Mentre sempre più aziende fanno marcia indietro sul lavoro da remoto, lo Stato di Victoria, in Australia, si prepara a inserire lo smart working obbligatorio per legge due giorni a settimana, a partire da settembre 2026. Alla base delle proposta non c’è una richiesta dei sindacati né una nuova pandemia, bensì l’eccessivo traffico stradale che sta congestionando le città, a partire da Melbourne, capitale dello Stato di Victoria.
Una situazione fuori controllo, che ha portato il governo laburista a presentare una proposta di legge unica a livello globale: dal primo settembre 2026, i lavoratori dello Stato avranno il diritto garantito di svolgere le proprie mansioni da remoto per due giorni alla settimana. La misura, annunciata il 4 marzo dalla premier Jacinta Allan, entrerà a far parte dell’Equal Opportunity Act 2010 e si applicherà a tutte le imprese con più di quindici dipendenti, mentre le realtà più piccole avranno tempo per adeguarsi fino al luglio 2027 all’obbligo di lavoro da remoto.
Australia e smart working: da concessione aziendale a diritto garantito
La norma australiana capovolge il meccanismo standard: se ora lo smart working è una concessione che viene concessa dalle aziende a loro discrezione, da settembre, la flessibilità diventa la regola di partenza per le mansioni d’ufficio, amministrative e per quei lavori che risultano ragionevolmente eseguibili a distanza. La legge non introduce un vero e proprio automatismo: i lavoratori dovranno comunque chiedere alle aziende due giorni di smart working a settimana. Restano ovviamente escluse le professioni sanitarie sul campo, il comparto manifatturiero e tutte quelle mansioni che non possono essere eseguite da remoto (per esempio idraulici, camerieri, meccanici e così via).
Per tutti gli altri, da settembre, nel momento in cui il dipendente avanza la richiesta formale, il datore di lavoro non potrà negare lo smart working per due giorni a settimana. Il datore potrà rifiutare la richiesta del lacoratore solo se dimostra, documenti alla mano, che l’assenza fisica provoca un danno irragionevole alla produttività aziendale. In caso di muro contro muro, la parola finale spetterà alla Fair Work Commission, un ente di arbitrato indipendente.
Il traffico eccessivo alla base dalla riforma
I potenziali beneficiari di questa rivoluzione nell’hinterland di Melbourne sono circa 1,3 milioni su una popolazione totale di sei milioni e mezzo di abitanti. Se l’adesione rifletterà i sondaggi — che vedono il 70% della forza lavoro nettamente favorevole allo smart working — le ripercussioni sullo spazio urbano saranno importanti.
Le stime ufficiali del governo del Victoria parlano di una riduzione del traffico nelle ore di punta compresa tra il 20% e il 30%. Si tratterebbe di una boccata d’ossigeno vitale per una metropoli soffocata dallo smog e dai ritardi, una misura perfettamente in linea con l’obiettivo di abbattere le emissioni inquinanti. Togliere le automobili dalle strade è, ad oggi, la politica ambientale con il ritorno sull’investimento più immediato in assoluto. Ma l’inquinamento non è l’unica motivazione che spinge l’esecutivo verso lo smart working obbligatorio per legge.
Tre ore e 110 dollari in più
L’impatto economico e sociale della riforma non è meno rilevante e viaggia su due binari distinti: il portafoglio e l’orologio.
Dal punto di vista economico, le stime ufficiali presentate dal governo dello Stato di Victoria indicano un risparmio medio di 110 dollari australiani a settimana per ogni dipendente. Questa cifra, secondo i documenti dell’esecutivo, riflette sia il taglio netto delle spese vive per il carburante e i biglietti dei mezzi pubblici, sia il valore economico associato agli spostamenti evitati.
Sul fronte prettamente temporale, i dati governativi calcolano che il nuovo regime lavorativo garantirà alle famiglie un guadagno netto di oltre tre ore libere a settimana. Tempo prezioso strappato via allo stress del pendolarismo e rimesso a disposizione della vita privata, che può generare un miglioramento strutturale del work-life balance per oltre un milione di lavoratori australiani. Non a caso, la premier Jacinta Allan ha difeso la legge definendola una soluzione concreta per favorire le famiglie e garantire la flessibilità del lavoro moderno.
Le statistiche le danno ragione: dopo la parentesi del Covid, che aveva già portato il 40% dei cittadini dello Stato di Victoria a sperimentare il lavoro da casa, la partecipazione al lavoro è aumentata del 4,4%. Questo è successo perché lavorare da remoto facilita enormemente l’inclusione lavorativa di caregiver, genitori di bambini piccoli e persone con disabilità motorie.
Esultano i lavoratori, protestano i datori
La proposta è stata accolta diversamente dalle diverse parti sociali: le associazioni datoriali hanno espresso forti preoccupazioni, non solo per i costi di setup tecnologico, ma per l’impatto sulla competitività e sulla coesione aziendale. Scott Veenker, Ceo ad interim della Victorian Chamber of Commerce and Industry, ha lanciato un monito chiaro: “Molte di queste imprese mancano di dipartimenti Hr dedicati per gestire e consultare queste questioni. Se le condizioni di business diventano troppo gravose, cercheranno alternative, e questa è l’ultima cosa che vogliamo per Victoria in questo momento”.
Sulla stessa linea il Business Council of Australia (Bca): il suo amministratore delegato, Bran Black, ha avvertito che con lo smart working obbligatorio la politica potrebbe “danneggiare il morale, la coesione organizzativa e l’equità economica” dello Stato. Il Bca ha inoltre sollevato dubbi su possibili conflitti di giurisdizione tra leggi statali e leggi federali.
Dall’altra parte della barricata, i sindacati dei lavoratori hanno accolto la riforma come una vittoria storica. L’Australian Council of Trade Unions (Actu), la principale confederazione sindacale del Paese, sostiene da tempo che lo smart working sia destinato a restare e non debba essere un privilegio precario. Secondo la visione dell’Actu codificata nella propria Working from Home Charter del 2021, i lavoratori, che siedano alla scrivania dell’ufficio o al tavolo della cucina, “dovrebbero avere diritti e tutele per condividere i guadagni di produttività, un ambiente di lavoro sicuro e sano, e la capacità di tracciare un confine netto tra lavoro e vita privata”. In questo senso, la proposta dello Stato di Victoria non sarebbe un appesantimento burocratico né un ostacolo alla produttività, quanto un doveroso passo verso il work-life balance.
L’iter verso la legge
Con una solida maggioranza laburista in entrambe le Camere statali e un diffuso consenso bipartisan sulla necessità urgente di tagliare il traffico, l’approvazione parlamentare è data ormai per certa dalle testate nazionali.
Mentre Malta punta a ridurre il traffico con un bonus da 25.000 euro agli under 30 che rinunciano alla patente per cinque anni, Victoria punta su un modello sociale che già fa gola agli Stati vicini come il Nuovo Galles del Sud e il Queensland. Se la scommessa si rivelerà vincente, il mondo intero — Europa inclusa — potrà riflettere sullo smart working come misura per ridurre l’inquinamento urbano e migliorare il rapporto tra vita privata e lavoro.
Sul punto: Più smart working, più figli? Basta un giorno