Luna Ring, energia green (e infinita) dal satellite: la proposta giapponese

Shimizu Corporation prevede l’inizio dei lavori in meno di dieci anni, ma è davvero fattibile?
5 Febbraio 2026
3 minuti di lettura
Luna ring immagine social ai astro universe
Luna Ring, immagine Ai pubblicata sui social dal profilo Astro Universee

E se trasformassimo la Luna in una centrale solare? Questa è l’idea alla base della proposta Luna Ring, concepita in Giappone dalla Shimizu Corporation. Una cintura di pannelli fotovoltaici lunga 11.000 km attorno all’equatore lunare, larga fino a 400 km, che invierebbe energia pulita alla Terra tramite microonde o laser. Nato dopo Fukushima come alternativa radicale a fossili e nucleare, il progetto è tornato virale sui social in questi giorni e – potenzialmente – rappresenta una svolta green per l’energia del nostro pianeta.

A che punto è il progetto? Luna Ring vedrà mai (è il caso di dire) la luce, o resterà nell’ombra? Facciamo il punto.

Luna Ring e il sogno del sole continuo

La grande opportunità di questa soluzione è offerta dal fatto che la Luna non ha atmosfera. Niente nuvole, polvere o maltempo interrompono la luce solare sull’equatore, dove la fascia riceverebbe radiazioni 24 ore su 24 su metà della sua superficie. L’energia prodotta verrebbe convogliata tramite cavi sotterranei verso il lato sempre rivolto alla Terra, convertita in fasci di microonde o laser e trasmessa verso stazioni riceventi giganti, da 13 km di diametro.

La Shimizu Corporation stima una produzione teorica di 13.000 terawatt all’anno, capace di coprire il fabbisogno di intere economie nazionali. Le microonde, con efficienza stimata al 50-60%, verrebbero catturate sulla terra da una rectenna, una particolare antenna utilizzata per convertire direttamente le microonde in corrente continua, e riconvertite in elettricità per la rete. Un faro di orientamento sulla Luna garantirebbe precisione millimetrica, evitando deviazioni.

La costruzione

Il cantiere, per ora teorico, sarebbe quasi del tutto robotizzato.

Robot controllati da Terra livellerebbero il suolo lunare, depositando una base di cemento prodotto dalla regolite lunare (sabbia e rocce lunari mescolate con acqua e idrogeno importati dal nostro pianeta). Dalla stessa regolite si ricaverebbero celle solari, vetro e ceramiche, in modo da ridurre i lanci dalla Terra.

Shimizu prevede l’inizio dei lavori intorno al 2035, con completamento in 20-30 anni. I costi restano un mistero: si parla di trilioni di yen, superiori ai budget di Artemis o Starship, con rischi di subsidenza lunare causata dall’uomo (lento processo di abbassamento del suolo) e riparazioni impossibili. Come accennato, la chiave per ridurre al minimo l’invio di materiale terreste è l’in situ resource utilization (Isru), che consiste nel raccogliere, elaborare e utilizzare materiali trovati direttamente sul suolo lunare. Questa tecnica è stata già testata dalla Nasa ma non è ancora scalabile per un progetto di vaste dimensioni come il Luna Ring.

L’origine post-Fukushima e l’entusiasmo green

Nonostante stia tornando alla ribalta in questi giorni, l’idea nasce nel 2011, dopo il disastro nucleare di Fukushima che ha azzerato la fiducia giapponese nell’energia nucleare e accelerato la transizione green. Shimizu vede nella Luna la soluzione definitiva per la produzione di energia pulita, che non dipende dalla condizioni metereologiche e non risenta della terrestre alternanza giorno-notte.

Sui social, immagini generate con l’Ai mostrano la Luna “incoronata” di pannelli solari, con claim come “energia infinita per tutti” che mettono d’accordo innovatori e ambientalisti. La Nasa ha valutato il concept con interesse nel programma Sservi, riconoscendone i vantaggi teorici e la coerenza con i progetti Artemis e China, che puntano a una presenza umana sulla Luna.​ D’altronde, quella di utilizzare lo Spazio per ottenere energia pulita è una strada sempre più battuta negli ultimi anni.

I rischi reali: armi spaziali, trattati e fattibilità

Il punto che solleva più interrogativi è la trasmissione a microonde: un fascio ad alta potenza potrebbe interferire con aerei, satelliti o ecosistemi.

C’è poi un discorso geopolitico, che potrebbe trasformare una potenziale buona occasione nell’ennesima guerra tra superpotenze. I trattati Onu sulla Luna (1967), infatti, vietano appropriazioni nazionali e impongono uso “pacifico nell’interesse dell’umanità”. Viene da chiedersi allora chi gestirebbe un’infrastruttura del genere, capace di controllare l’energia globale. E, soprattutto, cosa sarebbero disposte a fare le potenze mondiali per aggiudicarsi questo ruolo.

Sotto il profilo tecnologico, Luna Ring necessita di robot di precisione lunare, inverter spaziali efficienti e rectenna giganti. Pur avendo tutto ciò, le perdite di trasmissione potrebbero superare il 50%, e un blackout lunare isolerebbe metà della cintura. Economicamente, il ritorno sull’investimento resta incerto: chi pagherebbe trilioni per un’energia che potrebbe essere prodotta con costi più bassi in orbita terrestre?​

Luna Ring è un’opportunità concreta?

Il Luna Ring cattura l’immaginario collettivo perché potrebbe decarbonizzare le reti industriali, alimentare gli affamati e assetati data center dell’Ai e stabilizzare le energie rinnovabili terrestri, ma è presenta ancora tanti punti interrogativi. Nel frattempo, il tempo scorre, le risorse ambientali diminuiscono e quelle economiche servono per migliorare l’efficienza energetica, gli accumuli delle batterie e il funzionamento della fusione nucleare. Tutte soluzioni concrete e già esistenti.

Shimizu presenta “l’anello lunare” come la panace “per l’infinita convivenza di umanità e Terra”, ma la strada dal concept alla realtà è lastricata di ostacoli tecnici, economici e geopolitici. Almeno per ora.

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