Chi torna a vivere in Italia e lavora da remoto per un’azienda estera può accedere alle agevolazioni fiscali per i lavoratori rimpatriati. Lo ha chiarito l’Agenzia delle Entrate con l’interpello n. 2 del 12 gennaio 2026, confermando che ciò che conta non è dove ha sede l’azienda, ma dove viene svolta effettivamente l’attività lavorativa.
La novità: smart working internazionale agevolato
Il “regime impatriati” (o rientro dei cervelli), riformato dal decreto legislativo 209 del 2023, prevede una detassazione del 50% dei redditi da lavoro (entro il limite annuo di 600mila euro) per cinque anni per chi riporta la propria residenza fiscale in Italia. L’agevolazione può arrivare al 60% in presenza di figli minorenni.
Il chiarimento dell’Agenzia delle Entrate mette un punto fermo: se il lavoro viene svolto prevalentemente dall’Italia, il beneficio fiscale si applica, anche in assenza di un datore di lavoro italiano. Non serve nemmeno che la società estera abbia una stabile organizzazione sul territorio italiano. Inoltre, quando il datore estero non può riconoscere direttamente il beneficio in busta paga, il lavoratore può fruirne in sede di dichiarazione dei redditi.
Il caso analizzato riguarda una lavoratrice laureata in Ingegneria gestionale e informatica, trasferitasi nel Regno Unito nel 2020 e iscritta all’Aire nel 2021. Rientrata in Italia nel settembre 2025, ha firmato un contratto a tempo indeterminato con una società con sede legale a Berlino ma ufficio a Milano, con possibilità di lavorare in smart working prevalentemente dall’Italia. L’Agenzia delle Entrate ha confermato che potrà accedere al regime agevolato a partire dal periodo d’imposta 2026 e per i successivi quattro anni.
Cosa cambia rispetto a prima
Fino a questo chiarimento, il perimetro del regime impatriati era associato al rientro fisico in aziende italiane o multinazionali con sedi sul territorio nazionale. Il mercato del lavoro sempre più globale ha però moltiplicato i casi di professionisti che rientrano in Italia mantenendo contratti con aziende straniere, spesso senza una sede nel nostro Paese.
I requisiti per accedere alla detassazione sono:
- il trasferimento della residenza fiscale in Italia;
- un periodo minimo di residenza all’estero negli anni precedenti;
- lo svolgimento dell’attività lavorativa in modo prevalente sul territorio nazionale;
- il contribuente deve impegnarsi a risiedere fiscalmente in Italia per quattro anni (prima della modifica del 2023 e vigente dal 2024, erano sufficienti due anni)
- il contribuente non deve essere stato fiscalmente residente in Italia nei tre periodi d’imposta precedenti il rientro (non più due);
- il contribuente deve possedere un’elevata qualificazione o specializzazione. Quest’ultimo requisito può essere soddisfatto con un titolo di istruzione superiore almeno triennale, una qualificazione professionale post-secondaria di durata simile, o una qualifica professionale superiore attestata da almeno cinque anni di esperienza nel settore specifico.
Dal 2024, il periodo minimo di residenza all’estero è pari a tre anni, ma si estende a sei o sette periodi d’imposta qualora il lavoratore rientri per prestare attività in favore dello stesso datore di lavoro estero, o di un soggetto appartenente allo stesso gruppo. L’agevolazione si applica dall’anno d’imposta successivo a quello di rientro.
L’agevolazione fiscale viene concessa per cinque anni complessivi, ma se il lavoratore non mantiene la residenza fiscale in Italia per almeno quattro anni consecutivi, decade dal beneficio e l’Agenzia delle Entrate recupera le imposte non versate con i relativi interessi.
I numeri della fuga dei cervelli
Intanto, l’Italia continua a perdere capitale umano qualificato. Nel 2024, secondo i dati Istat diffusi ad aprile 2025, oltre 93mila giovani italiani tra i 18 e i 39 anni hanno trasferito la propria residenza all’estero, +107,2% rispetto al 2014. Tra gli emigrati, i 48.086 laureati usciti nel 2024 rappresentano un record, toccando il numero più alto registrato a livello nazionale in un singolo anno.
Dal 2011 al 2023, circa 550mila italiani tra i 18 e i 34 anni hanno deciso di lasciare il Paese per stabilirsi all’estero. Questo numero, corretto per i rientri, si riduce a 377mila, ma il fenomeno resta allarmante: si stima una perdita di 134 miliardi di euro di capitale umano negli ultimi tredici anni. Tra i giovani italiani che emigrano, il 50% è laureato e un terzo diplomato, con una marcata prevalenza di partenze dal Nord Italia.
Secondo il rapporto della Fondazione Nord Est, i salari non sono l’unica ragione che porta i giovani lontani dalla penisola: opportunità lavorative più stimolanti e concrete prospettive di carriera rappresentano la principale molla per il 25% dei giovani italiani emigrati, che cercano all’estero prospettive professionali più dinamiche e meritocratiche. L’87% degli expat valuta positivamente l’esperienza all’estero e solo un terzo tornerebbe in Italia.
Per approfondire: La fuga dei cervelli costa 134 miliardi di euro all’Italia (e non si arresta)