Schiume, pannelli termici, lubrificanti: la seconda vita industriale dell’olio esausto

Non solo biodiesel: il lavoro dell’Università di Pisa allarga gli sbocchi degli oli di frittura usati verso materiali tecnici per auto ed edifici
26 Marzo 2026
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Padella olio frittura

L’olio di frittura esausto entra nella chimica dei materiali. Le ricerche coordinate dall’Università di Pisa lo trasformano in polioli per schiume poliuretaniche, in materiali a cambio di fase per la gestione termica e in biolubrificanti per sistemi idraulici industriali. Il lavoro, guidato dalla professoressa Maurizia Seggiani, si inserisce nelle attività del Centro Nazionale Pnrr Most – Mobilità Sostenibile dedicate ai materiali innovativi e all’alleggerimento.

Il dato di partenza è industriale prima che ambientale. In Italia gli oli e i grassi esausti costituiscono una filiera già esistente, ma ancora concentrata soprattutto sulla rigenerazione per biodiesel. Secondo Conoe, nel 2024 la raccolta ha raggiunto 80.345 tonnellate, corrispondenti alla quasi totalità degli oli prodotti dalle attività professionali e a oltre un quarto del rifiuto complessivamente generato in un anno nel Paese; oltre il 98% del raccolto è stato avviato a rigenerazione, in particolare per biodiesel di seconda generazione. Il lavoro coordinato dall’Università di Pisa punta ad allargare gli impieghi di questa materia prima seconda, portandola verso materiali tecnici che possano sostituire componenti di origine fossile.

Da scarto a componente

Il primo risultato riguarda le schiume poliuretaniche. Il gruppo di ricerca ha trasformato l’olio esausto in poliolo, uno dei componenti fondamentali per produrre poliuretani, ottenendo schiume flessibili open-cell ad alto contenuto bio-based. Nel lavoro pubblicato su Scientific Reports, il contenuto bio-based arriva a circa l’80% in peso e le proprietà del materiale variano in funzione delle caratteristiche del poliolo ricavato dall’olio usato.

Su questa base si innesta la seconda linea di ricerca, quella dei materiali a cambio di fase integrati nelle schiume. Nel lavoro pubblicato su Materials Today Sustainability, i ricercatori hanno sviluppato pannelli in schiuma poliuretanica bio-based capaci di assorbire e rilasciare calore in funzione della temperatura. Il materiale mantiene un contenuto bio-based vicino all’80%, con una capacità di accumulo energetico fino a 26,2 J/g e una temperatura di cambiamento di fase attorno ai 36 gradi Celsius. In termini applicativi significa aggiungere a una schiuma leggera e isolante una funzione ulteriore, quella di contribuire alla gestione termica passiva.

L’Università di Pisa colloca queste soluzioni in due settori precisi. Il primo è l’automotive, dove le schiume possono essere impiegate nei pannelli interni degli sportelli e in altri componenti dell’abitacolo per attenuare le vibrazioni e contribuire alla stabilizzazione della temperatura interna. L’integrazione dei materiali a cambio di fase rafforza proprio questo aspetto: il componente assorbe parte del calore quando l’auto resta esposta al sole e lo rilascia quando la temperatura esterna si abbassa. Il secondo settore è l’edilizia, dove le schiume multifunzionali possono essere inserite nelle pareti e nelle intercapedini per migliorare isolamento termico e acustico, con un effetto diretto sull’efficientamento energetico.

Accanto a queste applicazioni, il gruppo di ricerca lavora anche sui biolubrificanti per sistemi idraulici industriali, altra direttrice che allarga il perimetro degli impieghi. Il punto, anche qui, è usare l’olio esausto come base rinnovabile per formulazioni che oggi dipendono dalla chimica fossile. Non un solo sbocco, quindi, ma una famiglia di prodotti tecnici diversi, ciascuno con proprie funzioni e proprie possibili ricadute industriali.

“In uno scenario geopolitico instabile, in cui l’accesso alle materie prime energetiche e chimiche è sempre più esposto a tensioni e dipendenze strategiche, investire in alternative al petrolio non è solo una scelta ambientale, ma anche industriale e politica”, afferma Maurizia Seggiani. “La ricerca deve anticipare questi cambiamenti, sviluppando soluzioni complementari che contribuiscano a ridurre la vulnerabilità delle filiere produttive. In questo quadro, la valorizzazione di uno scarto locale come l’olio esausto rappresenta una delle strategie possibili per diminuire, insieme ad altre, il ricorso alle risorse fossili. Trasformarlo in materiali ad alto valore aggiunto significa rafforzare l’autonomia tecnologica, diversificare le fonti e costruire modelli produttivi più resilienti, capaci di rispondere alle sfide globali che ci aspettano nei prossimi anni”.

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