Le foreste stanno cambiando funzione. Non solo serbatoi di biodiversità o spazi ricreativi, ma ambienti in cui si stanno costruendo interventi strutturati sulla salute, con protocolli, operatori qualificati e obiettivi clinici. La Giornata Internazionale delle Foreste (21 marzo) diventa così un punto di osservazione utile per capire come livelli diversi – tutela ambientale e utilizzo sanitario – stiano iniziando a incrociarsi.
In Italia il processo è già avviato, anche se non ancora organizzato in un sistema unitario. Accanto a una rete diffusa di pratiche legate al forest bathing, stanno emergendo progetti che coinvolgono direttamente il sistema sanitario e introducono criteri di certificazione delle aree. La foresta entra così in una dimensione operativa: uno spazio con requisiti, protocolli e funzioni definite, su cui si stanno misurando politiche pubbliche e modelli organizzativi.
Terapia forestale, cosa succede quando il bosco diventa “luogo di cura”
Se si guarda da fuori, può sembrare tutto molto semplice: persone che camminano lentamente tra gli alberi, si fermano, respirano, ascoltano. In realtà, dietro a quella scena c’è una struttura precisa. La terapia forestale non è una passeggiata, e non è nemmeno una versione più rilassata del trekking.
Le sessioni sono costruite con una logica chiara: gruppi piccoli, in genere tra sette e dieci partecipanti, accompagnati da operatori formati. Il ritmo è volutamente lento, con pause frequenti. Non si tratta di “fare chilometri”, ma di lavorare su stimoli sensoriali e stato emotivo. L’attenzione viene guidata: suoni del bosco, odori, percezioni corporee.
Un elemento che spesso sfugge è la dimensione di gruppo. Non si è semplicemente individui immersi nella natura, ma parte di un piccolo contesto condiviso. Nei percorsi rivolti a persone fragili, questo aspetto ha un peso: la relazione diventa parte dell’intervento, non un effetto collaterale.
Qui sta anche la differenza con il forest bathing più diffuso. Quello è accessibile, libero, replicabile quasi ovunque. La terapia forestale aggiunge un livello di progettazione: selezione dei partecipanti, obiettivi definiti, valutazione degli esiti. Non cambia solo il nome, cambia il modo in cui l’attività viene pensata.
E cambia anche chi la conduce. Il terapista forestale non è solo una guida ambientale: deve saper leggere il gruppo, adattare le attività, gestire situazioni delicate. In molti casi lavora insieme a professionisti sanitari. È una figura che si sta costruendo adesso, mentre la pratica prende forma.
C’è poi un altro dettaglio meno evidente: non tutti i boschi vanno bene. Servono condizioni precise – accessibilità, sicurezza, qualità ambientale – e da qui nasce il tema della certificazione. Quando si passa dal benessere generico a un intervento più strutturato, anche il contesto diventa parte del protocollo.
I benefici secondo la scienza (con qualche cautela)
Che stare in mezzo agli alberi faccia bene è un’idea intuitiva. Negli ultimi anni, però, la ricerca ha provato a misurarla. I risultati, su alcuni aspetti, sono abbastanza coerenti: livelli di cortisolo più bassi, pressione arteriosa che si riduce, frequenza cardiaca che rallenta. Tradotto: il corpo si rilassa davvero. Questi dati arrivano da studi pubblicati su riviste scientifiche internazionali, come Environmental Health and Preventive Medicine e International Journal of Environmental Research and Public Health. A questi si aggiungono effetti sul sistema nervoso autonomo: una sorta di riequilibrio tra attivazione e rilassamento che aiuta a gestire meglio lo stress.
Sul piano psicologico, i risultati sono altrettanto interessanti: miglioramento dell’umore, riduzione dell’ansia, maggiore stabilità emotiva. In alcuni casi si osservano anche effetti sulle funzioni cognitive, soprattutto nelle persone anziane. È su questa base che si stanno costruendo i primi protocolli rivolti a gruppi specifici. Il quadro, però, non è privo di complicazioni. Gli studi non sono sempre confrontabili tra loro: cambiano i protocolli, cambiano i contesti, cambiano i campioni. Le revisioni scientifiche lo segnalano chiaramente. L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce il valore degli ambienti naturali per la salute, ma invita a consolidare le evidenze.
