fascia più giovane (15-19 anni), la priorità è quasi esclusivamente lo studio: il 74,4% delle ragazze e il 70,4% dei ragazzi sono fuori dalla forza lavoro.
Passando alla fascia 20-24 anni — quella universitaria per eccellenza — l’integrazione nel mercato del lavoro cresce (il 19,6% delle studentesse e il 17% degli studenti lavorano), ma si verifica quello che potremmo definire un “paradosso femminile”: in questa fascia le donne partecipano di più all’istruzione formale, ma una volta “fuori” dagli studi rischiano di restare senza lavoro più degli uomini. Nella fascia 25-29 anni, infatti, la quota di donne che non studiano e non lavorano (16,2%) è più del doppio rispetto a quella maschile (6,9%).
Per una prospettiva specifica sull’Italia, leggi anche: Donne più istruite degli uomini, ma meno occupate
L’Italia, un mercato che non accoglie
Perché in Italia è così difficile conciliare studio e lavoro? Le cause sono strutturali. Da un lato, l’assenza di contratti flessibili di qualità e di impieghi (veramente) part-time scoraggia chi vorrebbe arrotondare o fare esperienza senza sacrificare gli studi. Dall’altro, resiste un pregiudizio culturale duro a morire: l’idea che lavorare “distragga” dallo studio, anziché arricchire la formazione dello studente.
Questo isolamento formativo ha un prezzo salato. Non è un caso che l’Italia sia anche tra i Paesi con il più alto tasso di Neet (giovani che non studiano né lavorano), pari al 15,2% secondo il rapporto annuale Istat 2025. Senza contatti precoci con le aziende, i nostri laureati si presentano al traguardo con un bagaglio teorico eccellente ma “vuoto” di esperienze pratiche, finendo spesso ultimi nelle classifiche europee di occupazione post-laurea.
Le ricadute sul futuro
Il dato del 6,5% è un campanello d’allarme sulla competitività del nostro capitale umano. Soprattutto in questo contesto produttivo, che fa della capacità di adattamento una delle principali richieste aziendali, tenere i giovani sotto una campana di vetro fino a 25 o 30 anni è un lusso che un Paese in profonda crisi demografica come l’Italia non può più permettersi. I dati Eurostat sono un’ulteriore conferma: per invertire la rotta, occorre che studio e lavoro smettano di essere due rette parallele, e inizino a dialogare costruttivamente.