Il 17 gennaio 2026 ha segnato una data storica per la tutela del pianeta: è entrato ufficialmente in vigore il Trattato Onu sull’Alto Mare, il primo accordo internazionale vincolante per proteggere la biodiversità nelle acque fuori dai confini nazionali. Questo strumento giuridico, noto come accordo Bbnj, mira a salvaguardare circa il 60% degli oceani, aree finora prive di una governance coordinata e soggette a uno sfruttamento indiscriminato.
Nonostante il traguardo sia stato raggiunto grazie al superamento delle 60 ratifiche necessarie, l’Italia figura tra i grandi assenti, non avendo ancora completato l’iter legislativo per rendere l’accordo efficace sul proprio territorio. Insieme a giganti come gli Stati Uniti, il nostro Paese resta in una fase di stallo burocratico che rischia di compromettere gli impegni ambientali assunti a livello globale.
Di fronte a questo ritardo, le principali associazioni ambientaliste hanno lanciato un appello urgente al Governo affinché proceda senza ulteriori indugi alla ratifica.
The Marine Biodiversity Treaty is now in force & establishes the first legal framework for conserving & sustainably using marine biodiversity in the two-thirds of the ocean that lie beyond national borders.
This is a historic achievement for people & planet. pic.twitter.com/QBAOPoc4pl
— António Guterres (@antonioguterres) January 17, 2026
Un accordo per il “cuore blu” della Terra
Il trattato è il frutto di quasi vent’anni di complessi negoziati multilaterali ed è stato definito dal Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, come un “risultato storico per il multilateralismo”. Il suo obiettivo principale è l’istituzione di una rete di Aree Marine Protette (Amp) in alto mare, un passo fondamentale per centrare il traguardo globale di proteggere almeno il 30% degli oceani entro il 2030.
Attualmente, appena l’1% di queste acque internazionali gode di una qualche forma di tutela, lasciando la biodiversità marina vulnerabile a inquinamento, cambiamenti climatici e pratiche di pesca distruttive. Il nuovo quadro giuridico introduce regole comuni su ambiti chiave come l’accesso alle risorse genetiche marine e l’obbligo di valutazioni di impatto ambientale per le attività umane.
Il paradosso italiano e lo stallo istituzionale
Il nostro Paese ha firmato l’accordo nel settembre 2023, ma la ratifica definitiva appare ancora lontana a causa di continui rimpalli tra le istituzioni coinvolte. Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase) ha precisato che l’iter nazionale, guidato dal ministero degli Affari Esteri, è attualmente in fase di consultazione interministeriale, ma il tempo stringe. Questa inerzia preoccupa profondamente le associazioni di settore, che in una lettera indirizzata ai ministri dell’Ambiente e dell’Economia hanno avvertito che l’attuale ritardo “rischia di compromettere la credibilità del Paese” nelle politiche ambientali globali.
In Italia, la situazione della protezione marina è già critica: meno dell’1% del mare nazionale è tutelato da misure realmente efficaci.
L’appello delle associazioni per una svolta concreta
Sigle storiche come Greenpeace Italia, Wwf Italia e Marevivo, insieme a Blue Marine Foundation, Client Earth e Lipu, hanno unito le forze per sollecitare una risposta immediata dal governo. Secondo le associazioni, sostenere la ratifica non è solo un atto formale, ma una necessità per limitare lo sfruttamento del Mediterraneo e garantire la salute di oceani ed economie resilienti. Valentina Di Miccoli, responsabile della campagna Mare di Greenpeace Italia ha sottolineato quanto siamo ancora lontani dall’obiettivo del 2030, mentre Rosalba Giugni, presidente di Marevivo, ha ricordato che la biodiversità marina italiana deve essere difesa con politiche rinnovate. Come evidenziato dai promotori del progetto “AmPower”, la tutela del mare deve essere percepita come un’opportunità di crescita per l’intera società e non come un ostacolo.
“L’Italia può e deve giocare un ruolo importante nell’attuazione di questo trattato – scrive in una nota Wwf Italia -. A oggi però il nostro Paese non ha ancora ratificato il testo, nonostante sia parte della coalizione di Stati che hanno promesso una sua rapida implementazione. Insieme a Blue Marine Foundation, Client Earth, Greenpeace Italia, Lipu e Mare Vivo, il Wwf Italia ha scritto al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e al ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. Nella missiva le associazioni avvertono che l’attuale ritardo dell’Italia nel perfezionare la ratifica rischia di compromettere la credibilità del Paese e di indebolirne il ruolo nelle politiche globali di tutela ambientale – e conclude -. Una rapida ratifica, al contrario, costituirebbe un segnale concreto e coerente rispetto agli impegni assunti, contribuendo a colmare l’attuale distanza dagli obiettivi internazionali di protezione della biodiversità. L’invito al Governo è quindi quello di procedere quanto prima alla ratifica dell’Accordo”.