C’è poi un aspetto più “pratico”: la foresta non è un laboratorio. Ogni ambiente è diverso, ogni stagione cambia le condizioni, ogni gruppo reagisce in modo proprio. Questo rende difficile standardizzare gli interventi. Ed è anche il motivo per cui i progetti più recenti insistono sulla raccolta dati: capire cosa funziona, per chi e in quali condizioni.
Dove si può fare forest bathing in Italia
Guardando la mappa italiana, si scopre che la terapia forestale non è un fenomeno di nicchia. Esiste già una rete ampia di luoghi e operatori, distribuita lungo tutta la penisola. Non è un sistema coordinato, ma è tutt’altro che marginale.
Nel Nord Italia si trovano alcune delle esperienze più strutturate. In Piemonte, l’Oasi Zegna ha sviluppato il “Bosco del Sorriso”, con percorsi pensati per attività guidate. In Trentino-Alto Adige, il Parco del Respiro di Fai della Paganella propone itinerari dedicati al benessere, con una crescente attenzione alla dimensione scientifica.
Scendendo lungo la penisola, il panorama si diversifica. In Liguria, il Parisalla Rural Hub combina attività agricole e immersione in natura. In Emilia-Romagna, il Giardino di Pimpinella e la Fattoria dell’Autosufficienza lavorano su un equilibrio tra educazione ambientale e benessere. Nelle Marche, la Fondazione Ferretti ha avviato iniziative che collegano patrimonio culturale e attività all’aperto.
In Abruzzo operano realtà come Ambecò, mentre in Sardegna e Sicilia si stanno sviluppando reti locali. Qui la pratica si adatta a contesti mediterranei, dove il “bosco” ha caratteristiche diverse rispetto alle foreste alpine. È un dettaglio che dice molto sulla flessibilità del modello.
Quello che accomuna queste esperienze è il formato: piccoli gruppi, conduzione guidata, attenzione agli aspetti sensoriali. Quello che cambia è il livello di strutturazione. Non tutti i luoghi offrono terapia forestale in senso clinico, e non esiste un coordinamento nazionale.
Anche la formazione degli operatori è variabile. Alcuni seguono percorsi certificati, altri si muovono in ambiti più informali. È una fase in cui la pratica è cresciuta rapidamente, mentre le regole stanno ancora prendendo forma.
Il caso Acquerino
Dentro questo quadro si inserisce il progetto avviato per la Riserva naturale Acquerino Cantagallo, che rappresenta uno dei tentativi più strutturati di portare la terapia forestale dentro un sistema organizzato: non più attività isolate, ma un progetto che coinvolge territori, servizi sanitari e ricerca.
L’obiettivo è ottenere la certificazione della riserva come area idonea alle terapie forestali. Un passaggio tecnico, ma decisivo. Significa definire requisiti, validare il contesto e rendere possibile l’attivazione di protocolli rivolti a pazienti specifici.
Il progetto mette in relazione quattro province – Prato, Pistoia, Firenze e Arezzo – e collega diverse aree forestali, tra cui Vallombrosa e la foresta di Sant’Antonio nel Casentino. Non si tratta quindi di un singolo sito, ma di una rete territoriale.
I destinatari dei primi percorsi sono già individuati: anziani con disturbo neurocognitivo lieve e donne operate di tumore al seno. Le attività seguiranno una struttura precisa: incontri settimanali per circa due mesi, gruppi ristretti, accompagnamento da parte di operatori qualificati. E, soprattutto, raccolta dati.
“Stiamo lavorando per costruire una rete tra territori e servizi sanitari che possa valorizzare le nostre foreste anche come luoghi di salute”, ha dichiarato l’assessore alla Sanità del Comune di Cantagallo, Dimitri Becheri. “La certificazione della Riserva Acquerino Cantagallo rappresenta un passaggio fondamentale per poter ospitare percorsi di terapia forestale rivolti a persone fragili”.
Le prime attività sono previste tra maggio e giugno 2026, con prosecuzione nei mesi successivi. Il progetto si inserisce nel programma di valorizzazione della riserva e si collega alle iniziative territoriali, mettendo insieme ambiente, sanità e ricerca in uno stesso spazio operativo.